Finalità, funzione e ordine nella natura: uno sguardo filosofico

Quando osserviamo la natura, non possiamo fare a meno di notare un ordine sorprendente. Una cellula che si muove con precisione, un organo che funziona senza intoppi, una pianta che cresce orientata verso la luce: tutto sembra indicare uno scopo.

Eppure, la scienza moderna insiste nel dirci che non esiste finalismo in natura, che l’occhio non è “fatto per vedere” nel senso di un progetto cosciente: gli organismi si sviluppano semplicemente perché la “selezione naturale” favorisce chi si adatta meglio.

Tuttavia, questa posizione appare, secondo noi, in parte come una forzatura logico-metafisica. Se ci poniamo su un piano filosofico, non possiamo ignorare che la vita stessa mostra una “direzionalità evidente”: la conservazione, la riproduzione, l’orientamento verso funzioni che permettono l’esistenza, uno “slancio vitale” direbbe Bergson.

Non si tratta di intenzionalità cosciente dei soggetti naturali, ma l’ordine e l’orientamento dei processi biologici sembrano avere una funzione reale e concreta che hanno un certo “peso” metafisico. Possiamo chiamarla finalità, se non nel senso teologico tradizionale, almeno come obiettivo naturale implicito: la vita conserva se stessa, e gli organismi si strutturano in modo da garantire la continuità e il corretto funzionamento degli organi.

Aristotele già lo notava descrivendo l’ordine della natura osservato: «in tutte le cose naturali si trova qualcosa di meraviglioso […] infatti, nelle opere di natura non si trova il caso ma un qualche fine, e al grado massimo» (Parti degli animali, I, 5, 645a 15-25). La filosofia riconosce e formalizza ciò che la scienza osserva come ordine e regolarità, ma lo interpreta come segno di una finalità intrinseca a partire dal dato.

Georges Lemaître, padre della teoria del Big Bang, ci ricorda che la fisica e l’astronomia non esauriscono la realtà intera: «Chi osservasse una macchina da scrivere in attività, potrebbe scoprire leggi secondo le quali l’affondo di un certo tasto provoca la battuta di un certo carattere per mezzo dell’impulso dato alla leva che lo porta. Finché l’osservatore si attiene strettamente al punto di vista della fisica della macchina, dovrebbe ammettere che i tasti rientrano senza alcun carattere di necessità fisica, quindi fisicamente a caso. Soltanto collocandosi in una prospettiva completamente diversa e sostanzialmente superiore potrà inferire, dal funzionamento della macchina, se questa venga azionata da un poeta, da una scimmia o da un folle» (L’ipotesi dell’atomo primitivo, Trento 2019, p. 229).

Riconoscere un ordine e una finalità intrinseca nella natura non limita in alcun modo la libertà di ricerca scientifica; anzi, la presuppone. L’aspetto metafisico del finalismo non è una gabbia concettuale: lo scienziato, nel suo lavoro, assume come scontata l’esistenza di una legge, di un principio di regolarità, e proprio questo permette di formulare ipotesi, verificare dati e costruire conoscenza. Dire che esiste una regola non significa meno libertà: significa poterla esplorare.

Molti grandi scienziati, dal citato Lemaître, ma possiamo far altri importanti riferimenti come Max Planck, hanno riconosciuto una profonda armonia nell’universo pur facendo scienza rigorosa. La biologia spiega il come, attraverso processi di selezione e adattamento; la filosofia può interrogarsi sul perché, sul senso e sull’ordine che emerge dalla natura stessa. E tra queste non esiste divisione, ma distinzione nell’unità.

Anche nella più rigorosa osservazione scientifica, l’ammirazione per l’ordine naturale può convivere con la libertà di ricerca e con l’inquietudine intellettuale che spinge a esplorare il mondo. La finalità, così intesa, diventa il presupposto e non l’ostacolo della scienza: l’ordine non limita, ma permette. Come diceva lo stesso Lemaître: «Science is beautiful; it deserves to be loved for itself, as it is a reflection of God’s creative thought».

Il finalismo di cui parliamo, però, non è una verità per se nota. Esso è inferito dalla costanza e dalla frequenza con cui avvengono i fatti e le cose. In altri termini è un’evidenza per aliud nota, ossia mediata. Sofia Vanni Rovighi, esponendo la quinta via di Tommaso d’Aquino (ex gubernatione rerum), spiega:

«La finalità dalla quale si parte è la finalità intrinseca di ogni ente considerato, è l’orientamento di tutte le attività di un ente al bene dell’ente. Il finalismo come preordinazione non è secondo Tommaso d’Aquino un dato immediato: è dedotto da un certo modo di comportarsi delle cose nelle quali scopriamo la finalità […] quod semper aut frequentius eodem modo operatur ut consequatur id quod est optimum…È inferito dalla costanza (semper aut frequentius) e…dalla perfezione del modo di operare che di fatto porta al bene dell’operante stesso» (S. Vanni Rovighi, Elementi di filosofia II, ed. La Scuola, Brescia 1964, pp. 118-119)

Ora, se si dovesse obiettare che le cose accadono tutte per caso, questo verrebbe a dire che sempre e per lo più le cose avvengono per accidens. Tuttavia è proprio la costanza e la frequenza con cui fatti e cose avvengono che esclude il loro avvenimento casuale (per accidens), perché altrimenti il per accidens sarebbe un per se. Se fossero tutte e sempre o per lo più causate per caso, allora la causalità accidentale (il caso) verrebbe a coincidere con la normalità, con la regolarità, con l’ordine. Come dice Lorella Congiunti nel suo ultimo lavoro, L’incontro imprevisto. Il “caso” nel pensiero di Tommaso d’Aquino, Marcianum Press, Venezia 2025, p. 28): «…il caso e la fortuna sono rari: se fossero la norma della realtà, se fossero cause per se, allora non sarebbero più percepibili come caso». Il caso, infatti, per definizione è l’evento raro, imprevedibile, irregolare, ed è concepibile solo grazie al gap, allo scarto, con l’ordine, in contrapposizione all’ordine.

Giovanni Covino

Mario Padovano op

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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.