Il processo di demitizzazione e la “nouvelle a-théologie”

Ha fatto molto discutere l’immagine di Roberto Saviano sulla nascita di Gesù con relativo commento. Si tratta di una foto che manifesta il pensiero dello scrittore sulle figure che compongono la santa Famiglia, ma è un pensiero tutt’altro che originale.

L’operazione di R. S. è, infatti, ascrivibile a quel processo di demitizzazione che alcuni teologi, tra cui Rudolf Bultmann (1884-1976), hanno tentato di fare il secolo scorso: il loro obiettivo era (e in alcuni casi è ancora) separare il c.d. «Gesù storico» dal c. d. «Gesù della fede» e spogliare il Vangelo di ogni elemento metafisico, considerando ciò che è mistero (perché oltrepassa le nostre capacità) irrazionale.

In quanto discorso mitologico, il messaggio del Nuovo Testamento non è credibile per l’uomo d’oggi, perché per lui l’immagine mitica del mondo [Dio, angeli, demoni, Satana, i novissimi] non esiste più […] Compito della teologia sarebbe allora quello di demitologizzare il messaggio cristiano.

R. Bultmann, Nuovo Testamento e mitologia, Roma 1969, pp. 14-15

Il messaggio evangelico non ha, come si evince dal testo citato, nessun significato per l’uomo contemporaneo se non in relazione allo stato d’animo interiore: è cancellato completamento ogni valore storico e, di conseguenza, l’accettazione della verità del Vangelo diventa impossibile se non passando – come appena detto – per una disposizione emotiva che non ha nulla a che fare con l’ambito cognitivo. La fede è ridotta a sentimento, a salto nel vuoto.

In realtà, la fede cristiana poggia su ciò che gli Apostoli hanno visto, udito e toccato. Lo si legge nel Nuovo Testamento: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi e ciò che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita» (1 Gv 1, 1).

Gli Apostoli hanno visto e tramandato cose «nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo» (1 Pt 1, 12): «il Verbo si è fatto carne, perché la potessimo vedere e fosse risanato in noi ciò che ci rende possibile vedere il Verbo» (Agostino, Commento alla prima lettera di Gv). Sono stati – dice Pietro – «testimoni oculari della Sua [di Gesù] grandezza» (1 Pt 1, 16).

Come si può notare, il messaggio evangelico è fortemente radicato nella storia e voler separare le figure di cui sopra è operazione già vista. Insomma, nulla di originale in quell’immagine. Troviamo solo la negazione dei più elementari principi metafisici che fanno da preambolo all’atto di fede, di ricerca storica sull’affidabilità di una fonte e la qualità dei testimoni (di grande complessità, ma non impossibile), oltre che una mancanza di rispetto nei confronti dei credenti.

Giovanni Covino

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