Fulvio Di Blasi, Avv. Ph.D., membro del Comitaro scientifico della Società italiana di medicina. Ha diretto riviste, progetti e centri di ricerca interna-zionali. Ha insegnato filosofia in diverse università americane ed europee. È autore di centinaia di pubblicazioni, tra cui Dio e la legge naturale (1999-2021),
Conoscenza pratica, teoria dell’azione e bene politico (2006), Ritorno al diritto (2009), Questioni di legge naturale (2009-2021), La morte del Phronimos. Fede e verità sui vaccini anti COVID (2021), Vaccino come atto di amore? Epistemologia della scelta etica in tempi di pandemia (2022) e Politica, diritto e religione in tempo di COVID (2023). Con il suo ultimo lavoro, L’invenzione della razionalità filosofica, Di Blasi propone una rilettura delle origini della filosofia, mostrando come il passaggio dal mythos al logos non sia una cesura ma un’evoluzione che intreccia ragione, teologia naturale e tradizione religiosa. Un libro che invita a ripensare i Presocratici, e la nascita della filosofia, non come semplici antenati della scienza, ma come autentici filosofi capaci di fondare un discorso universale sul reale. Briciole filosofiche lo ha intervistato proprio su questo ultimo testo.
***
Prof. Di Blasi, innanzitutto La ringrazio per questa intervista che va ad arricchire la sezione “A colloquio con…” di Briciole filosofiche. Entriamo subito nel vivo del Suo ultimo lavoro. Lei descrive il passaggio “dal mito (mythos) alla ragione (logos)” come radice della filosofia. In che modo questa transizione si manifesta concretamente nei testi dei Presocratici?

Intanto ringrazio molto di questa intervista che per un autore come me non è solo un evento piacevole o lusinghiero ma un’occasione seria e qualificata in più per trasmettere contenuti che ritengo davvero importanti. La trasmissione della verità è la vocazione degli intellettuali e degli insegnanti e occasioni come questa sono un modo per realizzarla.
Questa prima domanda è molto importante ed entra al cuore di uno dei tratti di fondo del libro. Premetto però che alla domanda in sé non c’è una risposta univoca. Quello che mi piace dire qui è che i miti, specialmente quelli più importanti che si radicano in culture ricche e profonde come quella della Grecia antica (culla della nostra civiltà) nascondono visioni etiche e intellettuali importanti, e che queste visioni coincidono spesso con quelle che fondano il percorso razionale dei filosofi. La visione profonda della realtà è quasi sempre la cosa più difficile da ottenere per chi voglia comprendere il discorso dei filosofi perché prima della soluzione razionale ad un problema (che potrebbe essere giusta, sbagliata, parziale, perfettibile, ecc.) bisogna essere in grado di vedere il problema. Lo sguardo profondo di un poeta potrebbe vedere cose che altri non vedono e consegnarle ad un mito. Un’intera cultura potrebbe consegnare al mito visioni profonde della realtà in cerca di spiegazioni razionali. È qui che interviene il filosofo (che spesso è anch’egli parte della visione culturale del mito) nel cercare di osservare l’immagine con gli occhi della ragione. Alcuni pensano che il passaggio dal mito al logos sia il superamento di una fase in qualche modo primitiva del mondo, e a volte è così. Per la maggior parte dei miti greci, però, non lo è. Il mito non è una favola ma un modo poetico di osservare qualcosa di vero e profondo ed è da lì che deve partire l’indagine razionale. Nel mio libro io cerco soprattutto di consegnare al lettore le immagini o visioni chiave della realtà che pongono all’intelligenza umana l’esigenza di trovare delle spiegazioni o risposte. Riuscire a vedere queste immagini coincide con il riuscire ad apprezzare la profondità del mito, non per superarlo, ma per osservarlo meglio, come un bel quadro: per scorgere in esso la presenza del logos, per scoprire la bellezza della sinergia tra le forme di quel quadro e la logica dei nostri ragionamenti.
Il libro sembra superare la vulgata che riduce i Presocratici a semplici precursori della scienza moderna. Può spiegare il valore filosofico autonomo che attribuisce a queste figure?
