Verità e realtà. Il sistema di logica aletica. Studi in onore di A. Livi

Propongo ai lettori di Briciole filosofiche questa interessantissima recensione di Matteo Andolfo. Il volume recensito – Il sistema di logica aletica – raccoglie articoli che alcuni studiosi hanno dedicato al sistema di logica aletica elaborato da Antonio Livi (1938-2020). Il filosofo toscano, partendo esplicitamente dal realismo gnoseologico del suo maestro Étienne Gilson, ha elaborato una teoria di logica aletica nella quale è presente sia la nozione moderna di “senso comune” sia l’istanza contemporanea di un rilevamento analitico del “punto di partenza” della filosofia e di una coerente fondazione critica del pensiero [Giovanni Covino].


La miscellanea, concepita in occasione dell’80º genetliaco del filosofo Antonio Livi (Prato 1938-Roma 2020), è stata pubblicata poco dopo la sua scomparsa a seguito della grave malattia che l’ha colpito. Il sottotitolo, Studi sul pensiero di Antonio Livi, rivela come non sia prevalente il trono commemorativo della sua figura, ma che l’accento è posto sul suo pensiero filosofico. A differenza dello stilista, che disegna la sua collezione autunno-inverno di quest’anno sapendo che la collezione dell’anno successivo dovrà essere diversa a causa del mutamento della moda, ogni filosofo, proprio in quanto cerca la verità, vuole vedere come stiano effettivamente le cose, espone il proprio pensiero come un risultato permanente. Proprio il pensiero filosofico di Livi è la preziosa eredità chi egli lascia e che in queste pagine viene analizzata.

Come afferma Covino nella presentazione, «il filosofo toscano, partendo esplicitamente dal realismo gnoseologico del suo maestro Étienne Gilson, ha elaborato una teoria di logica aletica nella quale è presente sia la nozione moderna di “senso comune” sia l’istanza contemporanea di un rilevamento analitico del “punto di partenza” della filosofia e di una coerente fondazione critica del pensiero metafisico» (p. 7). Per Livi, soggiunge Renzi nell’introduzione, «ogni giudizio può essere pensato come vero solo nella misura in cui gli elementi che lo compongono rinviano a determinate verità acquisite in precedenza, verità che appunto costituiscono i necessari presupposti aletici di ogni operazione giudicativa giustificata. Il punto è che il procedimento logico elaborato da Livi […] individua l’esistenza di verità primarie […] che consentono di arrestare il regresso all’infinito nella serie delle giustificazioni. A tali verità il filosofo di Prato dà il nome di “senso comune”» (p. 19).

Un contributo, partendo da tre degli aspetti più qualificanti della riflessione liviana – i concetti di verità, di senso comune e di primato dell’assenso interiore sul consenso intersoggettivo –, tematizza la centralità speculativa dell’aspetto aletico costitutivo della dimensione conoscitiva – logica e gnoseologica –, la quale funge da punto di intersezione tra le dimensioni ontologico-metafisica, antropologica, estetico-assiologica, psico-affettivo-emotiva, etica e teologica. Questa centralità è riconfermata anche dal confronto del pensiero occidentale con le diverse filosofie e religioni orientali. Tolta la maggior parte dei filosofi antichi, medievali e rinascimentali occidentali, nelle culture occidentale e orientale si è frequentemente verificata una devianza, allorché, errando per unilateralità, una delle due componenti (ontologica e antropologica) sia stata amplificata sino alla cancellazione dell’altra.

Un altro studioso, servendosi dei princìpi liviani per risolvere il problema gnoseologico di Gettier (è possibile una credenza vera giustificata, ma senza essere una vera conoscenza), evidenzia come da una considerazione complessiva della filosofia di Livi si possa desumere che la conoscenza umana è insieme rigorosa in conseguenza della logica aletica, ma anche parziale in quanto aperta al progresso e alla rettifica, poiché la giustificazione operante in un giudizio non è sempre adeguata alle evidenze disponibili nel momento in cui viene emesso il giudizio e ciò rende possibile l’errore.

Un contributo pone in rilevo il fatto che, siccome il ragionamento umano si esercita sempre a proposito di un determinato àmbito di oggetti, ossia in un determinato contesto cognitivo e referenziale, nel momento in cui lo si debba rigorizzare mediante una formalizzazione logica, tale logica dovrà applicarsi «ad arte» a tale contesto. L’autore ne desume che esiste una pluralità di logiche: quella aletica fondamentale, sempre implicita nei ragionamenti delle discipline specializzate, e le logiche disciplinari create per attagliarsi alle diverse condizioni conoscitive e argomentative concrete imposte dalla particolare natura ontologica degli specifici oggetti studiati da ogni singola scienza. L’elaborazione di queste logiche è comunque guidata dalla logica aletica, perché il fine di queste è pur sempre di raggiungere la verità argomentando e perché quella è fondata sul senso comune quale àmbito cognitivo pre-teoretico implicito in ogni ragionamento.

Un articolo si sofferma sulla difficoltà di conciliare l’immagine scientifica del mondo con quella del senso comune osservando come sia impossibile elaborare una teoria comprensiva del mondo del senso comune in quanto questo è inosservabile da un punto di vista esterno e neutrale, mancando di presupposti aletici in grado di impedire l’assenso a quanto risulta primariamente evidente, sebbene il senso comune presenti una certa riflessività sulla sua assoluta assenza di presupposti, riflessività riproducibile dalla filosofia a livello delle seconde intenzioni.

