Metafisica della partecipazione: dall’ens all’Esse Ipsum subsistens

Tommaso d’Aquino – come ha dimostrato con i suoi studi Cornelio Fabro – ha dato vita ad una straordinaria sintesi delle riflessioni di Platone e di Aristotele: «nel piano trascendentale, mediante l’assunzione incondizionata del principio platonico della partecipazione, nel piano predicamentale mediante l’assunzione incondizionata del principio aristotelico della causalità» (cfr. Partecipazione e causalità, Segni (RM), p. 318).

Si tratta di una riflessione in cui i due concetti fondamentali, partecipazione e causalità, si completano e sono innestati sapientemente su quella che è l’intuizione principale dell’Aquinate: l’esse ut actus. Per Tommaso, infatti, la riflessione filosofica deve giungere a mostrare, tramite un’indagine radicale, la fonte di tutto ciò che vediamo, cioè la realtà più perfetta, l’essere come «attualità di tutte le cose e delle forme stesse» (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3um) o – come dice in un altro luogo – «actualitas omnium actuum, et propter hoc est perfectio omnium perfectionum)» (De Pot., q. 7, a. 2, ad 9um).

È questo, per così dire, il succo più gustoso della metafisica che, partendo dall’esperienza degli enti concreti, giunge a chiedersi che cosa rende un ente tale facendolo emergere dal nulla?. La risposta a questa domanda è proprio l’esse e visto che l’esse delle cose che cadono sotto la nostra esperienza (noi compresi) non sono l’esse, ma hanno un esse limitato da una determinata essentia, allora è necessario che esso provenga da una fonte che non ha l’esse ma è l’Esse per essentiam.

«Hanc aeternitatem Ioannes ostendit dicens: in principio erat verbum. Quidam autem venerunt in cognitionem Dei ex dignitate ipsius Dei: et isti fuerunt Platonici. Consideraverunt enim quod omne illud quod est secundum participationem, reducitur ad aliquid quod sit illud per suam essentiam, sicut ad primum et ad summum; sicut omnia ignita per participationem reducuntur ad ignem, qui est per essentiam suam talis. Cum ergo omnia quae sunt, participent esse, et sint per participationem entia, necesse est esse aliquid in cacumine omnium rerum, quod sit ipsum esse per suam essentiam, idest quod sua essentia sit suum esse: et hoc est Deus, qui est sufficientissima, et dignissima, et perfectissima causa totius esse, a quo omnia quae sunt, participant esse» (Super ev. Joh., Proemium).

Partecipazione e causalità sono, dunque, i concetti-chiave della metafisica di Tommaso che riesce a far confluire tutte le intuizioni platoniche e aristoteliche; pensiamo, per fare un esempio, alle Idee eterne: esse trovano spazio nell’affermazione che esistono – come voleva Platone – ma come idee dell’Intelletto divino (cfr. su questo punto J. Pieper, Verità delle cose, Milano 1991, pp. 51-72). In questo modo, Tommaso risolve le aporie platoniche facendo dipendere ogni cosa radicalmente da Dio, come spiega Fabro in una densa pagina di Partecipazione e causalità:

«La creatura è veramente simile a Dio, non solamente in quanto la sua essenza deriva per esemplarismo dall’idea divina, ma propriamente “in ratione entis”; essa è veramente ens, perché oltre l’essenza ha il suo atto di esse – distinto dall’essenza sua e dall’esse divino – che è sempre e soltanto atto e quindi è atto primo nel suo ordine, anche se è partecipato. La creatura è insieme altrettanto dissimile da Dio non soltanto e propriamente perché è imperfetta, finita, ma perché il suo esse è ricevuto nella sua essenza finita come atto nella propria potenza e quindi realmente distinto dall’essenza, mentre in Dio l’esse s’identifica con l’essenza: è in questa prima distinzione dell’essere in essentia et esse che si fondano teoricamente tutti gli altri caratteri indicati dall’infinita distanza della creatura dal Creatore. E l’infinita dissomiglianza della creatura coesiste all’intrinseca sua somiglianza al Creatore, perché l’infinita distanza coesiste con l’immediata presenza attuale del Creatore alla creatura come Prima Causa esemplare, efficiente e finale (Partecipazione e causalità, cit., pp. 599-600).

La riflessione sull’essere permette – come dicevo poco sopra – di trattare la questione metafisica alla radice e comprendere che «[q]uando un ente mobile e imperfetto partecipa di una perfezione, esige sempre prima di sé un essere immobile e perfetto, che abbia quella perfezione per essenza» (S. Th., I, q. 79, a. 4, co.). Il passo della Summa appena citato è di una semplicità sorprendente nonostante sia il problema metafisico per eccellenza: questo perché il filosofo non fa altro che esprimere in termini tecnici quello che ogni uomo sa, anche non esprimendolo verbalmente, e cioè che la realtà non è il tutto e che in quanto tale presuppone un Primo. E ciò può essere espresso proprio attraverso la nozione di partecipazione:

«Quando una cosa riceva in maniera parziale ciò che appartiene ad altri in maniera totale, si dice che ne è partecipe. Per es., si dice che l’uomo partecipa all’animalità, perché non esaurisce il concetto di animalità in tutta la sua estensione; per la stessa ragione si dice che Socrate partecipa all’umanità; parimenti si dice che la sostanza partecipa all’accidente e la materia alla forma in quanto la forma, sostanziale o accidentale, che, considerata in se stessa, è comune a molti, viene determinata a questo o a quell’oggetto particolare; similmente si dice che l’effetto partecipa alla causa, soprattutto quando non ne adegua il potere: un esempio di questa partecipazione si ha quando si dice che l’aria partecipa alla luce del sole» (In De Hebd., lect. 2, n. 24).

Possiamo, dunque, dire che per l’Aquinate l’«essere come atto ultimo di ogni atto», è il punto di arrivo di una riflessione intensiva – per usare l’espressione di Fabro – che ha nel «principio di partecipazione» uno snodo decisivo: l’ens (essentiam habens esse) è il punto di partenza e l’Esse Ipsum subsistens è il punto d’arrivo. Tutto si svolge nel dominio dell’esistenza: si passa da un’esistenza finita, da ciò che ha l’essere, ad un’esistenza infinita che è la fonte dell’esse.

Giovanni Covino


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