Questa è una vulgata che toglie valore all’opera dei presocratici che sarebbero solo portatori di una visione della scienza primitiva e ormai anni luce dalla nostra. È però anche una vulgata ignorante che dimostra di non capire la differenza tra filosofia e scienze particolari. Il contributo dei presocratici, e dei filosofi greci in generale, alla scienza è immenso ed è un peccato che gli studenti di oggi non lo studino. Io farei leggere a scuola almeno alcune delle opere cosmologiche e fisiche di Aristotele, le cui valutazioni, argomentazioni e analisi sono sorprendenti e affascinanti e da cui si può ancora imparare a rapportarsi col mondo correttamente in termini propriamente scientifici. I presocratici erano però soprattutto filosofi, in un senso che ai loro tempi superava e avvolgeva quello delle scienze particolari. Nel mio libro io cerco di mostrare, non il lato scientifico particolare del loro pensiero (il loro contributo all’astronomia o alla fisica), ma il modo in cui loro hanno inventato (nel senso etimologico della scoperta) la filosofia come scienza universale: ovvero, il modo in cui hanno insegnato a rapportarsi alla realtà usando la ragione e la logica, fornendoci insegnamenti che sono non solo ancora validi ma di gran lunga superiori alle capacità ordinarie dell’uomo di oggi. Lo studio dei presocratici ci insegna ancora come pensare correttamente e come rivolgersi col pensiero alla natura e a noi stessi. Nel mio libro io cerco di fare vedere come il passaggio anche cronologico dall’uno all’altro dei presocratici risponde al progresso di una scienza che offre spiegazioni sempre migliori del proprio oggetto di studio. L’immagine mentale che potremmo usare è di vedere tutti questi filosofi come scienziati, in camice bianco, dentro un laboratorio mentre osservano un oggetto da studiare e si scambiano idee in proposito. Poi uno di loro ha un’intuizione geniale che consente di comprendere quell’oggetto in maniera nuova e più profonda, e gli altri capiscono quell’intuizione, la condividono, come si fa in una comunità scientifica, e poi la portano avanti con intuizioni aggiuntive e successive che non escludono le precedenti ma aggiungono tasselli sempre più importanti o comprensivi. Dobbiamo superare l’ingenuità dello studio storico della filosofia in cui sembra che ogni filosofo dica la sua, con affermazioni che appaiono anche ridicole e isolate dalle altre, e recuperare uno studio scientifico che faccia apparire il perché di certe tesi più e prima di quelle stesse tesi, e ne evidenzi l’importanza logica per lo sviluppo delle tesi successive. Il mio libro è un contributo al recupero della filosofia come scienza e come studio logico del mondo, un recupero che può avvenire precisamente mostrando i campioni di questa scienza all’opera: mostrando i pensatori che l’hanno inventata e portata avanti in una maniera che ancora oggi risulta al di sopra degli standard scientifici condivisi, studiati e riconosciuti.
Un aspetto che ritengo di estremo interesse concerne il lavoro di integrazione svolto tra il piano della teologia e quello della filosofia nel discorso presocratico. Forse sbaglio, ma sembra quasi che i due livelli siano un tutt’uno, opponendosi, in un certo senso, alla separazione tra filosofia e religione imposta soprattutto dal positivismo contemporaneo. Ci può dire come interagiscono logos e divino nel suo studio?
