Ordo amoris. Libertà e responsabilità: l’uomo e la legge morale

Nell’articolo precedente della rubrica Ordo amoris, ho elencato i concetti fondamentali del senso morale. In questa nuova puntata, parlerò dei primi due: libertà e responsabilità.

Partiamo da una premessa importante.

Quando l’io si accorge della presenza di enti analoghi a sé, diviene consapevole allo stesso tempo che i rapporti con questi sono di altra natura rispetto al rapporto che l’io ha con altri enti (come il tavolo, la sedia, la penna, il libro o il pc che ho davanti). Dalla coscienza dell’io, che è coscienza della libertà, emerge la responsabilità, cioè il fatto che il rapporto con gli altri è regolato da leggi che non sono di natura fisica, ma da leggi che interpellano la coscienza e rendono l’atto suscettibile di valutazione. Questo ci rende, allo stesso tempo, consapevoli di appartenere anche ad un altro ordine, un ordine che travalica quello prettamente materiale: si parla appunto di ordine morale.

Tutto il discorso etico è fondato, quindi, su questa esperienza morale, anche perché – come giustamente afferma Jacques Maritain – «gli uomini non hanno aspettato la filosofia per avere una morale». La conoscenza riflessa della filosofia morale presuppone la conoscenza che deriva proprio dall’esperienza morale, la consapevolezza di dover seguire un ordine intrinseco e di rispettare le altre persone proprio in virtù di questa natura.

La condizione del comportamento giusto è l’essere in conformità alla propria natura di esseri razionali che può realizzarsi perché l’uomo conosce immediatamente la sua originalità rispetto a tutti gli altri essere, nonché il carattere specifico dei rapporti con gli altri uomini, la distinzione tra il bene e il male, tra giusto e sbagliato, grazie alla luce dell’intelletto pratico. Questo “fatto naturale” per l’uomo rimane sempre costante nel corso della storia, è una costante dell’umanità, come ribadisce Livi:

«L’esperienza morale è qualcosa di elementare (la ricchezza concettuale appartiene ad altre forme della conoscenza) e al tempo stesso fondamentale nella vita umana, sia al livello della coscienza individuale che al livello degli usi e dei costumi sociali; e dicendo che è “fondamentale” si vuole dire che tutte le altre manifestazioni della vita morale presuppongono questa esperienza, che è sempre latente anche se occasionalmente le sovrastrutture culturali possono contraddirla: Agostino lo aveva intuito quando scriveva: “Gli uomini credono che non ci sia giustizia perché vedono che i costumi variano da popolo a popolo, mentre la giustizia dovrebbe essere immutabile, ma essi non comprendono che il precetto di non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi è un precetto che mai cambia, un precetto che rimane costante nel tempo e nello spazio” [De doctrina christiana, III, 7]. Come dice Giovanni Paolo II, “l’uomo porta scritta nel suo cuore una legge che non è lui a darsi, ma che esprime le immutabili esigenze del suo essere personale creato da Dio, finalizzato a Dio e in sé stesso dotato di una dignità infinitamente superiore a quelle cose. Questa legge non è solo costituita da orientamenti generali, la cui precisazione nel loro rispettivo contenuto è condizionato dalle varie e mutabili situazioni storiche. Esistono norme morali aventi un loro preciso contenuto immutabile e incondizionato” [Discorso ai partecipanti al Congresso di teologia morale, 10 aprile 1986, n.4]».

Antonio Livi, La ricerca della verità, Leonardo da Vinci, Roma 2005, pp. 184-185

In questa prospettiva, il luogo proprio dell’esperienza morale è il “cuore”, inteso come quella parte intima di questo ente particolare che è il soggetto, meglio: la persona. Essa è l’unico ente in grado di apprendere, di cogliere i valori e le differenze qualitative tra le relazioni, unico capace di giudicare. L’esperienza morale è, dunque, la conoscenza del fatto che i rapporti del soggetto con i propri simili hanno – come detto – un carattere unico perché contraddistinti da libertà e responsabilità

Ma cos’è la libertà? E perché è sempre accompagnata dalla responsabilità? La risposta a questi due quesiti permetterà di chiarire ancor di più la questione della verità morale.

