La grande bellezza

Le “piccole bellezze” del mondo sono segni della “grande bellezza” di Dio. Chi, nel corso della storia del pensiero, si è soffermato su questo argomento tanto affascinante è stato Agostino d’Ippona, il quale, partendo dalla bellezza e dall’ordine del mondo, si è elevato a Dio, come causa di quest’ordine e di questa bellezza:

«Interrogai il cielo, il sole, la luna, le stelle – leggiamo nelle Confessioni (X,6,9) –: “Neppure noi siamo il Dio che cerchi”, rispondono. E dissi a tutti gli esseri che circondano le porte del mio corpo: “Parlatemi del mio Dio; se non lo siete voi, ditemi qualcosa di lui”; ed essi esclamarono a gran voce: “È lui che ci fece”. Le mie domande erano la mia contemplazione; le loro risposte, la loro bellezza».

Agostino

Agostino nacque a Tagaste nel 354. Il padre, Patrizio, era un piccolo proprietario terriero, ancora legato al paganesimo (si convertì solo alla fine della sua vita); Monica, sua madre, era invece una fervente cristiana. Com’è noto, Agostino ebbe una giovinezza inquieta, studiò retorica, successivamente si rivolse alla filosofia, alla ricerca del vero. Il suo itinerario religioso lo portò prima al manicheismo, poi, deluso dall’insegnamento di questa setta, si associò agli scettici dell’Accademia. Nel 383 si trasferì a Roma e l’anno seguente fu chiamato a Milano per insegnare retorica. Poco dopo si convertì alla fede cristiana, grazie anche all’opera del vescovo Ambrogio, e si fece battezzare nel 387. Rientrò a Tagaste, dove dapprima visse in una comunità semi-monastica, poi venne consacrato sacerdote (391) ed eletto vescovo di Ippona (395). Fu pastore esemplare e autore, com’è noto, di numerosi scritti filosofici e teologici. Tra questi scritti spiccano proprio quelli che affrontano l’arduo tema dell’esistenza di Dio; molte furono le strade battute da Agostino: la via delle verità matematiche, quella che dal tempo giunge all’Eternità (celebre è la pagina delle Confessioni nota come «estasi di Ostia»), ma la via che di certo più si avvicina al sentire comune è – come dicevo poco prima – la via dalla bellezza.

Agostino, colpito dalle cose del mondo, dal mirabile ordine della realtà, in una splendida pagina, afferma:

«Ecco che il cielo e la terra esistono, proclamano con i loro mutamenti e variazioni la propria creazione. Ma tutto ciò che non è stato creato e tuttavia esiste, nulla ha in sé che non esistesse anche prima, poiché questo sarebbe un mutamento e una variazione. Ancora proclamano di non essersi creati da sé: “Esistiamo, per essere stati creati. Dunque non esistevamo prima di esistere, per poterci creare da noi”. La voce con cui parlano è la loro stessa evidenza. Tu dunque, Signore, li creasti, tu che sei bello, poiché sono belli; che sei buono, poiché sono buoni; che sei, poiché sono. Non sono così belli, né sono così buoni, né sono così come tu, loro creatore, al cui confronto non sono belli, né son buoni, né sono. Lo sappiamo, e ne siano rese grazie a te, sebbene il nostro sapere paragonato al tuo sia un ignorare» (Confessioni, XI, 4,6).

Agostino

Il filosofo, quindi, non fa altro che interrogare la realtà ed è la realtà stessa a dare risposta: il sole, la luna, il cielo con la loro bellezza sono segni della presenza di una Bellezza superiore, la bellezza di Dio:

«Interroga il mondo, la magnificenza del cielo, lo splendore e l’armonia degli astri, il sole rispondente alle esigenze del giorno, la luna a moderare l’oscurità della notte; interroga la terra feconda di erbe e di alberi, piena di animali, ordinata per gli uomini; interroga il mare che contiene gran quantità e varietà di animali acquatici; interroga l’atmosfera, cui conferisce vivacità un gran numero di volatili; interroga tutte le cose e vedi se, a loro modo, non ti rispondono: Dio ci ha fatti. Filosofi nobili hanno fatto di queste ricerche, e dall’opera compiuta hanno conosciuto l’Artefice» (Discorso 141, 2).

Agostino

Come vediamo, con molta semplicità Agostino mostra all’uomo la possibilità di giungere a Dio partendo dalle cose del mondo. Occorre solo un occhio attento, non superficiale, capace di osservare – come dice il Poeta – «La gloria di colui che tutto move» che «per l’universo penetra, e risplende/ in una parte più e meno altrove» (Paradiso, I, vv. 1-3). 

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