“…a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso”. Giovannino Guareschi e il Natale

In uno dei racconti che vengono dal «piccolo mondo di un mondo piccolo» di Giovannino Guareschi, leggiamo

E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che,una di queste sere,il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino. 

Sì, fra mille anni, le persone ancora si stupiranno di un bambino: è lo stupore che si prova davanti al mistero del Natale, dell’Eterno che entra nel tempo.

L’8 settembre 1943 fu annunciato l’ armistizio dell’Italia con gli Alleati. Giovannino Guareschi si trovava in caserma ad Alessandria. Dopo aver rifiutato di combattere per la Repubblica Sociale, fu arrestato dai tedeschi e venne inviato nei campi di prigionia di Częstochowa e Beniaminów (Polonia) e poi a Wietzendorf e Sandbostel (Germania) dove rimase due anni. La favola di Natale è un’opera nata durante questo periodo di prigionia:

Questa favola è nata in un campo di concentramento del Nord-ovest germanico, nel dicembre del 1944, e le Muse che l’ispirarono si chiamavano Freddo, Fame e Nostalgia. Questa favola io la scrissi rannicchiato in un “castello” biposto, e sopra la mia testa c’era la fabbrica della melodia. Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d’Angora. […]Ma la sera della Vigilia, nella squallida baracca del “Teatro”, zeppa di gente malinconica, io lessi la favole e l’orchestra, il coro e i cantanti la commentarono egregiamente, e il “rumorista” diede vita ai passaggi più movimentati. […]Io vi racconterò una favola e voi la racconterete al vento di questa sera, e il vento la racconterà ai vostri bambini. E anche alle mamme e alle nonne dei vostri bambini, perché è la nostra favola: la favola malinconica d’ognuno di noi. Io, la sera della Vigilia del ’44, conclusi con queste parole la premessa: ma il vento avrà sentito? O, se ha sentito, sarà riuscito poi a superare i baluardi della censura? O, lungo la strada, avrà perso qualche periodo? Ci si può fidare del vento in un affare così delicato?

Protagonista della favola è Albertino, figlio dell’autore, che, assieme alla nonnina, al cagnolino Flick e ad una lucciola (che sarà luce nella notte), compie un incredibile viaggio verso il campo di concentramento in cui si trova il padre. Durante il viaggio incontrano tantissimi personaggi bizzarri, finché, nella notte buia e fredda, seduti «ai piedi d’un grosso tronco, stretti l’uno all’altro per stare più caldi», videro «un uomo che camminava curvo con una sacca sulle spalle» La lucciola «gli illuminò il viso […] Era il babbo. Era il babbo che, nella notte di Natale, era fuggito dal suo triste recinto e ora camminava in fretta verso la sua casa. Voleva ritornare, almeno quella notte, e girare tutte le stanze e affacciarsi ai sogni di tutti i dormienti». La favola si conclude, dopo un pranzo di Natale a base di panettone, con il ritorno del babbo al suo triste campo.

La tristezza del ritorno e della situazione è accompagnata, però, dalla speranza del mistero del Natale, il mistero del Bambinello che «sulla paglia vagisce, e lo scaldano, col loro fiato, il bue e l’asinello».

Giovanni Covino

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