Il sole di Austerlitz

È noto che una delle battaglie più importanti, anzi si può dire la battaglia di Napoleone Bonaparte, e della sua Grande Armata, fu quella di Austerlitz: il 2 dicembre del 1805, «luminosa e feroce giornata»[1], consacrò, ad un anno esatto dalla prima consacrazione, il genio militare dell’imperatore francese che, rivolgendosi ai suoi soldati, affermò:

«Avete decorato le vostre aquile di una gloria immortale. Un’armata di centomila uomini, comandata dagli imperatori di Russia e d’Austria, è stata, in meno di quattro ore, battuta o dispersa; ciò che è sfuggito al vostro acciaio, è annegato nei laghi»[2].

Una vittoria fondamentale nel progetto di dominio napoleonico, progetto che raggiunse la sua acme nel 1810, quando l’imperatore sposò Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, figlia dell’imperatore d’Austria Francesco I: un anello per sugellare il suo potere sull’Europa, un anello per poter dare il suo nome alla storia attraverso, non solo mirabili imprese militari, ma anche con un sospirato erede capace di perpetuare la sua gloria quale immagine riflessa, quasi il concretarsi dell’immortalità.

In fondo, i sogni dell’uomo, anche dell’uomo Napoleone, sono stati, sono e saranno sempre gli stessi: il desiderio di vivere, di fruire della felicità, di essere e, quindi, sentire realizzarsi la propria persona, un desiderio di compiutezza.

Poco sopra, non a caso ho parlato del “quasi” concretarsi dell’immortalità: in questa espressione troviamo, infatti, da un lato, l’anelito dell’uomo al “vivere sempre”, dall’altro il limite contro cui inevitabilmente tutti, compreso Napoleone, hanno dovuto, debbono e dovranno scontrarsi: si tratta del limite della nostra stessa esistenza e del limite di questo stesso mondo che con tutti i suoi onori, le sue glorie, le sue passioni, le sue ricchezze, non riuscirà mai a superare del tutto.

Certo, il sole di Austerlitz ha brillato per l’imperatore: in quell’istante, nel diradarsi della foschia di quella gloriosa giornata, tutto sembrava convenire nella costruzione della figura immortale, di un’impronta incancellabile sul terreno della storia. Tuttavia, tale impronta è sempre nella storia, quel fiume in cui tutto scorre inevitabilmente ed è destinato a passare. Per tale ragione, Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiæ, chiedendosi Se la beatitudine dell’uomo consista nella gloria, afferma:

«La fama è priva di stabilità: anzi, facilmente si perde per una falsa diceria. E se talora persevera stabilmente, ciò avviene per un caso. La beatitudine invece deve avere una stabilità intrinseca e perenne»[3].

Difatti, qualche anno dopo Waterloo[4].

Il sole di Austerlitz è, dunque, un’immagine di gloria, certamente di gloria militare, ma è anche qualcosa di più: è il diradarsi della foschia, un illuminare che pone dinanzi ai nostri occhi la nostra stessa finitezza. Forse, è questo che ha ispirato Battiato quando ha scritto:

«Esposte al sole di Austerlitz / Lascio i fuochi della battaglia / I campi di artiglieria militare / Parto senza salutare»[5].

Giovanni Covino


Note

[1] S. Valzania, Austerlitz. La più grande vittoria di Napoleone, Mondadori, Milano 2015, p. 4.

[2] Proclama alla Grande Armée, 12 frimaio anno 14 (3 dicembre 1805).

[3] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiæ, I-II, q. 2, a. 3, ad 3.

[4] Nel 1815, Napoleone fu definitivamente sconfitto nella battaglia di Waterloo e costretto all’esilio.

[5] Giuni Russo, Il sole di Austerlitz, 1981. Compositori: Alberto Radius, Franco Battiato.

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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.