“Nuje nun simm’ Cravunar’, Nuje nun simm’ Rialist…”.La camorra tra XIX e XX secolo, pt. 1

Introduzione

La conoscenza delle origini di un fenomeno o quantomeno lo sforzo di entrare a contatto con le origini è la chiave di accesso per la comprensione dello stesso. Questa comprensione risulta ancora più necessaria quando tale fenomeno interessa il nostro vissuto e lo influenza come nel caso del fenomeno camorristico, fenomeno complesso che si presenta oggi come una organizzazione strutturata, un vero e proprio sistema che ha ormai varcato i confini delle proprie origini geografiche.

Certo, rintracciare il giorno natale della camorra è impresa difficile. Gli storici sono però concordi nel ritenere la camorra una delle organizzazioni malavitose più antiche d’Italia. Alcuni segnano l’inizio delle attività camorristiche nel XVII secolo, altri nel XVIII, ma, al netto della data di inizio, tutti ritengono si tratti di un fenomeno che nasce per la presenza di un vuoto di potere, uno spazio da occupare.

1. La “prima” camorra

Lo scrittore Marc Monnier (1829-1885), nel suo resoconto La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate pubblicato a Firenze nel 1862, descrive l’arrivo a Napoli in questi termini:

«Lo straniero e anche l’Italiano che or fa poco tempo sbarcava a Napoli, spesso era meravigliato, mentre toccava terra, vedendo un uomo robusto accostarsi al suo barcaiuolo, e ricevere da lui, segretamente, un soldo o due. Se il viaggiatore prendeva vaghezza di chiedere chi fosse quell’esattore meglio vestito degli altri plebei, spesso coperto di anelli e di gioielli, che si faceva innanzi come padrone, e divideva, senza proferir verbo, il prezzo del passaggio coll’umile barcaiuolo, udiva rispondersi: è il camorrista».

L’inchiesta di Monnier è, secondo lo storico napoletano Francesco Barbagallo, un documento prezioso perché si avvale di numerose testimonianze dirette andando oltre i fantasiosi racconti e le leggende che si tramandano sulla nascita e l’affermazione della camorra[1].

Iniziamo dal nome[2]. Tra ‘700 e ‘800, il termine viene usato, nei documenti della polizia borbonica, accanto ad altri termini come “oziosi”, “vagabondi”, “rissosi”, “giocatori di professione”, poi, in pieno Ottocento diviene sinonimo di “estorsione”, “mazzetta”, “pizzo”, tanto che sempre Marc Monnier scrive: «Far la camorra, nel linguaggio ordinario, significa prelevare un diritto arbitrario o fraudolento»: un “lavoro” quindi che si fonda sul controllo di attività quotidiane come mercati (farine, cereali, frutta, pesce, carne), gioco d’azzardo, trasporti, contrabbando.

Per poter svolgere questa azione, la camorra deve avere una sua organizzazione e, in questa prima fase, tale organizzazione è abbastanza chiara e gerarchica (caratteristica che si manterrà costante nel tempo, anzi ne sarà un tratto distintivo come altre associazioni malavitose come la mafia o la ‘ndrangheta). Secondo quanto scrive Barbagallo,

«Negli anni della restaurazione borbonica, dopo il congresso di Vienna, la camorra si dà dunque un’organizzazione, che prevede tre livelli da percorrere: picciotto d’onore, picciotto di sgarro, camorrista. Prima di iniziare questa specie di carriera, il giovane aspirante è chiamato tamurro. Viene eletto un capo per ognuno dei dodici quartieri di Napoli, che sono a loro volta suddivisi in paranze. Lo stesso avviene per alcuni capoluoghi provinciali, oltre che nei luoghi di detenzione e nei corpi militari. Questi caposocietà eleggono un capintesta generale della camorra napoletana»[3].

Questa struttura diviene ben presto fondamentale per il “lavoro” dell’organizzazione che, intorno agli anni ’30/’40 dell’Ottocento, inizia a darsi il nome di “onorata società” o “Bella Società Riformata” la cui forza è da rintracciarsi, come si diceva in apertura, nella debolezza dell’autorità: «ebbe – dice ancora Monnier – nella debolezza del potere un ausiliare così potente quanto la debolezza del popolo».

