Homo religiosus. C’è spazio, nel discorso sulla religione, per la ragione?

L’argomento “religione” è stato, è e sarà un argomento tanto importante quanto delicato. Nel corso della storia, difatti, non sono mancati episodi inquietanti che hanno portato alla condanna della religio e dell’homo religiosus, e a rendere sempre più pressanti quesiti del tipo “la religione è sempre accompagnata dalla violenza?” oppure “c’è spazio, nel discorso religioso, per la ragione?”.

Ovviamente, nel breve spazio di un articolo, non è possibile dare una risposta esauriente a queste domande, non è possibile, per dirla in termini tecnici, una fenomenologia della religione. È tuttavia possibile abbozzare una risposta.

Il primo dato da tener presente, e su cui riflettere, è il seguente: l’uomo è un essere che da sempre ha cercato di trovare un senso alla propria vita e ha cercato di instaurare un rapporto con l’Essere che spiega l’intera realtà, Essere che comunemente chiamiamo Dio:

«Tra tante specie nessun animale, al di fuori dell’uomo, ha una notizia qualsiasi della divinità, e non c’è fra gli stessi uomini nessuna gente così selvaggia e feroce, che sebbene ignori come si debba concepire Dio, non si rende conto che bisogna ammettere l’esistenza».

Cicerone , De legibus, I, 24

In altri termini l’uomo ha sempre avuto la percezione della divinità, cercando di instaurare un rapporto con questo Essere superiore. Questo fenomeno è il fenomeno della religione naturale. Il rapporto uomo-divinità si è tradotto e si traduce ancora nel culto, cioè in quegli atti con i quali onoriamo la divinità. Tutto questo ci fa capire che l’essere umano è un essere religioso, la religiosità fa parte della sua stessa essenza (su questo argomento si può leggere R. Rossi, Fondamento e storia. Essenza e forma della religione, Roma 2005). Dire questo non vuol dire, of course, che ogni forma di religione sia giusta e che tutte le religioni si equivalgano, vuol dire solo evidenziare un fatto, un dato che fa parte del patrimonio comune dell’umanità.

Ora, proprio perché la religione è tale, bisogna che gli atti che la contraddistinguono siano regolati dalla ragione, non dobbiamo infatti dimenticare che l’uomo è persona, essere dotato di intelletto e volontà. Abdicare alla ragione significa misconoscere la propria natura. Detto ciò possiamo quindi dire che ogni atto religioso è sbagliato (e da condannare) quando esso contrasta con i principi della ragione; quando esso diviene, in altri termini, un atto frutto solo della propria idea di Dio e per questo fanatico. I fondamentalisti islamici con le loro azioni non fanno altro che mostrare quanto appena detto: la violenza, infatti, non è che un atto di sopraffazione fisica e/o morale, esercitato per costringere qualcuno ad accettare o rinunciare a determinate cose, valori ecc., la qual cosa è evidentemente lontano dalla verità della ragione che riconosce all’uomo la libertà: non si può infatti essere costretti ad abbracciare una fede; la scelta, proprio perché tale, è libera e frutto di una personale ricerca che deve solo tener conto delle verità che la ragione raggiunge con le proprie forze (come, per fare qualche esempio, l’esistenza di Dio e l’esistenza di una legge morale naturale) e, successivamente, vagliare la credibilità di una testimonianza di un determinato credo religioso.

Concludo richiamando la lezione che Benedetto XVI tenne a Ratisbona (e che sollevò non poche polemiche). In quell’occasione Ratzinger pose la propria attenzione proprio sull’essenza della religione, mostrando che la vera religiosità non è mai in contrasto con la ragione e i suoi principi, poiché agire contro ragione vuol dire agire contro Dio. Proprio tenendo conto di ciò è possibile, da un lato, condannare il fanatismo e le sue azioni, dall’altro salvare la religione e aprire, così, lo spazio per un dialogo serio e per la ricerca della vera religione, unica in grado di rispondere pienamente alle domande che albergano nel cuore di ogni uomo:

«L’occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori».

Giovanni Covino

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