Il Metaverso è, per molti, la nuova terra promessa. L’ideatore di Facebook, Mark Zuckerberg, con questo “oltre” ha pensato ad una vita ibrida, vale a dire una vita potenziata dove online (o virtuale) e offline (o reale) si incontrano dando vita ad un nuovo mondo grazie al supporto delle moderne tecnologie che si fondano sulla c.d. intelligenza artificiale.
Progetto ambizioso e affascinante. Per alcuni, l’idea – rivoluzionaria da più punti di vista: sociale, culturale, antropologico – è da condividere in toto e diffondere quasi come nuovo evangelo.
Sicuramente non è così per Mauro Crippa e Giuseppe Girgenti, autori di un volume recentemente pubblicato dalla casa editrice Piemme: Umano, poco umano. Esercizi spirituali contro l’intelligenza artificiale.
Non si tratta, naturalmente, di un testo che demonizza lo sviluppo tecnologico. Sin dalle prime pagine, gli Autori dichiarano che «la tecnologia di per sé non è antiumana. È figlia della scienza, la quale a sua volta è figlia della filosofia, poiché essa non è altro che un impulso al sapere; la tecnica di per sé è un fatto umano» (p. 17).

Non è come detto una demonizzazione, ma un richiamo semplice e, direi, genuino ad avere contezza di un fatto: «una cena vale più di mille chat» (p. 71).
Evitando ogni banale ed inutile riduzionismo, il lettore viene posto dinanzi ad un interrogativo che riguarda la sua stessa essenza di uomo e, da qui, è condotto ad interrogarsi sulla sua futura presenza come uomo, corpo e anima, senza cadere in una degenerata forma di sopravvivenza e nell’illusione che il progresso tecnologico possa essere la nuova pietra filosofale. Il primo passo da compiere per uscire fuori da questa illusione risiede nel vivere con consapevolezza queste realtà, non rinunciando al nostro proprium di esseri morali, quindi responsabili; essere consapevoli che, in realtà, non c’è nulla di intelligente nella c.d. “intelligenza artificiale” se non l’uomo che l’ha prodotta. È una distinzione importante da fare per comprendere che un algoritmo, per quanto complesso, resta pur sempre un prodotto: «il grande rischio dell’IA non è che essa diventi come l’intelligenza umana, ma semmai il contrario: che l’intelligenza umana smarrisca le sue caratteristiche peculiari e si appiattisca su quella artificiale, venendone travolta» (p. 15).
Come evitare questo pericolo?
Crippa e Girgenti propongono dieci esercizi spirituali, i cui titoli «suonano come gli antichi precetti delfici dei sette sapienti: conosci te stesso, sii te stesso, godi te stesso, cura te stesso, ama te stesso, narra te stesso…» (p. 27). Tutti i titoli sono, poi, un ritorno «ai grandi autori della classicità» che, con le loro riflessioni, permetterebbero all’uomo, nell’età della digitalizzazione, di custodire la parte più nobile di sé, evitando – da un lato – inutili estremismi e – dall’altro – di cadere nella vuota e anonima dimensione del virtuale che, tra un like e l’altro, non permette di gustare la profondità e la ricchezza di quelle trame – fatte di ragione, sentimenti, passione, cadute, limiti, gioie, paure… – che tessono la nostra vita nel tempo che ci è dato (non dall’IA).
Giovanni Covino



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