Prima del 1848, la camorra non ha legami diretti con il mondo politico, ma, come abbiamo visto, si occupa per lo più di guadagnare nella “gestione” delle attività quotidiane[4]. Le cose iniziano a cambiare a partire proprio dai moti del ’48 che si nutrono di ideali rivoluzionari e anti-assolutistici:

«La polizia borbonica, nella tutela dell’ordine pubblico, non mancò di servirsi dell’organizzazione camorristica, che come si è visto esercitava un’intensa e diffusa autorità nella “città plebea”. E spesso fece ricorso ai camorristi incarcerati per avere informazioni sui comportamenti dei detenuti politici. La mancanza delle fonti di archivio non consente però di addurre prove documentarie a sostegno dell’esistenza di una precisa strategia di collaborazione tra il regime poliziesco borbonico e la camorra, che comunque riusciva a far carriera nella “bassa polizia” e a confermare, anche per questa via, il suo ruolo di dominio sulle masse plebee della capitale. Queste collusioni erano denunciate da esuli liberali come Antonio Scialoja[5], rifugiatosi a Torino, che insisteva sul controllo spionistico esercitato nelle carceri ai danni dei “galantuomini”. Queste denunce saranno alla base delle feroci critiche espresse da statisti liberali britannici come Lord Gladstone, che definirà il regno borbonico la “negazione di Dio”»[6].

2. L’Unità d’Italia

Questa commistione resta, anzi in un certo senso diviene sempre più forte, con l’arrivo di Giuseppe Garibaldi e l’imminente fine del Regno delle Due Sicilie. In taluni casi, le autorità garibaldine utilizzano alcuni capi camorristi per mantenere l’ordine pubblico che dà alla camorra una legittimazione temporanea anche sul piano politico tanto che «il ministro di polizia Liborio Romano[7] [offre] una “sistemazione” nelle rinate forze dell’ordine a individui noti come camorristi e non compromessi col passato regime, [cosicché] la questione delle “classi pericolose” napoletane sembra – per un breve periodo – non dare problema, e la stampa nazionale tende anzi ad accreditare la tesi della conversione dei camorristi in patrioti»[8].

Siamo nel 1860. Dopo l’ingresso di Garibaldi e l’avvio dell’unificazione sotto i Savoia, arriva a Napoli, nell’autunno dello stesso anno, Silvio Spaventa (1822-1893) come uomo di fiducia del nuovo governo piemontese[9]. Nel novembre viene diretto il primo grande blitz contro la camorra. Iniziano quindi a cambiare i rapporti con questo mondo che fino a quel momento ha vissuto e si è radicato nella confusione politica di quegli anni di interregno. Pur non mancando ambiguità, Spaventa cerca di mettere ordine e un freno all’attività camorristica:

«Ai primi di aprile del 1861 […] il principale esponente politico della Destra meridionale [Spaventa] può ora applicarsi con calma a preparare personalmente un Rapporto sulla camorra e affidare a un esperto funzionario di sua fiducia, Vincenzo Cuciniello, la preparazione di una Memoria sulla Consorteria dei Camorristi esistente nelle Provincie Napolitane. Queste relazioni saranno inviate al Luogotenente e al ministero di Torino a fine maggio. […] La Memoria preparata da Cuciniello è una precisa descrizione delle forme organizzative della Consorteria: sono indicati i tre gradi percorsi dagli adepti, le diverse responsabilità, la strutturazione per province e quartieri napoletani, la presenza nelle prigioni e nell’esercito. Più ampio e approfondito è il Rapporto di Spaventa, che muove da una precisa definizione: “La camorra è un sodalizio criminoso, che ha per iscopo un lucro illecito, e che si esercita da uomini feroci sui deboli per mezzo delle minacce e della violenza”»[10].

