I criteri del retto agire politico. Il rapporto etica-politica

Giorgio La Pira, riflettendo sulla società e sui compiti delle diverse istituzioni, in uno dei suoi scritti scrive: «Qual è il fine del corpo sociale? La risposta a questo fondamentale problema dipende da quello che si dà al problema anteriore concernente il fine ultimo dell’uomo; perché se il fine ultimo dell’uomo sovrasta quello della società, allora la conseguenza è ovvia: il fine della società sarà, in ultima analisi, quello stesso della persona. La società, cioè, avrà per scopo, in tutti i suoi ordini, di creare quelle condizioni esterne (bene comune) adeguate alla conservazione, allo sviluppo e al perfezionamento della persona» (Giorgio La Pira, La nostra vocazione sociale).

Come si può facilmente notare, la società – per La Pira – raggiunge il suo compimento solo quando al centro viene messa la persona. Qualche anno fa, in un discorso al Parlamento tedesco, Benedetto XVI ribadì lo stesso concetto: si tratta di un discorso di grande spessore intellettuale, ricco di preziosi suggerimenti per una seria riflessione sulla politica, soprattutto in questi tempi dove si è sempre più soggetti alle leggi della finanza e la politica stessa ha perduto il suo vero fine, la sua ragion d’essere.

Secondo Benedetto XVI, per il politico «il criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto» (Discorso al Parlamento tedesco, 22 settembre 2011). Occorre, in altri termini, riflettere sui principi primi dell’agire politico e, partendo da questa riflessione, dirigere le diverse azioni in direzione del fine che – come emerge chiaramente dal testo citato – è la realizzazione, nei limiti dell’uomo, di una società buona: al di là di tutte le seduzioni del potere, questo compito non deve essere mai messo da parte da ogni seria riflessione, perché «una filosofia politica che rinunci all’idea del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, tradisce se stessa e si condanna alla sterilità» (F. Viola, Introduzione alla filosofia politica, Roma 1980, pag. 10).

Tale sterilità, oggi facilmente avvertibile, è causata dalla separazione della scienza politica dall’etica, spesso relegata nell’ambito del privato: ma se si parla di un agire politico, di azione del politico si capisce facilmente l’assurdità di tale separazione, che, per esemplificare con una nota immagine evangelica, è la presunzione di far vivere il tralcio separato dalla vite. Questi brevi passaggi manifestano chiaramente l’impossibilità di tale divisione e allo stesso modo l’assurdità di edificare un discorso politico su tesi filosofiche che corrompono radicalmente alcuni concetti fondamentali. Per esempio, nel discorso citato, il papa mostra chiaramente l’insufficienza in ambito politico di alcuni sistemi di pensiero, insufficienza causata proprio dalla corruzione di importanti concetti, come quello di “natura” e “ragione”, essenziali per una sana filosofia politica: «una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso» (Discorso al Parlamento tedesco).

Le parole di Benedetto XVI sono chiare, non lasciano spazio ad alcun fraintendimento e da qui bisogna partire per una possibile rinascita della politica: abbiamo bisogno di una seria riflessione che possa costituirsi come la base necessaria su cui poter edificare e realizzare il fine a cui la politica è chiamata e che rinnovi il profondo legame tra ethos e diritto, tra diritto naturale e diritto positivo, al di là di qualsivoglia ideologia. D’altra parte è impossibile prescindere da questo legame: essendo il bene comune il fine della vita sociale, deve esserci una via al fine che è la legge, questa legge (lex humana) è quella che noi chiamiamo legge civile o diritto e poiché il bene comune è il bene di tutti gli uomini e del singolo, la via per conseguire tale fine non può prescindere dalla via al bene umano in quanto tale, cioè dalla legge morale, dal diritto naturale. Il richiamo all’unità è fondato sul più ampio ed essenziale richiamo alla recta ratio che si presenta come un’esortazione, in questi tempi difficili, a non mettere da parte l’immenso patrimonio culturale dell’Europa: «Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza» (Discorso al Parlamento tedesco).

Concludo, citando Tommaso d’Aquino, filosofo e teologo del XIII secolo, illuminante anche in questo campo: l’idea che lo guida è sempre quella dell’unità e dell’ordine. La moltitudine di uomini non è una massa amorfa, ma si costituisce, per naturale bisogno, in una società il cui criterio, come abbiamo più volte ripetuto, deve e non può non essere il bene comune: questo è l’unica norma del retto governare; perciò afferma l’Aquinate:

«Quando si tratta di una società di uomini liberi, se colui che la governa la ordina al bene comune di tutti, avremo un governo retto e giusto, qual si addice a uomini liberi; al contrario se il governo è ordinato non al bene della società, ma agli interessi privati di colui che le comanda, si attuerà un regime ingiusto e corrotto».

Tommaso d’Aquino, De regimine principum in Opuscoli politici, ESD, Bologna 1997, I, c.2

Giovanni Covino

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