Dio è Logos che educa. Una riflessione a partire dalla lezione di Ratisbona

«…visto dal di fuori, l’uomo è qualcosa di piccolo, fragile e caduco,

per cui susciterebbe stupore la cura di Dio per l’uomo

se in lui non si celasse qualcosa capace di eternità»

Tommaso d’Aquino, Commento al libro di Giobbe, cap. VII.

L’argomento “religione” è stato, è e sarà un argomento tanto importante quanto delicato. Nel corso della storia, difatti, non sono mancati episodi inquietanti che hanno portato alla condanna della religio e dell’homo religiosus, e a rendere sempre più pressanti quesiti del tipo “la religione è sempre accompagnata dalla violenza?” oppure “c’è spazio, nel discorso religioso, per la ragione?”.

Ovviamente, nel breve spazio di un articolo, non è possibile dare una risposta esauriente a queste domande, non è possibile, per dirla in termini tecnici, una fenomenologia della religione. È tuttavia possibile abbozzare una risposta facendoci guidare anche dalla riflessione, acuta e precisa, di Damiano Alberini presente nelle pagine di un suo recente studio che reca il titolo di Dio è lógos che educa. Una riflessione pedagogica a partire dalla lezione di Ratisbona (Aracne, Roma 2019). In questo testo, Alberini ripercorre gli snodi concettuali più importanti dell’intervento al fine di evidenziare «il contributo [di Ratzinger] per un autentico e fondamentale dià-lógos non solo tra ragione e fede, tra filosofia e teologia, ma anche all’interno del dibattito culturale e religioso» (p. 7).

Procediamo con ordine.

Il primo dato da tener presente, e su cui riflettere, è il seguente: l’uomo è un essere che da sempre ha cercato di trovare un senso alla propria vita e ha cercato di instaurare un rapporto con l’Essere che spiega l’intera realtà, Essere che comunemente chiamiamo Dio:

«Tra tante specie nessun animale, al di fuori dell’uomo, ha una notizia qualsiasi della divinità, e non c’è fra gli stessi uomini nessuna gente così selvaggia e feroce, che sebbene ignori come si debba concepire Dio, non si rende conto che bisogna ammettere l’esistenza» (Cicerone , De legibus, I, 24).

In altri termini l’uomo ha sempre avuto la percezione della presenza di una divinità, cercando di instaurare un rapporto con questo Essere.

Questo fenomeno è il fenomeno della religione naturale. Il rapporto uomo-divinità si è tradotto e si traduce ancora nel culto, cioè in quegli atti con i quali onoriamo la divinità. Tutto questo ci fa capire che l’essere umano è un essere religioso, la religiosità fa parte della sua stessa essenza (su questo argomento si può leggere R. Rossi, Fondamento e storia. Essenza e forma della religione, Roma 2005). Dire questo non vuol dire, of course, che ogni forma di religione sia giusta e che tutte le religioni si equivalgano, vuol dire solo evidenziare un fatto, un dato che fa parte del patrimonio comune dell’umanità.

Ora, proprio perché la religione è tale, bisogna che gli atti che la contraddistinguono siano regolati dalla ragione, non dobbiamo infatti dimenticare che l’uomo è persona, essere dotato di intelletto e volontà. Abdicare alla ragione significa misconoscere la propria natura. Detto ciò possiamo quindi dire che ogni atto religioso è sbagliato (e da condannare) quando esso contrasta con i principi della ragione; quando esso diviene, in altri termini, un atto frutto solo della propria idea di Dio e per questo fanatico. I fondamentalisti di ogni religione con le loro azioni non fanno altro che mostrare quanto appena detto: la violenza, infatti, non è che un atto di sopraffazione fisica e/o morale, esercitato per costringere qualcuno ad accettare o rinunciare a determinate cose, valori ecc., la qual cosa è evidentemente lontano dalla verità della ragione che riconosce all’uomo la libertà: non si può infatti essere costretti ad abbracciare una fede; la scelta, proprio perché tale, è libera e frutto di una personale ricerca che deve solo tener conto delle verità che la ragione raggiunge con le proprie forze (come, per fare qualche esempio, l’esistenza di Dio e l’esistenza di una legge morale naturale) e, successivamente, vagliare la credibilità di una testimonianza di un determinato credo religioso.

È questo, a mio parere e credo sia questo anche il parere di Alberini, il cuore della lezione che Benedetto XVI tenne a Ratisbona. In quell’occasione, difatti, Ratzinger pose la propria attenzione proprio sull’essenza della religione, mostrando che la vera religiosità non è mai in contrasto con la ragione e i suoi principi, poiché agire contro ragione vuol dire agire contro Dio.

Proprio tenendo conto di ciò è possibile, da un lato, condannare il fanatismo e le sue azioni, dall’altro salvare la religione e aprire, così, lo spazio per un dialogo serio e per la ricerca della vera religione, unica in grado di rispondere pienamente alle domande che albergano nel cuore di ogni uomo:

«L’occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori».

Questo coraggio è anche il fondamento di qualsiasi confronto e, naturalmente, di qualsiasi proposta educativa seria: è in definitiva questo il messaggio ultimo del lavoro di Alberini che si pone nel solco di una tradizione millenaria che fa del dia-logo il fondamento della ricerca, una ricerca che non si perde in un vuoto girare e rigirare, nello sterile chiacchiericcio di una pseudo-intellighenzia, ma si fonda su una passione viva, concreta, incarnata per la Verità.

Giovanni Covino

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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.