Ricevo e pubblico volentieri questo contributo sul rapporto tra Seneca e cristianesimo. Il dialogo tra filosofia antica e cristianesimo non appartiene soltanto al passato, ma conserva una sorprendente attualità. Lucio Anneo Seneca, con la sua idea di filosofia come medicina dell’anima, e l’apostolo Paolo, con la sua concezione della fede come comunione con Cristo, offrono due prospettive diverse ma complementari sulla vita, il dolore e la felicità. Mettere a confronto stoicismo e cristianesimo significa interrogarsi su come la ragione e la fede possano ancora oggi illuminare l’esistenza umana, offrendo un cammino di autenticità, libertà e speranza.
L’Autore, Giuseppe Lubrino (1990), è un docente di religione e studioso del pensiero di Joseph Ratzinger. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Religiose e attualmente insegna a Torre Annunziata. Collabora con diverse riviste culturali e teologiche e ha già pubblicato tre libri: Introduzione al pensiero di Joseph Ratzinger: una paideia cristiana (2023), In cammino per la Quaresima con Benedetto XVI (2025) e Giovani, Fede e Identità: Un Percorso di Crescita con Benedetto XVI (2025).
Buona lettura [Giovanni Covino].
Lucio Anneo Seneca, filosofo stoico vissuto nel I secolo d.C., rappresenta una delle figure più affascinanti del pensiero antico per la sua capacità di coniugare rigore morale, introspezione psicologica e tensione spirituale.
La sua concezione della filosofia come medicina dell’anima anticipa, sotto molti aspetti, la visione cristiana della vita come cammino di purificazione e salvezza. “La filosofia è l’unico rimedio per le malattie dell’anima” scrive Seneca nelle Lettere a Lucilio (Ep. 2), sottolineando il ruolo terapeutico del pensiero razionale nel liberare l’uomo dalle passioni e dall’illusione dei beni mondani. In questo senso, lo stoicismo si propone come una scuola di vita, un esercizio quotidiano di disciplina interiore, volto a raggiungere l’eudaimonia, la felicità intesa come armonia con la natura e con la ragione.
Seneca affronta il tema del dolore con lucidità e coraggio. Per lui, la sofferenza non è un male assoluto, ma una prova che può rafforzare l’anima: “Nessuno è più infelice di colui che non ha mai affrontato l’avversità” (De Providentia, IV). Il dolore, se affrontato con virtù, diventa occasione di crescita morale. Tuttavia, questa visione si fonda sull’autosufficienza del saggio, sulla sua capacità di dominare le emozioni attraverso la ragione. È qui che il pensiero cristiano, rappresentato emblematicamente da San Paolo, introduce una svolta radicale. Per Paolo, la sofferenza non è solo una prova morale, ma una partecipazione al mistero della Croce. “Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza” (Romani 5, 3-4). La sofferenza cristiana non è da sopportare con distacco, ma da vivere con amore, come via di comunione con Cristo e di redenzione.
Il confronto tra Seneca e Paolo diventa particolarmente interessante sul piano antropologico. Seneca crede nella dignità dell’uomo come essere razionale, capace di elevarsi alla virtù attraverso l’esercizio della volontà. Paolo, invece, pur riconoscendo il valore della libertà umana, insiste sulla necessità della grazia: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Galati 2,20). Dove Seneca propone la padronanza di sé, Paolo propone l’abbandono fiducioso a Dio. Entrambi, però, condividono l’idea che la felicità non dipenda dai beni esteriori, ma da una trasformazione interiore. Seneca scrive: “Felice è colui che vive in accordo con la propria natura” (De Vita Beata, VIII), mentre Paolo afferma: “La nostra cittadinanza è nei cieli” (Filippesi 3,20), indicando una felicità che trascende il mondo e si radica nella comunione con Dio.
Non è un caso che, nella tradizione cristiana, Seneca sia stato considerato con rispetto e ammirazione. Sebbene il presunto scambio epistolare tra lui e San Paolo sia ritenuto apocrifo, esso testimonia il desiderio di trovare un ponte tra la saggezza pagana e la rivelazione cristiana. I Padri della Chiesa, come Agostino e Ambrogio, riconoscevano in Seneca una “figura preparatoria”, un pensatore che, pur non conoscendo Cristo, aveva intuito alcune verità fondamentali sulla condizione umana.
Nell’attuale scenario educativo e sociale, segnato da crisi valoriali, fragilità emotive e disorientamento esistenziale, il messaggio cristiano conserva una straordinaria attualità. La pedagogia dell’amore, fondata sulla dignità della persona, sulla solidarietà e sul perdono, può offrire una risposta profonda alle sfide contemporanee. Come afferma Papa Francesco: “Educare è introdurre alla totalità della vita” (Laudato si’, 213), un compito che richiede non solo competenze tecniche, ma anche una visione antropologica capace di integrare ragione e fede, libertà e responsabilità, interiorità e trascendenza.
In questo contesto, la filosofia come medicina dell’anima e il cristianesimo come pedagogia dell’amore possono convergere in un progetto educativo capace di restituire senso, speranza e profondità all’esperienza umana. Seneca e Paolo, pur appartenendo a mondi diversi, ci invitano a guardare dentro di noi, a coltivare la virtù, a vivere con autenticità e a cercare una felicità che non si misura in piaceri, ma in verità.
Giuseppe Lubrino
Bibliografia
- M. Foucault, L’ermeneutica del soggetto (Feltrinelli, 2003)
- G. Reale, Seneca e la filosofia come terapia dell’anima (Bompiani, 2004)
- A. Trabattoni, La filosofia antica e il cristianesimo (Carocci, 2017)
- E. Berti, La filosofia come stile di vita (Laterza, 2020)
- J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo (Queriniana, 2005)



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