Questa è una domanda importante la cui risposta richiede anzitutto un chiarimento su cosa si intenda per teologia. Il termine in sé indica il discorso razionale su Dio o sul divino e, come tale, indica un percorso di indagine filosofica. Oggi però, anche e forse soprattutto per l’influenza del riduttivismo scientista e positivista, si tende ad associare il termine alle questioni di fede religiosa, che nel Cristianesimo implicano il credere ad una Rivelazione diretta di certe verità da parte di Dio. La teologia in questo senso è una scienza soprannaturale, nel senso che riflette su verità in sé non disponibili all’uomo se non attraverso un atto di fede in Dio. Quando Aristotele parla del motore immobile, però, non fa teologia in questo modo, non riflette sulla rivelazione di Dio ma sul modo in cui l’approccio razionale al mondo possa condurre verso affermazioni razionali o scientifiche sull’esistenza di ciò che, in virtù di questo stesso approccio razionale, potremmo chiamare Dio. Nell’era cristiana si parla di teologia naturale per indicare una parte della filosofia e di teologia soprannaturale per indicare lo studio dei dati della fede. Da questo punto di vista, la sua domanda ha una duplice valenza. Da una parte, può riguardare il modo in cui il logos dei presocratici aiuti un approccio razionale olistico alla natura che ne possa evidenziare i rapporti con Dio. Dall’altra, può riguardare il modo in cui questo approccio razionale possa interagire con la fede religiosa. Entrambe le valenze sono importanti. Il mio libro si concentra soprattutto sulla prima. Uno dei peccati originali del mondo scientista e positivista di oggi è che, nel credere di essere in tal modo più scientifico, ha rifiutato aprioristicamente quei dati razionali sulla natura che conducono verso una realtà trascendente. Sotto questo profilo, i presocratici sono scienziati migliori e ci consegnano un’immagine della natura e del mondo più ricca e credibile. Qui sono semmai gli scienziati di oggi a cadere nel mito e nei dogmatismi religiosi. Una buona filosofia, però, è presupposto essenziale di una fede religiosa consapevole e sensata perché, ovviamente, se c’è un Dio non può contraddirsi: non può dirci qualcosa attraverso la natura che ha creato e qualcosa di diverso mediante rivelazioni dirette. La filosofia greca, ad esempio, già con i presocratici, getta le basi razionali per il rifiuto del politeismo, e questo emerge già come sviluppo delle riflessioni sull’archè. Anche, però, cose più complesse, come il rapporto tra bene e male o una visione della realtà guidata dall’amore divino, possono essere offerte proficuamente dalla ragione filosofica alle riflessioni sul rapporto tra fede e ragione che devono caratterizzare la religiosità delle persone e civiltà mature. Nel mio libro ci sono spunti anche in questa direzione anche se l’obiettivo centrale è di natura prettamente filosofica e scientifica. La scienza di oggi ha una visione del mondo riduttiva e spesso mitologica e il pensiero dei presocratici può offrire a questa scienza la medicina giusta proprio evidenziando quei segni del divino nel mondo che la scienza moderna ha, con poca capacità critica e di visione, rifiutato.
Il testo è pensato anche per non specialisti, con appendici, glossari, domande di studio. In che modo ha bilanciato rigore e accessibilità nel progettare questa struttura pedagogica?
Non è stato facile. Il contenuto del libro è lo stesso che avrei messo in un saggio rivolto a colleghi specialisti. In effetti, una delle opinioni emersa nel processo di blind review è che il libro si sarebbe anche potuto editare in modo da renderlo un saggio puramente scientifico. I blind reviewers americani (i cui commenti anonimi ho potuto leggere) hanno avuto parole di grande encomio sia per i tratti di novità scientifica del testo sia per la competenza scientifica dell’autore. Hanno però evidenziato che era difficile stabilire il target editoriale proprio perché, a dispetto del contenuto accademico, lo stile era maggiormente rivolto ad un pubblico più vasto. Questo è il motivo per cui una casa editrice molto grossa e famosa si è scusata con me dicendo che non erano riusciti a trovare il consenso del gruppo editoriale per pubblicarlo non perché non fosse un libro bello, scientificamente credibile e/o affascinante ma solo perché non capivano come commercializzarlo rispetto alle loro collane. Si sono pure gentilmente offerti di aiutarmi a trovare un luogo adatto in altra casa editrice. Il dubbio è legittimo. Anche in fase di revisione della prima bozza ho deciso di lavorare su entrambi i fronti: ho incrementato quell’apparato didattico pedagogico che più può aiutare i lettori su larga scala ma anche l’apparato bibliografico tecnico che più può interessare i lettori specialisti. La mia preoccupazione editoriale principale è stata di poter appassionare tutti alla filosofia e al pensiero razionale critico e, in questo senso, ho sacrificato gli studiosi. Ho però totalmente accettato la sfida dei bravi insegnanti, di saper spiegare in modo appassionante anche i concetti più difficili. E, in questo senso, non ho sacrificato nessun concetto chiave di spessore accademico che serviva allo scopo. Credo che sia gli studiosi che gli studenti potranno leggere da me, ad esempio, il dibattito tra Parmenide ed Eraclito su essere e divenire, o il concetto di apeiron di Anassimandro o la guerra e coesistenza degli opposti, e pensare: “Accidenti, questo è davvero interessante” oppure, “Accidenti, finalmente ho capito dove sta la chiave razionale del problema”. Anche gli studiosi, poi, apprezzano spesso un taglio e stile più diretti e piacevoli. Il libro, come notato dai blind reviewers e da quella casa editrice è un ibrido. Ha le stesse chance di piacere o non piacere sia agli esperti che ai non esperti, sia ai grandi che ai giovani, sia agli studiosi che agli studenti. La speranza è che questa chance operi infine nel senso positivo dell’apprezzamento e della passione.