Un ulteriore contributo mira a evidenziare il legame tra il pensiero dell’Aquinate e la difesa liviana del senso comune: se la verità si fonda sull’ens e quest’ultimo causa l’adeguazione ad esso dell’intelletto, la quale, a sua volta, consente al contenuto dell’ens di manifestarsi nella propria luminosità, allora le possibili deviazioni nella comprensione della ragione di verità si radica nel mancato riferimento fondante all’ens e la logica aletica, riconducendo ogni argomentazione al senso comune, costituisce lo strumento per eccellenza di verifica della viabilità dei diversi indirizzi che in sede riflessiva intendono cimentarsi con ciò che viene dato nell’àmbito della vita vissuta. Analogamente, al dato rivelato corrisponde l’assenso del credente che, fornendo l’adeguazione a ciò che è di fede, consente di manifestarlo nelle proposizioni dogmatiche, senza la pretesa di esaurirlo, ma escludendo ogni possibilità di relativizzarlo; siccome l’ens procede dall’Ipsum Esse subsistens el’intelletto umano è aperto alla Rivelazione, si deve riconoscere che il senso comune si prolunga nel sensus fidei.

Su questa linea, un altro studioso accomuna Livi a padre Réginald Garrigou-Lagrange annoverandoli tra le figure di spicco di quella nuova scuola che riscopre il fondamento tomistico del senso comune in soluzione di continuità con la Scuola scozzese di Thomas Reid e di Théodore Simon Jouffroy, propugnatori di un senso comune inteso quale cieco conato dell’animo. Mentre questi autori sfociano in uno scetticismo non distante da quello di Hume, Garrigou-Lagrange e Livi mettono in evidenza l’intenzionalità salvifica, in quanto aletica, della loro filosofia del senso comune: se la verità rende liberi (Gv 8, 32) dalla schiavitù del peccato, è salvifica e allora il senso comune è la prima facoltà umana che rende ricettivi della salvezza. Del resto, per ambedue i filosofi il dogma è una formulazione della verità rivelata implicante la verità del senso comune (dato che la Rivelazione si rivolge all’intelletto di ogni uomo) e nel contempo si serve delle categorie metafisiche. Di conseguenza, l’unica ermeneutica corretta dei dogmi è quella che non adotta schemi concettuali incompatibili con il senso comune.

Tra i contributi spiccano quelli Renzi e Covino, curatori del libro e stretti collaboratori di Livi. Renzi mostra che il pensiero di Francisco Suárez è compatibile con la filosofia del senso comune, smentendo una persistente linea interpretativa che lo considera un essenzialista (un pensatore che privilegia l’essenza svalutando l’atto d’essere) che ha ampiamente influito sul razionalismo della filosofia moderna. Quest’ultimo antepone a tutto il principio d’identità, svuotandolo di senso in quanto lo sgancia dalla funzione epistemica della prima certezza del senso comune (res sunt), mentre Suárez sostiene la priorità logica assoluta del principio di non-contraddizione, che riflette sul piano logico-linguistico l’evidenza primaria «le cose sono».

Covino sottolinea come l’etica filosofica, avendo carattere riflessivo, necessiti di una fonte da cui trarre i dati che analizza: l’esperienza originaria dell’ordine morale (quarta verità del senso comune), che ha come propria condizione logica di possibilità l’esistenza di altri soggetti (terza evidenza immediata del senso comune), che a sua volta presuppone la coscienza di sé (seconda verità del senso comune), fondata sulla prima evidenza immediata, perché l’io si percepisce tale come opposto a ogni res che sia suo oggetto di conoscenza. Con «rapporto morale» si indica una relazione tra due soggetti liberi, la cui superiorità ontologica rispetto agli animali e alle cose è espressa dal lemma «persona». È proprio l’adeguata percezione della persona a costituire la solida base della qualità di un sistema etico. Infine, tutte queste evidenze del senso comune esigono un fondamento: l’esistenza di Dio, quinta verità del senso comune stesso. Infatti, il valore di «sacralità» della persona percepito nel pensare a sé stessi e agli altri funge per Covino da ulteriore via per un’inferenza spontanea del passaggio dalla percezione del valore dell’altro a quella dell’Altro, fonte della sacralità.

Questo mero «assaggio» della fecondità storico-teoretica della filosofia di Livi è un invito ad approfondire e rimeditare la ricchezza del suo pensiero, anche giovandosi della rassegna bibliografica commentata della produzione liviana curata, alla fine del volume, da Covino.

Matteo Andolfo


Il presente volume, pubblicato nella collana “Quaderni di logica aletica”, raccoglie gli articoli che alcuni studiosi hanno dedicato al sistema di logica aletica elaborato da Antonio Livi. Il filosofo toscano, partendo esplicitamente dal realismo gnoseologico del suo maestro Étienne Gilson, ha elaborato una teoria di logica aletica nella quale è presente sia la nozione moderna di “senso comune” sia l’istanza contemporanea di un rilevamento analitico del “punto di partenza” della filosofia e di una coerente fondazione critica del pensiero metafisico.


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