Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sul Dissennatore rilevando la terribile ombra che questa figura proietta su tutti coloro che incontra. In diverse occasioni, Rowling ha parlato di questo personaggio come di una “personificazione della depressione” («they are kind of depression personified»), ma il lettore potrebbe vedere in questa figura – come ho detto già in precedenza – un male compiuto o subito, una relazione dannosa, una situazione di sofferenza, insomma tutto ciò che ha in sé una sorta di potenziale distruttivo, una forza malefica che risucchia avidamente ogni piccola goccia di gioia e di speranza. Risuonano forti le parole di Harry Potter:
«Quando si avvicinano a me… sento Voldemort che uccide mia madre» (III, 175).
L’esperienza più brutta della sua vita risuona come un’eco nella sua anima, come una sorta di litania paralizzante del dolore che – come abbiamo visto – può terminare con la terribile esperienza del bacio, il bacio del Dissennatore che rende la persona un “guscio vuoto”.
Il male compiuto dal Dissennatore non ha però l’ultima parola: nel romanzo vi sono delle armi che i protagonisti possono usare per tenere alla larga queste malefiche figure, una luce tanto potente da essere in grado di dissolverne le ombre. Tra queste armi spicca l’Incanto Patronus: un incantesimo che permette al mago di sfuggire dalle grinfie del Dissennatore. Come spiega Remus Lupin – personaggio che fa il suo ingresso all’inizio del terzo capitolo della saga:
«Il Patronus è una forza positiva, una proiezione delle cose di cui si alimenta il Dissennatore: la speranza, la felicità, il desiderio di sopravvivere…» (III, 217).
In altri termini, il male viene affrontato sullo stesso terreno: il mago richiama alla mente una profonda gioia, una speranza viva che si tramuta – tramite l’incantesimo – in una proiezione luminosa capace di dissolvere l’ombra minacciosa. Se il Dissannatore è la personificazione del negativo, il Patronus è, nella saga, la personificazione della forza d’animo che permette di affrontare il buio della vita. Come insegna Seneca:
«Succede spesso che la mente si riempia di pensieri ingannevoli. Ma davvero non c’è motivo di vivere, non c’è nessun limite all’infelicità, se temiamo tutto quello che si può temere: è qui che deve aiutarti la razionalità, è qui che devi respingere la paura, anche quella fondata, con la forza d’animo […] Forse la paura avrà più cose da dire; tu, comunque, scegli la speranza» (Lettere a Lucilio, II, 12-13).
L’incantesimo è il segno che rimanda alla superiorità del bene sul male, dell’ordine sul disordine, della speranza sulla paura. Questo nessun Dissennatore può cambiarlo. Quando il giovane Potter si trova a dover affrontare una paura così grande, un pericolo così importante trova nel saggio insegnamento di Remus Lupin una strada da percorrere, una strada che gli permette di capire che l’apparente condanna del destino può essere mutata e che l’ultima parola non è sulle fauci del Dissennatore, ma sulla punta della sua bacchetta che guidata dalle parole Expecto Patronum dona un’altra possibilità, una voce più forte della voce di Voldemort che il Nostro sente quando è a tu per tu con la terribile e inquietante ombra della disperazione.
Giovanni Covino



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