Nei due articoli precedenti (vedi sotto), ho definito riduttivo porre IT nella sola categoria del romanzo horror. Il testo, difatti, affronta numerosi temi che, non potendo essere ricondotti – per intenderci – alla sola immagine del “clown” che spaventa e uccide, inducono il lettore ad un esame attento delle pagine che, con innumerevoli suggestioni, tessono una trama di grande interesse ed estremamente affascinante.

Se non hai letto la prima parte della recensione:
Se, con pazienza – e bisogna averne tanta visto che il testo nella versione italiana (edizione Pickwick Big) è di 1200 pagine -, si procede nella lettura, ci si accorge che Stephen King ha voluto descrivere un mondo nei minimi particolari, un micro-universo fatto di relazioni e di esperienze che riguardano per lo più aspetti traumatici dell’esistenza umana.
Tuttavia, quello che a mio parere emerge è la necessità del confronto con questo mondo traumatizzato e traumatizzante: man mano che il testo procede diviene sempre più pressante e necessario questo richiamo, come quando viene narrata la discesa nelle fogne, sotto la città, nella parte quinta. Qui ci si rende conto che si deve far fronte all’incubo, capire pienamente la sua natura e riappropriarsi della vita:

«Devo ridiventare bambino, pensò [Bill] forse non tanto irrazionalmente. È l’unico modo che ho per impedire che It mi faccia impazzire. Devo ridiventare bambino, devo accettarlo. Anche se non so come» (p. 1106).
Alzarsi e guardare in faccia la propria paura.
Viverla. Comprenderla. Superarla.
«Ben udì il suo miagolio vorace, guardò nei suoi occhi rossi, malvagi e senza tempo…e per un istante vide la forma dietro la forma: vide luci, vide un essere peloso, formicolante e infinito che era fatto solo di luce e nient’altro, luce arancione, una luce morta che imitava la vita. Il rito ebbe inizio per la seconda volta» (p. 1106).
Questo aspetto di It, di una luce morta che imita la vita, sembra ricalcare il classico concetto di male come assenza di bene, un male che si nutre delle distorsioni della realtà, come un parassita che si crede superiore all’essere di cui si nutre. Una falsa superiorità che tuttavia viene smascherata quando finalmente la luce prevale e l’oscurità viene annientata.
Nel testo questo è rappresentato da un altro essere di fantasia, la Tartaruga, che quando parla annienta completamente la voce di It (cfr. p. 1111), svelando in questo modo la sua ingannevole superiorità e apparente imbattibilità.
Non è necessario scomodare temi di natura metafisico-teologica in questa sede, ma questo serrato confronto con la forza bruta di It potrebbe ben rappresentare una lotta contro qualunque aspetto della propria esistenza che si tramuta in un vortice di annientamento e che pare, agli occhi di chi lo subisce, impossibile da superare (dalle dipendenze di ogni genere al lutto). Naturalmente, non è così.
Tutti possono concludere questo itinerario da vincenti in sella a Silver: «Urlando, sprizzando lacrime dagli occhi, Bill schiacciò ripetutamente la tromba di Silver e sentì i suoi [di Audra] starnazzi imprimersi nella luce fulgida del giorno» (p. 1199).
[Fine].
Giovanni Covino



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