Definisco la libertà come la facoltà propria di un ente che, nei limiti della sua natura, ha la possibilità della scelta. Dico nei limiti della propria natura per evidenziare che l’ente-uomo non ha una libertà assoluta o incondizionata (libera da tutte le necessità), ma sempre limitata. Pur essendo un dono grandissimo, essa non può essere considerata un assoluto privo di referenti e il primo referente è proprio la natura dell’uomo. Il poeta Dante Alighieri (Paradiso, V, 19-24), parlando della libertà ne parla appunto come un dono comune a tutte le creature intelligenti (uomo, angelo, Dio).

«Lo maggior don che Dio per sua larghezza

fesse creando, e a la sua bontate

più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,

fu de la volontà la libertate;

di che le creature intelligenti,

e tutte e sole, fuoro e son dotate».

Il dono della libertà – come si evince dalle terzine del sommo poeta – è il dono più grande, ma è appunto un dono: per tale ragione essa, nel suo esercizio, deve coniugarsi sempre con alcune verità metafisiche che non possono essere negate. In questo senso, quando si dice che “un uomo agisce bene quando agisce secondo coscienza” ci si esprime in modo ambiguo se non si specifica, allo stesso tempo, che la coscienza non è il giudice supremo delle nostre azioni. Ciò è contraddittorio: la coscienza non può essere allo stesso tempo fonte della legge e giudice delle azioni compiute. La libertà umana, proprio perché è la libertà di un essere finito, deve essere sempre informata dalla verità di una legge superiore alla coscienza stessa: si tratta di riconoscersi parte di un ordine in cui non si è legislatori. Proprio in virtù di ciò, la libertà di un atto, in quanto posizione determinata dinanzi alla realtà, è sempre accompagnata dalla responsabilità. Il discorso ha senso quindi nel momento in cui l’uomo è ben consapevole di appartenere all’ordine summenzionato e che deve rispondere (da cui responsabilità) dei suoi atti liberi in relazione a tale ordine. Quanto detto, chiarisce ulteriormente perché la coscienza che giudica se stessa è, in sostanza, un cane che si morde la coda.

In sintesi: ogni atto libero è un atto connotato dalla responsabilità, così come ogni atto responsabile, per essere tale, deve di necessità essere libero. Il concetto di responsabilità è quindi di estrema importanza perché – come si è potuto vedere – connesso:

  • da un lato, alla capacità della persona di prevedere le conseguenze dei propri atti e comprendere quanto questi atti siano conformi all’ordine morale;
  • dall’altro, proprio perché responsabile, ogni atto può essere soggetto al giudizio: si tratta, in questo caso, del carattere di imputabilità che contraddistingue l’atto compiuto.

Immanuel Kant, introducendo la distinzione tra cosa e persona, spiega bene quest’ultimo punto nella sua opera Metafisica dei costumi, soffermandosi proprio sul concetto di imputabilità che ha senso solo per le persone che sono appunto esseri liberi e quindi responsabili:

«Persona è quel soggetto, le cui azioni sono suscettibili di imputazione. La personalità morale non è dunque altro che la libertà di un essere ragionevole sottomesso a leggi morali […]. Cosa è [invece] ciò che non è suscettibile di nessuna imputazione. […] L’imputazione (imputatio) nel significato morale è il giudizio, mediante cui alcuno è considerato come autore (causa libera) di un’azione la quale è sottomessa a legge […]».

I. Kant, Metafisica dei costumi, Laterza, Roma 2005, pp. 26, 30-31

Le due qualità analizzate emergono, dunque, da quell’esperienza originaria che l’uomo fa di se stesso e di sé in relazione agli altri.

Questo richiamo apre un’altra dimensione, già accennata in un articolo precedente, che è quella dell’alterità e della conseguente obbligazione morale, di cui parlerò nel prossimo articolo.

Giovanni Covino

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