Ordo amoris. La giustizia: dare a ciascuno ciò che gli è dovuto

La giustizia è – dice Tommado d’Aquino – la «volontà ferma e costante di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto» (Summa theologiæ, II-II, q. 58, a. 1, resp.).

Essa concerne le relazioni degli uomini tra di loro, ma anche le relazioni uomo-Dio e uomo-Stato. Ogni uomo deve dare al prossimo e a Dio quanto è dovuto: nel secondo caso parliamo della giustizia come virtù della religione; nel primo caso, invece, parliamo di una virtù che si declina in tre diverse tipologie.

La g. distributiva → si tratta del rapporto Stato-cittadino: il primo ha il dovere di dare a ciascuno quanto tocca. Per fare un esempio, nella Costituzione della Repubblica italiana, quando si parla del lavoro, si parla del diritto ad una «retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (a. 36), si parla, in altri termini, del diritto a ricevere quanto tocca, potremmo dire una retribuzione giusta. Ciò spesso – ahimè – non accade, ma nel testo costituzionale possiamo apprezzare questo concetto tanto importante.

La g. commutativa → si tratta del giusto rapporto tra cittadini. Ogni persona deve dare e ricevere il dovuto dal prossimo: «la giustizia commutativa – dice Tommaso – abbraccia i doveri reciproci esistenti tra due persone» (Summa theologiæ, II-II, q. 61, a. 1, resp.).

La g. legale → si tratta dei doveri che ogni cittadini ha, in forza della legge, nei confronti dello Stato. Occorre, ovviamente, sottolineare che i doveri dei cittadini nei confronti dello Stato hanno un limite: la legge non è giusta perché è fatta dallo Stato, ma è tale quando rispetta l’«ordo amoris». In questo senso, può presentarsi il caso di una “legge ingiusta” che il cittadino, in coscienza, non è tenuto a rispettare. È in base a questo principio di superiorità della legge morale naturale sulla legge positiva che, nei famosi processi di Norimberga, i giudici hanno potuto condannare i gerarchi nazisti. Senza tener conto di altre difficoltà e di alcune polemiche relative agli atti processuali, voglio soffermarmi, a mo’ di esempio, solo sul fatto che alcuni gerarchi si difesero proprio facendo leva sul punto prima evidenziato, cioè di non aver fatto altro che seguire le leggi dello Stato, nel caso specifico le leggi razziali di Norimberga. I giudici, allora, per uscire dall’impasse non fecero altro che tener conto di un valore superiore appartenente alla legge morale naturale, parlando di crimini contro la pace (affermando la necessità dell’ordine nella società) e crimini contro l’umanità (affermando la dignità ontologica di ogni persona e la sua inviolabilità).

In questo senso, non può esistere alcun ordinamento giuridico contrario al senso morale, a ciò che ogni uomo naturalmente conosce come il vero bene da perseguire.

Giovanni Covino

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