Amico lettore, è il momento di mettere da parte i tuoi pressanti impegni e di emergere dal vortice dei tuoi affanni. Smetti per un po’ di pensare ai problemi che ti preoccupano e rimanda a dopo le occupazioni che ora tanto ti impegnano.
Anselmo, Proslogion, I
Questa parole tratte dal Proslogion, una delle opere più importanti del filosofo e teologo Anselmo d’Aosta (1033/34-1109), sono una sorta di manifesto del filosofare: chi, infatti, vuole riflettere sull’esperienza che facciamo, sulla propria vita, deve necessariamente mettere da parte le preoccupazioni e, in un certo senso alleggerirsi, per affrontare la difficile scalata verso la vetta del Senso.
Cosa vuol dire questo? Vuol dire – come spiega ancora Anselmo – trattare la propria interiorità come una cella silenziosa, mettendo da parte tutto ciò che conduce lontano dalla verità. Certo, l’invito di Anselmo è l’invito di un cristiano, di un monaco con una profonda e sincera religiosità, di un pastore che guida i suoi fedeli, ma questo non deve generare nel lettore una visione pregiudizievole, anzi – come mostra Coloman Viola nel suo libro Anselmo d’Aosta. Fede e ricerca dell’intelligenza (Jaca Book, Milano 2000, pp. 158) – l’opera di Anselmo ha uno spessore teoretico notevole, una delle espressioni più alte del pensiero medievale.

Il testo espone con chiarezza e precisione il metodo di ricerca anselmiano attraverso la puntuale analisi delle sue opere: Viola analizza dapprima il Monologion (cap. II) e il Proslogion (cap. III), per poi passare ai dialoghi De grammatico, De veritare e De libertate arbitrii (cap. IV) e, infine, terminare con il Cur Deus homo (cap. V).
Il volume si apre con un’importante Avvertenza metodologica (cap. I) – che si sofferma in modo particolare sulle diverse interpretazioni del pensiero di Anselmo – e si chiude con un breve capitolo sull’attualità del pensatore medievale (epilogo) – in queste pagine Viola sottolinea l’importanza della riflessione anselmiana in relazione al problema dell’ateismo e per un confronto con altre religioni (in modo particolare con l’Islam).
Tutti i capitoli – come dicevo – sono ben scritti e, anche se per forza di cose concisi, sono chiari e ben strutturati: insieme sono un ottimo invito alla lettura delle opere di Anselmo.
Oltre ai classici testi che riguardano Dio – Il Monologion, quale ascesa metafisica che dall’esperienza della molteplicità degli enti conduce al Sommo ente, e il Proslogion, quale riflessione su «Ciò di cui non si può pensare nulla di più grande» – Viola riserva la giusta attenzione ai dialoghi partendo dal De grammatico.
In questo testo, Anselmo si occupa nello specifico del tema della “significazione”, ma è una trattazione per così dire “strumentale”: l’obiettivo principale del Nostro rimane sempre la meditazione e la contemplazione di ciò che più conta nella propria vita, non è un vuoto esercizio dialettico. Infatti, «pur essendo in se stessa una scienza profana, la dialettica è assunta in Anselmo dalla fede che esige la ricerca delle ragioni» (p. 85, corsivo mio).
È un punto molto importante perché permette di apprezzare l’impalcatura concettuale di Anselmo e, allo stesso tempo, comprenderne la cornice storico-teoretica: la riflessione filosofica non è un mero esercizio linguistico né un crogiolarsi nelle proprie capacità raziocinanti, bensì una ricerca focalizzata sulle cose di cui facciamo esperienza e il tentativo di trovare la causa. Per questo il metodo anselmiano è una decisa dichiarazione di realismo: l’uomo fa retto uso della sua intelligenza, delle sue capacità quando segue l’ordine della realtà ed evita di chiudere quest’ultima in inutili reticoli concettuali.
La teoria della significazione si applica anzitutto allo studio delle relazioni tra le parole (voces) e le cose (res). Era già il problema centrale del procedimento dialettico del Proslogion: stabilire la relazione tra l’enunciato (aliquid quo nihil maius cogitari possit) e due gradi d’essere, ossia 1) esse in intellectu e 2) esse in re.
Viola, Anselmo d’Aosta, p. 85
Questo permette – come si evince dalla citazione – di leggere correttamente l’unum argomentum del Proslogion: Anselmo ha sempre un referente reale, non è mai chiuso nel proprio pensiero, sa sempre che il concetto è un mezzo concepito appunto dall’intelletto partendo dall’esperienza e ritornando ad essa. L’analisi dell’«Id quo maius cogitari nequit» è l’analisi di ciò che l’uomo raggiunge dopo aver fatto esperienza della molteplicità del reale, delle diverse “grandezze” presenti nel mondo che, come una scala, conducono alla “Grandezza”.
Giunti a questo punto l’uomo si trova tra due impossibilità: l’impossibilità di pensare questa Grandezza come non esistente e l’impossibilità di esperirla concettualmente per i nostri limiti. L’intelligenza, sempre aperta al reale, si apre così alla fede che permette all’uomo, al monaco, al pastore Anselmo di presentare la propria esperienza di vita e l’unità del proprio pensiero che mette insieme filosofia, teologia e mistica, come si evince dalle parole che concludono il Proslogion:
Ma io, anche senza comprendere, Ti chiedo, o Dio, di far sì che io possa conoscerti e amarti per godere di Te. E se, in questa vita, non lo posso in modo pieno, possa io progredire ogni giorno finché giunga alla pienezza. In questa vita progredisca in me la conoscenza di Te, nella vita eterna diventi piena.
Anselmo d’aosta, Proslogion, XXVI
Giovanni Covino



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