La ragione dinanzi alla Rivelazione. La questione dell’apologetica

 L’Apologetica è una scienza relativamente recente. Risalgono al XV e XVI secolo i primi trattati sistematici che con continuità affrontano l’oggetto di studio che è la credibilitas et credentitas revelationis christianae. Tuttavia da sempre è stato considerato modello e principio della difesa scientifica della veridicità della fede cattolica la Summa contra Gentiles seu liber de veritate catholicae fidei di San Tommaso d’Aquino. Come ricorda A. Lang: «La giustificazione e motivazione sistematica della fede è stata intrapresa soltanto nell’epoca moderna, dopo l’Illuminismo».

Per chiarire meglio la questione dell’origine della vera e propria trattazione apologetica bisogna tuttavia distinguere questa dall’apologia e gli apologisti (specie i padri dei primi secoli del Cristianesimo) dagli autori dei veri e propri trattati di apologetica o teologia fondamentale. È risaputo, infatti, che apologie delle singole verità della fede cattolica o difese critiche contro le obiezioni dei non cattolici vi si trovano già nella immensa gamma della letteratura patristica e antico-cristiana. Tuttavia l’apologia si distingue dall’apologetica propriamente detta perché se essa argomenta a favore di una o più verità di fede o dei costumi cattolici, l’apologetica sistematicamente verte sulla difesa critica della stessa razionalità della fede cattolica, in se stessa considerata, prendendo in esame i cosiddetti preambula fidei e i cosiddetti motiva credibilitatis e insistendo pertanto non solo sulla non contraddizione tra i principi della metafisica e della ragione naturale e dati della rivelazione divina ma addirittura sulla presupposizione implicita di tali verità di ordine naturale da parte della vera religio, mettendo in evidenza quei segni che di per sé ed in maniera del tutto oggettiva fanno risalire dalle caratteristiche intrinseche della Chiesa e della fede cattolica al suo Autore divino, a Dio fonte e garante assoluto della dottrina cattolica e pertanto della sua credibilità. Come dice Giuseppe Falcon: «L’apologetica trae la sua ragion d’essere dalla necessità di dare una base razionale alla fede dei credenti. Essa dovrebbe esistere anche se, per ipotesi, tutti gli uomini del mondo fossero cattolici» (Manuale di apologetica, p. 17).

In tal senso, come sottolinea A. Gardeil (cfr. La credibilité et l’Apologetique), tutto ciò che non si riferisce alla credibilità, ai suoi presupposti logico-metafisici e ai suoi segni (motiva) non rientra nell’apologetica. In sostanza tale disciplina si configura quale scienza il cui oggetto materiale è l’insieme del dogma cattolico in se stesso considerato, ossia in virtù dell’olismo dogmatico, ossia veritativo, in quanto tale, mentre l’oggetto formale è la credibilità di questo dogma e il cui motivo o principio di conoscenza è la ragione diretta non intrinsecamente, ma estrinsecamente dalla fede. In altri termini l’apologetica studia la razionalità della fede cattolica presa nel suo insieme e nella sua radice di atto di fede in una divina rivelazione per dimostrarne la veridicità fondamentale. Essa non vuole dimostrare la verità dei dogmi ossia dei contenuti della fede, ma la loro evidente assoluta credibilità e credentità (dal lat. Credenda est ossia l’evidente necessità logica e morale di dovervi credere).

È a questo proposito che in Verità della fede  Sant’Alfonso medesimo spiega che: «Bisogna dunque distinguere, per non errare, la verità della fede dalle cose della fede. La verità della fede è manifesta alla nostra ragion naturale, ma non già le cose della fede. Perciò ella si chiama luce tra le tenebre; mentr’ella è insieme oscura e chiara». È questo un argomento estremamente significativo perché: «La conciliazione della fede e della ragione è anche più importante che la conciliazione della rivelazione e della scienza; perché la scienza è figlia e serva della ragiona» (F.M. Moigne, Gli splendori della fede, p. 30). O come ancora ebbe a scrivere Cornelio Fabro, mettendo in risalto il valore che ha questo problema, considerato come ultima determinazione della questione della verità, nei confronti dell’esistenza concreta in cui siamo chiamati a porci nella libertà di fronte all’Assoluto:

«Il problema dei rapporti fra ragione e fede può ben essere detto un nido di difficoltà […] e si presenta come il nodo di tutti i problemi sulla risoluzione ultima della verità dell’esistenza per l’uomo itinerante nel tempo. Ma per il cristiano – e per il teologo in particolare che è la guida ed il buon Samaritano in questo viaggio che tocca alla tangente il cielo e l’inferno, ossia che decide il significato e l’esito del problema della salvezza – il rapporto di ragione e fede corrisponde al problema della possibilità della salvezza sul piano oggettivo della conoscenza e dell’appropriazione della verità che salva […] come l’analogia dei nostri concetti metafisici permette di afferrare il senso e la convenienza dei misteri rivelati: altrettanto la sete di salvezza e di amore, l’orrore della morte e l’aspirazione alla vita, inclinano lo spirito finito ad “abbandonarsi” allo Spirito che è Amore infinito, perché all’amore nella sua istanza radicale non può mancare il suo oggetto» (Fabro, La Rivelazione cristiana, in Momenti dello spirito).

È per questo motivo che essendo la filosofia la più alta manifestazione della razionalità umana, la Rivelazione Divina interroga pure essa, e lo fa radicalmente, andando alla profondità del problema esistenziale che è risolvere lo stesso problema dell’intero, del tutto, dell’esperienza originaria e fondante, il problema metafisico:

«La ragione cui la dimensione apologetica della Teologia fondamentale deve fare appello è la ragione che coinvolge tutto l’uomo, la sua razionalità filosofica e la sua razionalità scientifica, ma anche le ragioni più intime dell’esistenza umana e del senso comune, […] Si tratta, ancora, di una ragione rispettosa della logica del ragionamento e sempre aperta a nuovi e più profondi livelli di intelligibilità. Si tratta di una ragione umana che dalla razionalità scientifica ha imparato a riflettere entro orizzonti spazio-temporali di respiro cosmico, che sanno spingersi verso l’infinitamente grande e indagare l’infinitamente piccolo, giungendo ad una comprensione del mondo, della vita e del loro evolvere nel tempo, con la quale il pensiero filosofico, e dunque anche quello teologico, devono saper dialogare e confrontarsi. Ma la ragione umana alla quale l’annuncio cristiano si rivolge – ed è questo un aspetto della massima importanza ai fini di quanto si dirà più avanti circa i preamboli della fede – è una ragione la quale, pur consapevole della sua apertura all’infinito e quindi della sua capacità di interrogarsi sull’intero del reale e sul senso del tutto, si riconosce non competente a fornirne le risposte davvero ultime, accettando invece che queste le vengano narrate, perché conscia che i fondamenti del proprio conoscere giacciono nel mistero dell’essere, ricevuto e non posto, ascoltato ma non detto» (Tanzella Nitti, La dimensione apologetica, pp.11-12).

Mario P.M. Padovano o.p

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