La sofferenza è una sorta di pungolo che porta l’uomo a toccare con mano o meglio a sentire sulla propria pelle la propria finitezza. Questa “precarietà ontologica” conduce l’uomo alla stringente necessità di trovare un senso alle proprie vicende e rompere la catena infinita di domande che albergano nella mente e nel cuore di ogni essere umano.
Giobbe è, in questo senso, un uomo esemplare: riesce a tradurre in parole l’enigma della sofferenza quando si confronta con gli amici – che lo accusano di essere un peccatore e di subire giustamente la pena – e con Dio, Sapienza infinita.
Ecco, tutto questo ha visto il mio occhio, / l’ha udito il mio orecchio e l’ha compreso. / Quel che sapete voi, lo so anch’io; / non sono da meno di voi. / Ma io all’Onnipotente voglio parlare, /con Dio desidero contendere. / Voi imbrattate di menzogne, siete tutti medici da nulla. / Magari taceste del tutto: / sarebbe per voi un atto di sapienza! / Ascoltate dunque la mia replica / e alle argomentazioni delle mie labbra fate attenzione (Libro di Giobbe, 13, 1-6).
Quanto appena letto potrebbe sembrare un azzardo: Giobbe – rispondendo ai suoi interlocutori – sembra quasi porsi al cospetto di Dio senza le dovute distanze, ma trattasi, in verità, di un atto di umiltà – come le pagine seguenti del discorso mostrano. Egli sa di non essere pari a Dio, anzi il coraggio di discutere con l’Onnipotente riposa proprio sul timore di Dio, sull’aver riposto tutta la sua speranza nella Sapienza infinita che tutto governa.
Tu scrivi infatti contro di me sentenze amare / e su di me fai ricadere i miei errori giovanili; / tu poni in ceppi i miei piedi, / vai spiando tutti i miei passi / e rilevi le orme dei miei piedi. / Intanto l’uomo si consuma come legno tarlato / o come un vestito corroso da tignola (13, 26-28)
Giobbe è consapevole di ciò che è. Sa che la Sapienza regge e governa ogni cosa e il capitolo successivo del testo è un prezioso tesoro di saggezza che completa quanto diceva nei versetti precedenti. Nel suo commento al capitolo 14, Tommaso d’Aquino pone al centro proprio la consapevolezza del proprio essere creatura di cui sopra, ma, allo stesso tempo, la diversità dell’uomo rispetto agli altri essere viventi.
Non è conveniente che gli uomini si corrompano allo stesso modo degli altri esseri fisici. Questi infatti scompaiono definitivamente, per cui non rinascono numericamente gli stessi. L’uomo, invece, benché se ne corrompa il corpo, tuttavia quanto all’anima, rimane, perché essa è di natura superiore a tutto il genere delle cose materiali, e così sussiste la speranza di rivivere.
Tommaso d’Aquino, Commento al Libro di Giobbe, cap. 14, par. 16
Giobbe, infatti, proprio ponendo domande, “discutendo” con Dio, confutando gli amici, mostra la singolarità ontologica dell’uomo, il suo essere persona che è, poi, la radice della speranza che anima questa pagina dell’Antico Testamento. Difatti, nella sua opera, Tommaso prosegue con la dimostrazione della superiorità dell’essere dell’uomo riferendosi alle «due caratteristiche in base alle quali l’uomo eccelle su tutte le creature inferiori»: il dominio dei propri atti (libertà) e la conoscenza (intelligenza).
Questa singolarità ontologica è ciò che permette all’uomo di vivere le proprie sofferenze, di guardare in faccia l’enigma della morte; e permette altresì all’altro di comprendere il proprio simile nonché di aiutarlo nel bene, per il bene e in vista dell’unico Bene.
Giovanni Covino



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