Ritratti di filosofi. Emanuele Severino: negare l’infinito, parte 1.

Ricevo e pubblico con piacere questa serie di articoli di Dario Rinaldi sulla riflessione teoretica di Emanuele Severino (1929-2020), uno dei più importanti filosofi italiani del XX e XXI secolo. Il pensiero di Severino si sviluppa come una critica radicale alla tradizione occidentale, proponendo, nella pars costruens, una filosofia centrata sull’eternità dell’essere, ispirata a Parmenide, ma reinterpretata in una forma originale e moderna. Rinaldi – autore tra l’altro di un imponente studio sulla struttura originiaria dell’essere (per maggiori informazioni clicca qui) – in questo saggio mette a nudo la fragilità teoretica della riflessione severiniana, analizzandola con acume e precisione logica [Giovanni Covino, autore e curatore di Briciole filosofiche]


Il pensiero di Emanuele Severino, espresso a partire dalla pubblicazione del celebre saggio Ritornare a Parmenide (1964) e consolidato attraverso altri importanti scritti, ha sollevato vivaci e disparate critiche per la radicalità del suo contenuto, che – seppur non intendeva dirsi «metafisica» nell’accezione tradizionale della parola – comunque riesumava una locuzione per la quale ragione occidentale ha maturato una marcata idiosincrasia: quella della «verità incontrovertibile».

L’opera di Severino e il suo porsi al di fuori tanto delle correnti teoretiche odierne quanto da quella che è la storia del pensiero occidentale, ha avuto indubbiamente il merito di recuperare anzitutto la lezione greca sull’epistéme e sulla originaria circolarità di essere e pensiero, quali coordinate che fungono da base per un sistema di verità stabili, che la parabola gnoseologistica moderna aveva gravemente negato, con rilevanti conseguenze nel pensiero contemporaneo; l’eccedenza, per così dire, e il punto cruciale che ha diviso gli stessi interpreti del suo pensiero in materia di compatibilità con la dottrina cristiana, riguarda la nota identificazione di Dio e mondo – importando con la medesima l’immediato rifiuto della concezione dell’Assoluto come trascendente il mondo, propria del teismo classico – previa alla cancellazione di ogni differenza ontologica e alla proclamazione dell’eternità di ogni essente in quanto essente. La teoresi in questione, vertente su questi due nuclei principali, ha accresciuto nel corso degli anni la sua popolarità non solo tra gli specialisti ma anche presso coloro che non sono in possesso d’una vera e propria formazione filosofica – tanta l’efficacia comunicativa con cui il pensatore bresciano è riuscito a divulgare il contenuto dei suoi scritti, di solito caratterizzati da minuziose e sottili argomentazioni. Un altro considerevole elemento che riveste indubbiamente una funzione estimativa della dottrina severiniana sono i corollari del «pan-eternalismo», configurandosi specie nell’ultimo arco della vita del filosofo bresciano con accenti di profetismo e misticismo che, qualora non si abbia simpatia e approvazione per il suo contenuto, certamente per qualunque coscienza venente a contatto con quegli scritti esso non possa restargli indifferente.

La dottrina in oggetto è, infatti, esibente non solo una (apparente) fondazione teoretica dei suoi asserti – cosa rara nell’attuale coscienza filosofica, che si è incamminata progressivamente nell’ermeneutica e del pensiero debole sì da ripudiare il senso fortemente classico di filosofia come epistéme (che costituisce una spiegazione aggiuntiva del perché sia spesso così portata a equivocare il severinismo, senza sollevare confutazioni davvero pertinenti contro la sua costruzione) –, che more geometrico guida la formulazione anche della più semplice proposizione, ma altresì uno stile ridondante, poetico talvolta, che induce una compenetrazione tanto emotiva quanto logica nel familiarizzare con questo pensiero.

