Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce – parte 2: filosofo di nulla accademia

Giancristiano Desiderio – come dicevo nel precedente articolo (se non hai letto clicca qui) – con la sua Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce consegna al grande pubblico un lavoro di grande importanza per la comprensione della riflessione di uno dei maggiori intellettuali del Novecento.

Talvolta, la presunzione di conoscere sostituisce la conoscenza stessa: è proprio questo che è accaduto – secondo l’Autore – alla riflessione crociana che posta all’interno della categoria del “neo-idealismo italiano” viene, spesse volte, considerata una ripetizione sterile di un passato superato. Simile sorte toccò al filosofo e teologo del XIII secolo, Tommaso d’Aquino, che per molti non fu che semplice ripetitore dell’opera aristotelica.

Nessun parallelo voglio qui instaurare tra i due pensatori, ma solo dire che “etichettare”, “categorizzare” di certo aiuta il lavoro di comprensione, ma allo stesso tempo semplifica e, a volte (il più delle volte), snatura. L’etichetta, in definitiva, non è la realtà.

Per questo, io, che di certo non posso dirmi crociano, mi sono accostato al lavoro di Desiderio con la curiosità dello studente universitario, la curiosità di chi vuole capire come stanno le cose e, soprattutto, cosa Croce può dire all’uomo di oggi, stimolato dalle dichiarazioni programmatiche dell’Autore: «Le opere di pensiero della filosofia dello spirito, come le cose minori, si schiariscono e comprendono se sono viste sorgere dalla loro radice esistenziale giacché il pensiero crociano non è accademico ma nasce dalla vita per la vita» (BF, 42).

È questo uno degli aspetti che più colpiscono: la ricerca filosofica non si presenta come l’elaborazione di una rete concettuale che ingabbia la realtà, ma è una lettura, un intus-legere, che parte dalla realtà e alla realtà ritorna. Circolo virtuoso che mai deve essere rotto, pena l’allontanamento della filosofia dal «pensamento dei fatti» (BF, 59) e lo smarrimento nelle fitte nebbie di una vichiana «boria dei dotti». In questo senso, Desiderio pone Croce tra i filosofi che si sono sporcati le mani lavorando nel concreto, contro la c.d. “purezza” del sublime filosofare:

«La forza della vita – la Vitalità – è sì ambigua e può essere terribile, con le passioni esagerate, gli irrazionalismi, i crimini, i fanatismi, le malattie, ma lì è anche la radice imprescindibile dell’opera e della civiltà. Vita e opera sono in una qual certa corrispondenza: la vita ha bisogno di tradursi in opera per non perdersi e disperdersi e l’opera ha bisogno della vita, che senza non è concepibile. La vita, pur forte e demoniaca, è cosa molto fragile e incerta; l’opera nascendo dalla vita si porta dietro qualcosa della genitrice, ma altro modo per creare qualcosa di sensato oltre che duraturo non pare esserci. Agli amici che cercano il trascendente come un rifugio dai mali di questo mondo, Croce dice che in loro vede se stesso quando il trascendente si presentò a lui in due occasioni: nella veste della vecchia fede religiosa e nell’abito della nuova fede laica. La fede in un Dio trascendente la perse nell’età adolescenziale e maturò l’idea di una verità non più extrastorica ma storica perché in una verità così concepita è la possibilità di accordarsi con la vita […]» (BF, 53).

Questo calarsi nella storia risulta essere uno dei punti fondamentali dell’opera crociana. Dubbio è, a parere di chi scrive, che il trascendente sia solo una fuga dalla realtà, una magra consolazione, cieca di fronte ai fatti del mondo, al male, all’orrore, ma su questo ritorneremo con un giudizio più attento dopo la lettura delle restanti pagine di questa biografia filosofica che consiglio vivamente.

Giovanni Covino

[fine seconda parte – continua]

Risposta

Lascia un commento



Segui il blog anche sulle maggiori piattaforme Podcast

Creato con WordPress

Giovanni Covino, autore e curatore del blog.