Sapienza metafisica e desiderio di felicità. I rapporti tra filosofia e vita

La filosofia, molto spesso, è considerata un’attività senza senso, un’elucubrazione mentale priva di un concreto referente reale. In modo particolare in un contesto sociale come quello attuale, il cui interesse primario è rappresentato dalle questioni economiche, dall’equilibrio dei bilanci degli Stati, dal risultato pratico immediato et similia, la filosofia ha ancor meno spazio: si può dire che l’interesse per la filosofia diminuisce quanto più aumenta l’interesse (in molti casi ossessivo) per le questioni suddette.

Il fine di questo articolo, però, non è scrivere una difesa della filosofia, ma mostrarne la concretezza, il suo carattere esistenziale perché solo in questo modo è possibile coglierne l’importanza, evitando così luoghi comuni e/o giudizi sommari. Occorre, inoltre, evidenziare che questo stato di cose non deriva solo dal contesto sociale, ma è anche la conseguenza del modus operandi di alcune scuole di pensiero dominanti sempre meno attente all’inesauribile ricchezza dell’essere e poco inclini a parlare della filosofia come domanda radicale sul senso della totalità del reale. Il richiamo a una tale concezione della sapienza filosofica, tuttavia, risponde sia all’aspirazione del cuore sia alla sete della ragione e non è certo la presenza di testi che celebrano la morte della filosofia a far tacere nel cuore di ognuno le domande fondamentali della vita, “chi sono?”, “da dove vengo?”, “verso dove vado?”, insomma non è certo il pensiero debole a eliminare l’impellenza della questione forte circa il perché della nostra esistenza. Checché ne dica il pensiero post-moderno la filosofia è tale esigenza, si nutre di tali domande, domande che non si possono evitare, pena è il venir meno alla nostra propria natura di esseri razionali e fare dell’attività filosofica stessa una semplice chiacchiera. Ma «gli uomini – come osserva Tommaso d’Aquino sulla scia di Aristotele – hanno naturalmente il desiderio di conoscere le cause di ciò che vedono; onde essi da principio cominciarono a filosofare, per la meraviglia di quei fenomeni, dei quali ignoravano le cause; trovata poi la causa si acquietavano» (Tommaso d’Aquino, Summa contra Gentes, III, 25, 8 = Somma contro i Gentili, Utet, Torino 1997, p. 606; cfr. anche Aristotele, Metafisica, I, Bompiani, Milano 20098). Da questo testo di Tommaso vediamo dunque che filosofare altro non è che ragionare per conoscere la causa dei fenomeni che destano stupore, ma nello scoprire la causa delle cose consiste il vero sapere, se ne deduce che la filosofia è vera scienza.  Ogni scienza poi è definita dal suo oggetto e l’oggetto proprio di questo sapere è la realtà nel suo insieme. La metafisica è dunque una scienza che si occupa della realtà, degli enti in quanto enti. Detto ciò, passiamo allo stretto rapporto che c’è tra la sapienza metafisica e il desiderio di felicità.

Nel commento alla Metafisica di Aristotele, Tommaso d’Aquino afferma che «tutte le scienze e le arti si orientano verso un unico fine, la perfezione dell’uomo, cioè la sua felicità» (Tommaso d’Aquino, = Commento alla “Metafisica” di Aristotele, ESD, Bologna, Proemio). Questo vuol dire che ogni scienza può dirsi realmente tale quando risponde a questo determinato fine ed evita, in tal modo, di girare a vuoto, facendo sfoggio solo di una sterile erudizione. Anche la metafisica ha in questa ricerca di perfezionamento dell’uomo la sua ragion d’essere, anzi la metafisica è, tra le scienze elaborate dall’uomo, quella che più è chiamata a corrispondere a questa esigenza.  Questo fine è come una luminosa fonte a cui orientare tutti i nostri sforzi, sforzi che devono placare – come poc’anzi detto – sia la sete di verità della ragione sia il desiderio di infinito del cuore. La doppia esigenza appena indicata è inscritta nell’etimo stesso della parola filosofia, amore della sapienza. È noto, infatti, che il termine latino sapientia deriva dal verbo latino sapĕre che vuol dire aver sapore o sentir sapore. Da qui il termine è stato utilizzato per indicare la capacità di “dar sapore” alla vita, cioè saper vivere; meglio: saper indirizzare la vita verso il vero bene. La sapienza è, quindi, ciò che ci permette di ben ordinare le cose; i sapienti sono coloro che ordinano rettamente le cose e che sanno ben governarle. Per fare ciò occorre aver ben presente il fine di tutte le cose e il fine di tutte le cose è Dio: sapiente, dunque, è colui che ordina tutte le cose in vista del fine ultimo; è la ricerca in definitiva della causa ultima, causa che coincide con quell’essere che tutti chiamano Dio, un Essere che è il Principio e il Fine di ogni cosa. Possiamo, dunque, dire che «la filosofia, in quanto colma i desideri di sapere dell’uomo, contribuisce al suo perfezionamento; e in quanto si mette al servizio dell’amore, un amore intelligente e libero, facilita il raggiungimento di quella pienezza di vita, dalla quale derivano le gioie più nobili e imperiture. E così, nel senso classico e nel senso moderno, genera felicità» (T. Melendo, Metafisica del concreto, Leonardo da Vinci, Roma 20052, p. 40. Abbiamo in definitiva essere → operazione adeguata → pienezza o perfezione → piacere).