Di per sé sono dei pregi, a dire il vero che pochi pensatori hanno avuto lungo la storia, i quali rivestono un ruolo non accidentale affinché vi siano degli allievi sempre pronti ad accogliere (e difendere) un eventuale messaggio. Senza ombra di dubbio la coerenza è quel che, sollevandosi dal piano del semplice ascolto all’orizzonte teoretico, traspare dalla struttura severiniana dell’Essere, la quale s’imbastisce come un maniero inespugnabile tanto il rigore argomentativo che l’autore. Eppure, non di rado accade che siano proprio le mastodontiche costruzioni a celare, dietro la robustezza del legno e della pietra che li cingono, sentieri scoperti, che consentono di assalire il castello e i suoi tesori. L’«autocontraddizione» – che il pensatore suddetto ha sempre invocato contro coloro che minacciavano la fondatezza della sua dottrina, fortificata dai suoi corposi scritti e dalle deduzioni ivi contenute – si trova presente infatti già nell’edificio severiniano, inserita fin dalle stesse pagine de La struttura originaria (1958), quando si discorre sull’Intero (cfr. Cap. XII, pp.270-323). Un’autocontraddizione che, per certi versi, stupisce come non sia stata rilevata dalla maggioranza degli studiosi di questo e altri scritti, la quale sarebbe stata sufficiente a mostrare la gratuità delle obiezioni di Severino rispetto alla tradizione classica e scolastica, nonché a togliere fin dall’inizio ogni proposta circa la sua presunta conciliabilità con il teismo. Questa che qui si esibisce vorrebbe dirsi pertanto la «vera» confutazione della dottrina severiniana, poiché dal suo accertamento si perverrà alla demolizione stessa del severinismo quale conseguenza immediata. Col che non s’ignorano altre critiche fondate[1] e inoppugnabili, forse le poche davvero inerenti nel plesso di obiezioni che la dottrina in oggetto ha sollevato lungo questo mezzo decennio. Si è adoperata la precedente locuzione, poiché l’oggetto di questa disamina inerisce anzitutto alla figura speculativa dell’Intero, che nella metafisica classica è altro dall’Unità d’Esperienza – per cui l’affermazione della sua trascendenza si prospetta come una conseguenza necessaria – mentre nel prospetto severiniano è consustanziale a questa, sì che tra i due orizzonti sussiste solo una differenza di modo e non di essenza (l’immobilità del primo e la processualità della seconda, ergo la distinzione tra «apparire trascendentale» e «apparire empirico»). Da questo, che è il nucleo teorematico caratteristico del severinismo, si vuole quindi partire, per mostrare non già l’impossibilità del panteismo simpliciter come dell’univocismo, ma l’impossibilità del severinismo stesso come alternativa alla metafisica classica e scolastica. Per cui l’analisi che si andrà ad esporre nelle seguenti pagine desidererebbe anche giovare a una maggiore chiarezza in merito alla sostenuta compatibilità tra dottrina cristiana e pensiero severiniano – avanzata da autori contemporanei quali Giuseppe Barzaghi e Leonardo Messinese – poiché, come qui si cercherà di mostrare alla luce del concetto di Dio, esso, nel punto logico che assurge a chiave di volta dell’edificio teoretico, è nella sostanza inconciliabile con la visione cristiana (teistica). Per questo motivo, la posizione di chi scrive è formalmente affine a quella espressa da Cornelio Fabro nel lontano 1970 (quando egli fu chiamato per conto della Santa Sede ad esaminare minuziosamente la teoresi del filosofo bresciano), onde assertrice di una vera e propria incompatibilità tra dottrina cristiana e pensiero severiniano, che poi non è se non l’escludenza reciproca di teismo e panteismo – perché poggianti su due concezioni dell’Essere inconciliabili: l’una rigorosa e autenticamente fondata; autocontraddittoria, e per questo insostenibile, l’altra. Proprio dal senso dell’Essere conviene partire se si desidera seguire l’argomentazione severiniana previa all’eternizzare ogni realtà al di fuori della sola che il pensiero dovrebbe riconoscere come tale e alla repulsa della vertibilitas nihilum come effetto della «ragione alienata». E per discorrere dell’Essere è d’uopo prima ragionare intorno alla figura dell’Intero: soltanto così potrà individuarsi, accompagnato anche da riferimenti esegetici, l’autocontraddizione che ha accompagnato tutti i successivi sviluppi teoretici del filosofo bresciano, restando latente nella sua evidenza. Ulteriori appigli su cui imbastire una confutazione, quali: la differenza tra «apparire trascendentale» e «apparire empirico» , i semantemi di  «positivo e negativo» o addirittura «il principio di non contraddizione» – su cui molti contestatori si sono concentrati– sono invero secondari a quel che è il vero punto logico da cui il severinismo trae la sua pietra di fondazione (e per questo non sorprende che molte critiche si rivelano inconsistenti, se non addirittura generate da una equivocazione della dottrina in questione).