Il filone storico che percorre il libro – dai Presocratici ad Aristotele e San Tommaso – punta a stabilire una continuità. In che modo questa prospettiva può contribuire alla filosofia contemporanea e alle sue riprese attuali?
La filosofia contemporanea è in crisi. Ci sono momenti della storia in cui, nel bene o nel male, la filosofia è forte e momenti in cui è debole e decadente. La filosofia contemporanea è ancora nella crisi d’identità dovuta alla caduta del razionalismo moderno, della ragione onnipotente. Oggi, la cultura non cerca certezze nel pensiero filosofico, che si presenta in constante contraddizione con se stesso, impegnato a demolire qualsiasi opzione più che ad evidenziare verità comuni e condivise. La filosofia contemporanea è votata all’autodistruzione e non è stano che la si stia eliminando sempre di più da un rango autonomo nell’insegnamento universitario. L’uomo di oggi cerca piuttosto certezze in una scienza che ha sempre più i tratti dell’ideologia e della religione. La scienza di oggi è un po’ come la religione pubblica degli antichi greci e la filosofia greca, come fu in grado di mettere in discussione quella religione, credo sia in grado di mettere in discussione la fede e i canoni della scienza di oggi.
Tornando alla sua domanda. Un primo contributo dell’approccio del mio libro è metodologico. Chi fa davvero filosofia deve operare con mentalità scientifica. Deve sentirsi parte non di una scuola di pensiero votata a criticarne un’altra ma di un’impresa comune intesa a chiarire o analizzare certi aspetti della realtà. Da questo punto di vista, la prima impresa del filosofo è raggiungere un livello adeguato di comprensione del problema fino a capire il valore delle proposte di soluzione da qualsiasi parte o scuola provengano. I bravi filosofi sono infatti quelli che capiscono dove sta il problema e ne offrono soluzioni intelligenti e geniali. Il recupero di una dimensione di questo tipo nella metodologia del processo filosofico è in grado già da solo di fare recuperare credibilità pubblica alla filosofia di oggi. E credo che il percorso scientifico dei presocratici sia un’eccellente scuola da cui imparare nuovamente questo metodo e questa apertura.
Il secondo contributo è contenutistico. La visione intellettuale e razionale dei greci è più completa e più aperta alla realtà. È anche più logica e meno ideologica, anche se il linguaggio poetico e mitologico a volte potrebbe fare pensare il contrario. Ci sono problemi e soluzioni logiche che emergono dal laboratorio di ricerca dei presocratici che hanno una valenza universale e che, in molti modi, determinano e precorrono l’intero sviluppo della filosofia successiva. Riuscire a rientrare in quel laboratorio non è solo un modo per recuperare una metodologia ma anche per recuperare una logica e dei princìpi di cui non si può fare a meno. Le differenze tra i bravi filosofi sono sempre meno delle comunanze ed è sulle comunanze, non sulle differenze, che si giocano lo statuto scientifico della filosofia e il suo ruolo sapienziale e di guida degli altri ambiti del sapere umano.
Intervista a cura di Giovanni Covino



Lascia un commento