Le prove del giusto, la dimora del bene e la provvidenza divina

Guardare e ammirare la virtù di Giobbe, l’uomo giusto, vuol dire – come abbiamo visto nel precedente articolo – guardare e ammirare un uomo che vive nella sua dimensione, un uomo che dimora nel bene. Tommaso spiega, con grande lucidità, che la virtù di Giobbe è data dalla sua vicinanza al principio della virtù; dimorare nel bene vuol dire proprio vivere questa vicinanza: «ogni essere infatti tanto più si conserva in un’altezza che lo nobilita, quanto più si sottomette al principio che lo perfeziona» (p. 45). Pensiamo al fuoco di un camino in una stanza…

Detto ciò, seguiamo più da vicino le vicende di Giobbe per comprendere il motivo che ha reso questo personaggio tanto importante e un «messaggio universale di virtù».

Dopo aver calunniato Giobbe definendo interessati il suo amore e la sua devozione, Satana chiede a Dio di togliere al Nostro ogni bene. «Togliendogli ogni benessere, bestemmierebbe», mostrerebbe, in altri termini, il vero atteggiamento del suo cuore: «se tu lo tocchi un poco, togliendogli la proprietà terrena, male me ne incorra se non diventerà evidente che prima egli ti benediva, non di vero cuore, ma in faccia, cioè davanti alla gente» (p. 39). E da qui che inizia la sventura di Giobbe: all’«apice della prosperità» Dio permette a Satana di togliere i beni materiali e la ricchezza dei figli.

Qual è la reazione di Giobbe? Come si comporta questo uomo definito sin dall’inizio “integro e retto”? Tommaso premette alla trattazione due possibili reazioni passionali alla perdita di beni: la reazione stoica e quella peripatetica. Gli stoici – afferma l’Aquinate – hanno sostenuto che «i beni esterni non costituiscono nessun bene per l’uomo» e, per tale ragione, «la loro perdita non provoca tristezza alcuna nell’animo del saggio»; i peripatetici, invece, hanno insegnato che «i beni esterni fanno indubbiamente parte dei beni umani», ma sono strumentali. Per tale ragione, «il saggio patisce una tristezza moderata» (pp. 44-45). Questa seconda posizione sembra essere quella più vicina alla verità in quanto evita posizioni estreme come l’indifferenza circa i beni materiali.

Tale moderazione è vissuta dallo stesso Giobbe che, pur se nello sconforto e nella tristezza, non abbandona la via della giustizia: con parole e gesti, Giobbe rimane fermo in «quell’altezza che nobilita» (p. 45) e «dimostrando con il ragionamento come egli non dovesse restare vittima del dolore, anche se stava soffrendo» (p. 46). Come si può vedere, non viene negata la realtà della sofferenza, Giobbe non sminuisce la portata della prova, ma cerca la strada per comprenderla innestando sull’albero della sapienza naturale il ramo della sapienza rivelata.

Quali sono le argomentazioni di Giobbe?

  1. L’uomo nasce spoglio: “nudo sono uscito dal grembo di mia madre”. Il primo argomento è tratto dalla constatazione che i beni esteriori, per quanto importanti, restano beni accidentali: «persi i beni accidentali, purché rimanga il bene sostanziale, l’uomo non deve cadere vittima della tristezza, anche se lo assale lo sconforto» (p. 46).
  2. Ciò che abbiamo è un dono. La seconda argomentazione riprende le premesse fatte da Tommaso nelle pagine precedenti: non è il caso che regola le vicende umane, ma la provvidenza divina.
  3. Da qui la terza argomentazione: anche le avversità sono permesse da Dio per un bene che molto spesso sfugge. Il mondo della sofferenza della persona è un mondo complesso e davvero misterioso: «posto che uno venga spogliato dei beni temporali per effetto della volontà divina [come permissione], se costui ama Dio, deve uniformare il suo volere a quello divino, affinché, con tali pensieri, non naufraghi nella tristezza» (p. 47).

Nelle tre argomentazioni – come dicevo poco sopra – ci sono due ordini di sapienza: la sapienza metafisica e la sapienza rivelata. Nel Libro di Giobbe e nel commento di Tommaso i due ordini s’intrecciano per dare al lettore la possibilità di trovare un senso alle sventure senza per questo cadere nella presunzione di voler schematizzare tutto in categorie concettuali che annullerebbero la singolarità della persona e del suo vissuto. La sofferenza non è negata: il vissuto di Giobbe è un vissuto personale drammatico che cerca il suo luogo di conforto tenendo presente: 1. esiste un ordine e Dio pone la sua mano provvidenziale anche sul capo dell’uomo; 2. come dice lo stesso Tommaso, a Dio «non piace che l’uomo venga colpito da una sventura, se non in vista di un bene che ne deriva» (p. 47). Certo questo ultimo punto non è semplice da accettare e difficilissimo da comprendere per i nostri limiti, ma è qui che i due ordini di sapienza di cui sopra si sostengono, come mostra anche Agostino d’Ippona in uno scritto proprio sulla provvidenza divina: «Come potrebbe, dal ventre segreto della natura, venire alla luce un ordine così perfetto se non l’avesse creato Colui che possiede una sapienza meravigliosa e, se così si può dire, che fa tutto? […] Se sappiamo che le cose stanno così e che, di tutte le realtà terrene, le più importanti sono indubbiamente quelle riguardanti le cose dell’uomo e l’uomo stesso, come mai siamo così stolti da negare una provvidenza divina nelle cose grandi, mentre la ammiriamo nelle piccole? A meno che non pensiamo che, in modo del tutto arbitrario, possa abbandonare la vita degli uomini Colui che con tanta sollecitudine crea e dispone il numero preciso di cose così trascurabili come i capelli! Dobbiamo perciò credere, senza ombra di dubbio, che quanto sembra scombinato e fuori posto nelle cose umane, non solo non avviene senza un piano, ma rientra in un disegno superiore, cioè nell’ordine stabilito da Dio, che è più grande di quanto possiamo comprendere nella nostra pochezza» (Sermo de providentia Dei, 7; Discorso sulla provvidenza di Dio, tr. di G. Vigini, Gianluigi Arcari Editore, Mantova 2003, p. 31).

Giovanni Covino

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