L’ultimo libro di Paul Auster (New Jersey, 1947), Baumgartner, è una sorta di diario, una cronaca della memoria in cui il protagonista, il professor Seymour Baumgartner, parla di sé al mondo in modo autentico, schietto, franco.
Dopo l’imponente romanzo 4321, Auster propone ai lettori un testo asciutto che, nella sua linearità, racconta la vita di uomo che ha perso la moglie (è vedevo da 10 anni) e che vive «immerso nel mondo di Ieri, a rimuginare» (p. 53). Non ci sono però elucubrazioni sul lutto che appesantiscono il testo, ma una descrizione fedele di un evento traumatico subito e le conseguenze sulla vita quotidiana. Baumgartner si sente, dopo la perdita della moglie Anna, come «un moncone umano, un mezzo uomo che ha perso la metà di se stesso che lo rendeva intero» (p. 23).

Come accennavo, il testo non è solo una narrazione del lutto, della perdita, ma è, soprattutto, a mio avviso, l’esaltazione del legame autentico tra marito e moglie o, in generale, tra gli uomini. In una recente intervista, è lo stesso autore a parlarne:
«I nearly called the book Phantom Limb», Auster says. «It’s such a powerful idea. That connection we have with other people and how vital they are to our lives. The importance of love. It can be hard for us to talk about it the way it deserves to be talked about» (The Guardian).
Quindi, se da un lato il testo è uno spazio per la memoria, anzi traccia le linee di una vera e propria “filosofia della memoria”; dall’altro lato, Baumgartner esalta la realtà di quel legame profondo, lo evidenzia tanto da ringraziare Dio per «tutte quelle splendide sonate mattutine, quando si svegliava al suono delle dita di Anna che martellavano sui tasti» (p. 36).
In questo senso le pagine di Auster sono un esercizio del ricordo che è, allo stesso tempo, un ringraziamento. Potremmo dire Gedenken ist Danken, parafrasando una nota espressione del filosofo tedesco Martin Heidegger (Denken ist Danken). Gedenken ist Danken, ricordare è ringraziare.
In questo modo, il ricordo diventa per il lettore una via per accedere ad una dimensione più autentica, nella quale interrogarsi sinceramente sulle cose essenziali della vita e sul mistero che essa custodisce.
Giovanni Covino



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