Ciò che accomuna infatti parecchie obiezioni contro la dottrina severiniana è spesso la negazione di uno dei due cespiti, o ambedue, su cui si fonda non solo la suddetta, ma anche tutte le proposizioni filosoficamente incontrovertibili: l’immediatezza logica e l’immediatezza fenomenologica (movendo argomentazioni che assumono le false premesse del kantismo o del relativismo per negare ipso facto il concetto di epistéme). Altre, più rigorosamente elaborate, sogliono ragionare intorno alla figura del «negativo», mostrando le contraddizioni incappantisi nel porre questa quale «momento essenziale» del positivo[2]  . E già questa seconda categoria si avvicina di più al nocciolo della questione, che potrà apparire in tutta la sua chiarezza solo discutendo dell’Intero e delle proprietà che Severino gli ascrive nel suo discorso.

La disamina qui presente, peraltro inedita e strutturantesi attorno a un contenuto diverso rispetto alle altre critiche, avrà un punto in comune con quelle di Bontadini e Vigna, nonché con la minuziosa (e, forse, frettolosamente accantonata) analisi di Fabro (nella foto a lato) – che lo stesso Severino ebbe a ricordare come la «comprensione più penetrante e più concreta del mio lavoro» –, onde nelle conclusioni emergerà sì la stessa denuncia fatta in particolare dal secondo e dal terzo, ma ottenuta inserendosi proprio nel cuore della concezione severiniana dell’Intero, prima ancora che della semantizzazione dell’essere (in merito alla quale le obiezioni di Fabro e Vigna costituiscono una preziosa materia di studio).

Concludendo questa introduzione, occorre ricordare in via preliminare che dal prospetto teoretico non è immediatamente autocontraddittorio affermare l’eternità di una molteplicità, e tanto più non è inconciliabile siffatta molteplicità eterna con la nozione di Dio – la teoria delle Idee ne è infatti un esempio. Il problema, che è poi il vero punto debole di tutta l’ontologia severiniana, è dato dall’assenza di subordinazione di detta molteplicità a un Principio trascendente, una consustanzialità intercorrente tra i due. Proprio su questo tema si concentra la presente trattazione, volta a mostrare come l’Essere – l’Infinito, ergo Dio – quale è stato tematizzato dal pensatore bresciano sia alcunché d’impossibile sul piano logico, poiché recante un’immediata e grave autocontraddizione.

Gli scritti su cui sarà effettuata la decostruzione sono le due colonne portanti del severinismo: La struttura originaria (La Scuola, Brescia, 1958) e la raccolta di saggi  Essenza del nichilismo (Adelphi, Milano 1972), aventi per argomenti la serie dei restanti solo ulteriori corollari o implicazioni di quel che si trova enunciato in queste due opere. Soprattutto La struttura originaria è lo scritto che, in quanto primo, riveste subito un’importanza documentale oltre che speculativa, posto che in essa, prima ancora di trovarsi preannunciata quella che pochi anni dopo sarà la Kehre sostenuta in Ritornare a Parmenide, contiene quella che è . Essa, riprendendo le parole dello stesso Severino, «rimane ancora oggi il terreno dove tutti i miei scritti ricevono il senso che è loro proprio».

Dario Rinaldi

[Continua]


[1] La prima che qui si desidera rammentare è la storica replica di Gustavo Bontadini, allorché egli osservò che, quand’anche fosse ammessa la repulsa del divenire, comunque resterebbe un milieu da non poter venir «eternizzato»: l’apparire A come alcunché ‘diverso’ dall’apparire B dello stesso essente – non potendo infatti disgiungere l’apparire dall’apparire (cfr. Conversazioni di metafisica, Vita e Pensiero, 1981, vol. II, p. 206). Un’altra e insuperabile refutazione è quella avanzata da Carmelo Vigna nel suo saggio di ontologia metafisica, che ha mostrato come nella dizione severiniana vi fosse una tacita identificazione di essere ed ente, onde il sillogismo in Barbara che si otterrebbe: «l’essere è e non può non essere; questo a è un essere, dunque non può non essere», declina l’Essere nell’accezione di ens commune contraddicendo (cfr. Il frammento e l’Intero, tomo II, Severino e l’ontologia neo-parmenidea, Orthotes, 2020)

[2]  Su questo tema, sono da menzionare la critica serrata di Giovanni Romano Bacchin ne: Originarietà e mediazione nel discorso metafisico, 1963, p. 110, cui si affiancano le osservazioni di Aldo Stella nella sua monografia sul relazionismo severiniano.

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