Quanto finora detto mostra chiaramente la connessione della ricerca metafisica con il desiderio di felicità, tanto che possiamo dire che la ricerca della verità e il raggiungimento della felicità sono due facce della stessa medaglia. Questo desiderio, impresso nel cuore dell’uomo, è un desiderio che possiamo definire perciò metafisico, nel senso che solo il raggiungimento della verità ultima delle cose può placare questa tensione. Su questo punto la storia della filosofia è molto chiara; essa, infatti, conduce alla constatazione di un dato di fatto o, per meglio dire, a rilevare la presenza di una costante (Nel linguaggio scientifico si dice costante una quantità o una grandezza invariabile. In senso più ampio costante è ciò che nel pensiero o nell’azione di un singolo individuo o di una collettività, o anche nell’insieme di un’opera, di una attività, si manifesta immutabile e caratteristico (e si oppone perciò a variabile). Nel nostro caso ciò che rimane immutabile, e quindi diviene costante teoretica, è la necessità da parte dell’uomo di trovare un Fondamento che renda comprensibile, intelligibile la realtà): l’uomo è essenzialmente un metafisico e non può smettere di interrogarsi sulla realtà che lo circonda, realtà che reclama una spiegazione, un Fondamento. Ecco quanto affermava il filosofo francese Étienne Gilson:

«It is an observable character of all metaphysical doctrines that, widely divergent as they may be, they agree on the necessity of finding out the first cause of all that is. Call it Matter with Democritus, the Good with Plato, the self-thinking Thought with Aristotle, the One with Plotinus, Being with all Christian philosophers, Moral Law with Kant, the Will with Schopenhauer, or let it be the absolute Idea of Hegel, the Creative Duration of Bergson, and whatever else you may cite, in all cases the metaphysician is a man who looks behind and beyond experience for an ultimate ground of all real and possible experience».

É. Gilson, The unity of philosophical experience, Ignatius Press, San Francisco1999, p. 247 [corsivo mio].

Tale costante non solo è rilevabile nella storia della filosofia, ma anche nella storia dell’umanità: l’agire dell’uomo è infatti caratterizzato da uno anelito verso il divino che si presenta come ciò che deve spiegare e, quindi, dare senso alla vita, alla realtà tutta. Questo vuol dire che quanto detto vale per il filosofo e, in un certo qual modo, per tutti gli uomini. Dico “in un certo qual modo” solo per differenziare la riflessione dell’uomo comune da quella del filosofo: quando, per esempio, l’uomo comune giunge a Dio, materialmente non dice nulla di diverso dal filosofo, il quale non fa che problematizzare e percorrere la via che conduce a Dio con strumenti scientifici, formalizzando quindi il discorso e rispondendo ad eventuali obiezioni (come fa Tommaso nelle note «cinque vie». Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 3. Sul senso comune rimando a: A. Livi, Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede, Leonardo da Vinci, Roma 2010). Ciò vuol dire che tutti gli uomini sono, in un certo senso, filosofi perché tutti gli uomini – come nota Aristotele all’inizio della Metafisica – desiderano conoscere la verità, ma non ovviamente questa singola verità, ma la verità ultima delle cose, la somma verità e la conoscenza di questa somma verità conduce alla felicità:

«Ora, se, come ho mostrato poco fa, esiste un certo tipo di felicità imperfetta, derivante da un bene poco consistente, non ci può essere dubbio che ne esiste una piena e perfetta. La conclusione – dissi io – è quanto mai sicura e vera. E le [la filosofia]: Per conoscere da che parte abiti – riprese – segui queste considerazioni. Che Dio, l’essere superiore a tutti, sia buono, lo sta a provare il modo di concepire comune alle menti umane; dal momento, infatti, che non si può concepire nulla di più buono che Dio, chi potrebbe dubitare che sia buono quello di cui nulla è più buono? E che Dio è buono la ragione lo dimostra in modo tale da indurre a credere che in lui sia posto anche il perfetto bene. Difatti, se così non fosse non potrebbe essere il fondamento di tutte le cose […] Perciò […] si deve ammettere che in Dio sommo sia la pienezza del sommo e perfetto bene; ma noi abbiamo dimostrato che il perfetto bene coincide con la vera felicità: ne deriva quindi necessariamente che la vera felicità si trova nel sommo Dio».

S. Boezio, Conosolatio philosopiae III, 10 = La consolazione della filosofia, Bur, Milano 200511, p. 229-231.

In questo senso la ricerca della sapienza metafisica, nonostante il suo elevato grado di astrazione, è, tra le scienze elaborate dall’uomo, quella più concreta perché è quella più vicino alle profonde aspirazioni dell’uomo (cfr. Costanti di Gilson, pp. 145 ss). Certo, determinate circostanze storiche possono in parte anestetizzare la coscienza dell’uomo (cfr. Pascal, Pensieri, n. 139). e renderlo, in un certo senso, incapace di porre attenzione su ciò che è essenziale, ma basta poco per poter risvegliare questo desiderio, il desiderio di conoscere, come dice Agostino, la sola realtà che rende felici, la Misura suprema:

«Dunque, come la verità è figlia della misura, così la misura si riconosce dalla verità; non sono quindi mai esistite una verità senza misura e una misura senza la verità. Chi è il figlio di Dio? È detto: la Verità. Chi altri dovrebbe essere ingenerato se non la Misura suprema? Pertanto chiunque per la via della verità sia pervenuto alla Misura suprema è felice. Questo per l’animo umano vuol dire possedere Dio, goderne pienamente. Gli altri esseri, benché siano in potere di Dio, non Lo possiedono».

Agostino, De vita beata, IV, 34 = La felicità, Bur, Milano 20013, p. 87


Giovanni Covino

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