Casamicciola, 28 luglio 1883. Ore 21:30.
La terra si aprì, si squarciò e inghiottì, in un devastante boato, tutto quello che era su di essa poggiato. In quel tragico evento, il filosofo Benedetto Croce perse gli affetti più cari.
«Rinvenni a notte alta, – scrisse Croce anni dopo – e mi trovai sepolto fino al collo e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò ch’era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco» (in Memorie della mia vita, citato in BF, 78).

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Parte 2: Filosofo di nulla accademia.
Immagine: Christian Wilhelm Allers: “La bella Napoli” (1893) – “Casamicciola” 10 anni dopo il terremoto.
Una descrizione quasi onirica, ma che di onirico ha ben poco: la vita di Croce – e di tanta gente – venne completamente stravolta da quella tragedia che fu così grande da divenire, nel parlato comune, sinonimo di “distruzione” con espressioni “è successa una Casamicciola” o “far Casamicciola”.
Croce lo visse sulla propria pelle e nel fondo della sua anima continuò a sentirlo fino alla fine della sua esistenza.
È in questo sentire che possiamo rintracciare l’idea di una filosofia quale esercizio. L’uomo che la pratica ha uno scopo: “imparare a vivere” o – come insegna Platone – “imparare a morire”. Trattasi della doppia faccia di una medesima medaglia: il “dar sapore alla vita” – nel senso classico è questo l’aspetto sapienziale dell’indagine metafisica (il latino sapĕre) – è nient’altro che tentare di dire qualcosa sul fine, sul senso, in definitiva un interrogarsi sulla vita e, di conseguenza, sull’enigma della morte che rode, inevitabilmente, il tempo che ci è stato concesso.
Giancristiano Desiderio, nel suo primo volume su Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce, dedica molte pagine a questo esercizio, a questo modo di intendere la filosofia da parte del filosofo Napoletano: non si tratta di «una dottrina da apprendere per far lezioni agli altri, bensì come la necessità della chiarezza mentale per vedere meglio in sé e nelle cose e condursi un po’ meglio nella vita e per il mondo» (BF, 61). L’incerto cammino dell’uomo e la filosofia quale “nocchiere in gran tempesta” di ciceroniana memoria.
Desiderio mostra a più riprese come la riflessione crociana nasca dalla vita, emerga da quel miscuglio di eventi e passioni che necessita di gran rigore per venirne a capo o quantomeno per riuscire ad orientarsi.
La tragedia del “tremuoto” di Casamicciola è un’esperienza cruciale per il filosofo che si ritrova a 17 anni orfano e con un tempo informe tra le mani da plasmare: «Dopo la tragedia di Casamicciola il giovane Croce dovette accettare la dolorosa realtà, e l’angoscia da superare divenne la stessa ragione di vita. La radice della filosofia di Croce è, come scrive egli stesso nel Contributo, in riferimento al suo secondo anno romano e all’incontro con Antonio Labriola, il suo “angoscioso bisogno di rifarmi in forma razionale una fede sulla vita e i suoi fini e doveri” (BF, 81).
In altri termini, la filosofia quale esercizio per addomesticare “l’angoscia selvatica e fiera”, per attutire il frastuono di quel boato, per riempire il vuoto generato…
Giovanni Covino
[fine terza parte – continua]



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