I classici del pensiero…“in briciole”. L’Eutifrone di Platone: vivere una vita migliore

Eutifrone è un dialogo del filosofo greco Platone (428/427-348/347) che, assieme all’Apologia di Socrate, il Critone e il Fedone, appartiene – secondo l’ordine dato nel I sec. d. C. da Trasillo – alla prima tetralogia. È un dialogo del periodo giovanile che si svolge tra Socrate ed Eutifrone sul tema della “santità”. L’incontro tra i due protagonisti avviene presso il «Portico del re»: sia Eutifrone che Socrate hanno «una causa innanzi all’Arconte-Re» (il magistrato che si occupava delle cause riguardanti delitti). Socrate è stato accusato da Meleto di essere «artefice di dei» e di «non credere agli antichi» dei; Eutifrone, al contrario, è lì per intentare una causa per omicidio contro il padre, cosa che sgomenta non poco Socrate:

«Ma tu, per Zeus, o Eutifrone, credi proprio di essere informato così a puntino sulle cose divine, come esse stiano, e su tutto ciò che è santo e su quanto non è santo che, stando le cose come tu dici, non tema di commettere, per caso, anche tu un’azione empia accusando il padre?»

Alla domanda, Eutifrone risponde di conoscere «esattamente tutte queste cose». Socrate, a questo punto, non può che diventare uno «scolaro» ed ascoltare le parole del «mirabile Eutifrone» sulla santità. Seguono le diverse definizioni di santità che si mostrano – sotto i colpi socratici – tutte prive di forza teoretica: la sapienza e la religiosità di Eutifrone mostrano tutta la loro inconsistenza. Ciò che appariva sapiente non lo è più, ciò che appariva santo e proprio di un’autentica religiosità in realtà è empio. Dopo l’ennesima confutazione, Socrate invita l’interlocutore a proseguire l’indagine per giungere finalmente alla conclusione, ma Eutifrone lo ferma dicendo: «ora ho fretta: devo recarmi altrove ed è ormai ora». E con ironia Socrate chiude dicendo:

«Cosa fai amico mio? Mi privi della grande speranza che io nutrivo di poter imparare da te cosa sia il santo e cosa il non santo. Mi sarei così difeso dall’accusa di Meleto, dimostrandogli che ad opera di Eutifrone sono divenuto ormai sapiente intorno alle cose divine e non fabbrico più né invento come prima, per ignoranza, novità su questo argomento. Avrei così vissuto per il rimanente tempo una vita migliore».

Questo breve dialogo non giunge, almeno apparentemente, ad una conclusione. Si tratta, in realtà, di un testo in negativo: la soluzione è nelle confutazioni e, soprattutto, nella chiosa finale. Socrate mostra al suo interlocutore che la santità va vissuta non abdicando alla ragione e andando, in tal modo, oltre i pregiudizi del proprio tempo.

Sono, infatti, proprio questi pregiudizi alla base dell’accusa di empietà che condurrà il filosofo alla morte.

Giovanni Covino


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