Il racconto La morte di Ivan Il’ič è uno dei testi più celebri di Lev Tolstoj.

Nelle pagine che lo compongono, lo scrittore russo si confronta con il mistero della vita: sì, della vita, perché la morte è l’evento ultimo del cammino terreno di una persona, ma è l’evento che permette anche di inquadrare ogni nostro giorno.
Già Platone parlava della filosofia come μελέτη θανάτου, un esercizio di meditazione per imparare a morire. Sembra un paradosso, ma non lo è: il racconto lo dimostra chiaramente. Possiamo, infatti, leggere questo breve scritto come un testo sulla consapevolezza della propria finitezza, un cammino verso una presa di coscienza essenziale.
«Ivan vedeva che stava morendo ed era in preda a una continua disperazione. In fondo all’anima sapeva che stava morendo, però non solo non si era abituato a quest’idea, ma non capiva neppure, in nessun modo poteva capire una cosa simile».
È questa comprensione che emerge lentamente dalle pagine. Tolstoj si sofferma su alcuni aspetti esteriori della vita del protagonista, ma questo indugiare sull’esteriorità è solo apparente: è una via che conduce il lettore ad una soglia, e varcata quella soglia, ci si trova dinanzi una riflessione profonda sul senso dell’esistenza, ci trova dinanzi all’enigma della condizione umana in tutta la sua crudezza.
«Aspettò solo che Gerasim avesse raggiunto la camera accanto e non si tenne più, scoppiò a piangere come un bambino. Piangeva sul suo abbandono, sulla sua terribile solitudine, sulla crudeltà degli uomini, sulla crudeltà di Dio, sul fatto che Dio non esisteva […] Ma che è stato? Perché? Non può essere. Non può essere che la vita sia così assurda, così schifosa. E se anche è tanto assurda e schifosa, perché morire e morire soffrendo? C’è qualcosa che non torna».
Quello che non torna è proprio la morte. La morte è la distruzione definitiva della persona? Oppure in quel desiderio profondo di vita, presente nel cuore dell’uomo, possiamo vedere un indizio di qualcosa di diverso, un “germe di eternità”?
In fondo, è questa la domanda che ha interrogato Ivan Il’ič nel suo ultimo atto ed è questa domanda che può dare un senso all’intera esistenza.
Giovanni Covino



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