La camorra, però, continua ad imporsi e radicarsi sul territorio. A favorire questo radicarsi è ancora una volta la situazione politica: dopo la confusione dell’interregno, è il fenomeno del brigantaggio a rendere difficile il controllo del territorio da parte dello Stato. Proprio per questa ragione, viene promulgata la Legge Pica[11]: una decisione forte contro il fenomeno sopraindicato che viene applicata anche ai camorristi in quanto parte di un’organizzazione considerata un vero e proprio potere parallelo. Lo si legge anche in un verbale del 1863:

«Resta senza verun dubbio dimostrata l’esistenza della Camorra organizzata in associazione, avente grado di gerarchia tra gli affiliati, corrispondenze e relazioni estese ai carcerati delle più lontane province, funzionando la setta come un sanguinoso sistema penale rappresentato da uomini, da giudizi e da pene inflitte ed eseguite dagli appartenenti alla stessa setta sia a difesa e propagazione nel mezzo della società del criminoso sodalizio, sia per feroci castighi alle volute violazioni degli statuti della Camorra»[12].

Giovanni Covino

Fine prima parte


Note al testo

[1] Cfr. F. Barbagallo, Storia della camorra, Laterza, Roma 2010.

[2] Esistono diverse interpretazioni del termine. Per approfondire, cfr. F. Montuori, Lessico e camorra, Federiciana editrice, Napoli 2008.

[3] Ivi, p. 7. Il capintesta del periodo è Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ’e Crescienzo”, che Monnier definisce «il re della banda, il Lacenaire de’ camorristi».

[4] A tal proposito, ecco l’inizio di una canzonetta in uso tra i camorristi: “Nuje nun simm’ Cravunar’, [carbonari] / Nuje nun simm’ Rialist”, [realisti] / Ma facimm ‘e cammurrist”.

[5] A. Scialoja (1817–1877) è una figura chiave del liberalismo meridionale nell’Ottocento: economista, giurista e uomo politico del Risorgimento.

[6] F. Barbagallo, Storia della camorra, cit., p. 12. La studiosa Marcella Marmo, nel suo articolo Ordine e disordine: la camorra nell’Ottocento, scrive: «L’interregno del 1860 non poté fare a meno di questi poteri plebei» e poco prima sottolinea: «Alla presenza capillare nella vita sociale e nel grande mercato urbano di un’organizzazione estorsiva largamente legittimata presso le classi popolari e decisamente corporate, fa riscontro la ricorrente utilizzazione di questa rete di poteri plebei da parte di élites e istituzioni, sia nel tardo assolutismo borbonico che in età liberale. Nonostante la assai minore pervasività verso l’alto rispetto alla mafia» (in «Meridiana», n. 7-8, p. 167, p. 158).

[7] Nel 1860, mentre con la spedizione dei Mille si apriva la fase finale del regno delle Due Sicilie, re Francesco II fu costretto a firmare la Costituzione (25 giugno 1860) e a creare un governo costituzionale guidato da Antonio Spinelli e costituito da liberali e conservatori moderati. Romano per la sua integrità morale fu nominato prefetto di Polizia (27 giugno 1860).

[8] F. Benigno, La questione delle origini: mafia, camorra e storia d’Italia, in «Meridiana», n. 87, p. 131.

[9] Silvio Spaventa (1822–1893) filosofo e uomo politico del Risorgimento italiano, protagonista della Destra storica e convinto sostenitore di uno Stato forte e unitario. Fratello del patriota Bertrando Spaventa, condivise con lui l’interesse per la filosofia di Hegel, applicando la riflessione soprattutto alla costruzione concreta delle istituzioni del nuovo Regno d’Italia. Arrestato dai Borboni per attività liberali, visse l’esperienza del carcere prima di diventare ministro dei Lavori Pubblici. Fu anche zio materno di Benedetto Croce che, rimasto orfano dopo il terremoto di Casamicciola Terme del 1883, visse a Roma sotto la sua tutela, ricevendo un’educazione culturale e politica decisiva. La riflessione di Spaventa ruota attorno all’idea di uno Stato etico, capace di educare e unificare la nazione, e Croce ne riconobbe il rigore morale e il ruolo nella formazione dello Stato unitario, pur distaccandosi dal suo modo di intendere la politica.

[10] F. Barbagallo, Storia della camorra, cit., pp. 23-24.

[11] La legge Pica (1863) istituì misure straordinarie contro il brigantaggio nel Sud Italia, autorizzando arresti e processi militari per riportare ordine dopo l’unità nazionale. Puntava a reprimere la resistenza armata e a consolidare l’autorità dello Stato.

[12] Riunione della Giunta comunale, 20 ottobre 1863, presieduta dal Prefetto Rodolfo D’Afflitto.

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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.