Corrispondenze. Le prime indagini del commissario Salaris, III

Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso

Émil Cioran

III

Salaris si fece lasciare dal tassista presso il ponte Vittorio Emanuele I o, come aveva appreso dai primi torinesi incontrati in quei giorni, il ponte della Gran Madre. Gli avevano spiegato che il nome si doveva alla presenza, sulla riva destra del Po, della chiesa omonima in uno dei quartieri più suggestivi di Torino, Borgo Po. Salaris amava ascoltare quelle cose, sentire le vie della città, conoscerne i posti, assaporarne la storia.

Quel giorno era il primo di una nuova esperienza. Era emozionato, un po’ intimorito dal compito che lo attendeva, ma cercava di nasconderlo e di calmarsi, ripetendo mentalmente una frase che sentiva, sin dai suoi studi liceali, dalla voce saggia e ferma del padre:

La paura distorce la realtà, la rende pericolosa ai nostri occhi.

Poi, con sguardo fermo e deciso, aggiungeva:

Se, però, – caro Paolo – la guardiamo dritta negli occhi, scopriamo le opportunità nascoste dietro il volto di Medusa.

Camminando con passo lento, il commissario pensava alle parole del papà, Giulio.

Giulio Salaris aveva speso tutta la sua vita nella scuola, un insegnate di filosofia[1]  che, sebbene in pensione, continuava a studiare e ad andare in giro per tenere conferenze, soprattutto per le nuove generazioni. Amava stare con i più giovani. Era un uomo di 80 anni, ma ancora in perfetta salute. Non molto alto, smilzo, vestito sempre con un’impeccabile eleganza e occhiali neri – sempre gli stessi da decenni – con un vetro che tendeva leggermente al blu scuro. Andava in giro con il classico berretto sardo e una pipa, anche se quasi sempre spenta. Aveva un carattere aperto e socievole, ma discreto, contraddistinto da un sano realismo e fuggiva ogni forma di cupo pessimismo, nonostante la vita non fosse stata gentile con lui. Ripeteva sempre, sia a Salaris che ai suoi studenti, «abbandonarsi al pessimismo è solo un altro modo per rinunciare». Le sue massime erano sempre piene di insegnamenti e il commissario, di tanto in tanto, alla bisogna, le pescava dalla sua memoria come da un cassetto pieno di attrezzi per la vita.

Salaris raggiunse il commissariato alle 16 in punto. Entrò e si presentò all’agente di turno al centralino che chiamò immediatamente l’ufficio competente, poi, ricevuti le dovute indicazioni, si alzò e accompagnò il neo commissario.

«Come si chiama?» – chiese Salaris, mentre camminavano lungo il corridoio.

«Antonio Grieco».

«Molto piacere. Io sono Paolo Salaris» – disse il neo-commissario, allungando la mano e sorridendo.

Grieco ricambiò la stretta di mano e il sorriso. Salirono qualche rampa di scale, un altro corridoio ampio e luminoso li condusse a destinazione. Grieco bussò alla porta. Salaris notò la targhetta con su scritto “Commissario Antonio Lo Capo”.

«Avanti, prego» – disse la voce dall’interno.

Grieco aprì e annunciò Paolo Salaris che si trovò dinanzi un uomo alto e magro, vestito con un abito dallo stile classico e di colore marrone.

L’ufficio era ampio. Al centro una grande scrivania con una pila di documenti ai lati. Sulla sinistra della stanza due grandi finestre riempivano di luce la stanza e si affacciavano sul cortile interno dello stabile. Dietro la scrivania alcuni mobili bassi strabordavano di documenti. Più su, alle pareti una foto del Presidente della Repubblica e il ritratto di un giovane che Salaris non riconobbe[2] . Dal lato opposto delle due finestre vi era una libreria, composta da tre scaffalature, a destra e a sinistra, piene di volumi, e, nella parte centrale, due vetrine con all’interno una serie di faldoni. Verso destra, proprio di fianco all’ultima scaffalatura, erano appesi altri due ritratti. Questa volta Salaris riconobbe subito i due soggetti: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

«Prego, prego» – disse Lo Capo alzandosi e dirigendosi verso i due. «La stavamo aspettando». Poi, rivolgendosi all’agente, disse: «Grazie Grieco, può andare».

Dopo aver congedato Grieco, Lo Capo fece accomodare il giovane Salaris. Due generazioni sedute l’una di fronte all’altra. L’imbarazzo era impresso sul volto del nuovo commissario. Lo Capo lo fissava con l’aria di chi stesse aspettando qualcosa. Il suo sguardo era fiero, non mancava una punta di severità. Le rughe sul viso mostravano non solo gli anni, ma anche le preoccupazioni e le fatiche della lunga vita professionale e non.

«Allora» – ruppe il ghiaccio Lo Capo. «Mi hanno parlato molto bene di Lei».

«Ne sono contento» – rispose Salaris, abbassando lo sguardo e mostrando un leggero disagio.

«So che ha avuto una brillante carriera universitaria. E ho anche ottime referenze circa le sue prime esperienze».

«Sono stato vice per un anno in Sardegna, a Nuoro. Ed è stata la mia prima ed unica esperienza sul campo».

«Da quanto mi è stato detto esperienza positiva, giusto?».

«Sì sì…è stata estremamente utile. Ho imparato molto. Poi è arrivata questa chiamata. Inaspettata. Sono sincero».

«Immagino. Non si preoccupi però. Vedrà che andrà bene anche qui. Mi dica di più del suo anno in Sardegna. So che è stato invischiato in casi abbastanza intricati e uno, negli ultimi mesi, ha dato del filo da torcere».

«Sì, il commissario Nieddu [3]  ed io siamo stati impegnati giorno e notte per settimane…».

«Sì, me ne ha parlato Felice…».

«Conosce il commissario?».

«Certo. Abbiamo studiato insieme. Ormai sono passati secoli. Poi l’ho sentito qualche giorno fa. Abbiamo parlato del suo trasferimento e della sua promozione…ma le chiedevo della Sardegna perché vorrei capire qualcosa di più di quel caso. Del suo metodo d’indagine. Di come è riuscito a giungere alla verità».

«Abbiamo lavorato insieme. È stato un grande lavoro di squadra…».

«Sì, certo» – disse Lo Capo sorridendo. «Questo è indubbio e sottolinearlo le fa onore. Felice mi ha parlato di una sua intuizione, in un momento decisivo dell’indagine e anche di una leggera testardaggine – disse sorridendo –. Vorrei capirne di più…abbiamo tempo non ci disturberà nessuno per il momento».

Salaris sorrise, nuovamente imbarazzato.

«Forse – pensò Salaris – era anche un modo per aiutarlo ad entrare in un mondo che si presentava completamente diverso oppure – e qui si notava il suo animo indagatore – era un comando venuto dall’alto, un modo per inquadrarlo sul campo».

Alzando lo sguardo, però, Salaris vide il volto del suo interlocutore e scartò la seconda ipotesi.

Giovanni Covino


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Note al testo

 [1]Il papà di Salaris, Giulio, è un professore di filosofia in pensione. Viene ancora chiamato per tenere conferenze o per scrivere saggi. Gli studi di giurisprudenza di Salaris sono stati integrati da uno studio parallelo, accettando la proposta fatta proprio dal padre.

[2]Si tratta del giudice Rosario Livatino che nel 1990, il 21 settembre viene ucciso in un agguato lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta, mentre si reca al lavoro.

[3]Felice Nieddu, commissario di Nuoro.

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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.