Il male può essere raccontato in diversi modi. Claire Keegan, in questo suo piccolo libro, ha deciso di descriverlo con discrezione. Piccole cose da nulla (Einaudi, Torino 2022, pp. 91) è, difatti, un ritratto misurato ma non per questo meno profondo del fenomeno irlandese delle case Magdalene.
Queste istituzioni nacquero per far fronte a problemi sociali di rilievo: povertà, isolamento, prostituzione; si trattava, insomma, di rispondere alle esigenze di quelle persone problematiche al fine di evitare la violenza, la strada, la delinquenza o di cadere in un baratro di angoscia e disperazione.
Tuttavia – come accade spesso per tutte le cose che ci riguardano – l’attuazione dei progetti non segue il piano delle intenzioni.
Il libro di Keegan si propone di parlare proprio di questo iato. E lo fa – come dicevo inizialmente – con discrezione e profondità.
La vicenda è narrata dal punto di vista del protagonista Bill Furlong, un uomo «arrivato a quarant’anni ma [che] gli sembrava di non andare da nessuna parte né di fare progressi di nessun tipo e ogni tanto non poteva fare a meno di chiedersi che senso avevano le giornate». La realtà intorno si presenta all’uomo interrogandolo sempre, sia quando è a casa con la famiglia sia quando si reca al lavoro per la fatica di ogni giorno.
Le stesse descrizioni del quotidiano, dei paesaggi, degli incontri sono espressione di questa ricerca, nascono dall’esigenza di dare senso alle cose, alla propria vita, al mondo.
La mattina seguente, quando Furlong si svegliò e sollevò la tenda, il cielo era stranamente vicino, con poche e vaghe stelle qua e là. Per strada un cane stava leccando qualcosa da una lattina, spingendola col naso sul marciapiede gelato, facendo rumore. Le cornacchie erano già sveglie e sfilavano sul selciato emettendo brevi gracchi aspri e una serie di craaaa piú lunghi ed eloquenti, come se trovassero il mondo un luogo abbastanza deplorevole.
Piccole cose da nulla, p. 44.
Andando oltre le semplificazioni ideologiche, la scrittrice parla del mondo interiore di Furlong che, nel racconto, fa i conti con il sentimento morale che alberga nel suo cuore, le cui esigenza si fanno sempre più pressanti.

Mentre proseguivano e incontravano altre persone che conosceva e non conosceva, si ritrovò a domandarsi che senso aveva essere vivi se non ci si aiutava l’uno con l’altro. Era possibile tirare avanti per anni, decenni, una vita intera senza avere per una volta il coraggio di andare contro le cose com’erano e continuare a dirsi cristiani, a guardarsi allo specchio?
Piccole cose da nulla, p. 89
Il racconto della scrittrice irlandese è, quindi, il tentativo di riempire il «un senso di vuoto» (p. 72) presente nella vita marchiata dal dolore: cerca di farlo rispondendo all’ultima domanda e venendo incontro alle esigenze presentate dalla voce della coscienza.
Al termine, il lettore si troverà tra le mani la ricchezza di quelle “piccole cose da nulla”, quelle cose che ci rendono, in fin dei conti, uomini.
Pensò alla signora Wilson, alla sua quotidiana bontà, a quanto lo avesse corretto e incoraggiato, alle piccole cose da nulla che aveva detto e fatto e si era rifiutata di fare e dire, e a quello che sicuramente sapeva, quelle cose che, messe tutte insieme, equivalevano a un’esistenza.
Piccole cose da nulla, p. 90
Giovanni Covino



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