Ordo amoris. Alterità e obbligazione morale: la regola-base della dimensione intersoggettiva

La rubrica Ordo amoris tratta oggi della questione morale per eccellenza: il rapporto con gli altri. La nozione di alterità è infatti fondamentale e riguarda tutte le persone, quindi non solo il rapporto tra gli uomini, ma anche il rapporto con Dio, che si potrebbe definire l’Altro per eccellenza. Come osserva acutamente Livi,

«il senso morale consiste in una fondamentale e operativa dimensione dell’esperienza, quella per cui il soggetto, posto di fronte alla totalità delle sue relazioni con il mondo, percepisce immediatamente e con assoluta evidenza la radicale “differenza qualitativa” che caratterizza i suoi rapporti con i suoi simili, ossia con gli altri soggetti; ogni soggetto pensante avverte che i suoi rapporti con gli altri soggetti non sono come i rapporti con le “cose”, ma lo coinvolgono personalmente e intimamente; sono rapporti che hanno un valore peculiare, che si manifesta attraverso la dialettica dei sentimenti opposti come amicizia/ostilità, gratitudine/risentimento oppure amore/odio».

Si tratta dunque dell’esperienza fondamentale dell’alterità, della presenza di un altro nella propria esistenza, esperienza che impone la consapevolezza del dovere e la consapevolezza che l’interazione con gli altri si pone su un piano diverso da quello meramente fisico. Qui entra in gioco nuovamente la responsabilità: come si è visto nell’articolo precedente, essere responsabili vuol dire rispondere dei propri atti e la misura dell’atto libero non è data dalla coscienza, ma dalla verità del principio morale espresso in una legge che illumina e guida la coscienza.

Nel rapporto con l’altro, entra in gioco anche un “chi” a cui rispondere e verso cui si è obbligati. Ovviamente la norma per giudicare della bontà o della malizia di un atto non deriva dall’altruismo, inteso come un generico sentimento filantropico, ma dal valore in sé dell’altro e dal bene dell’altro. Questo consente di evitare un vuoto sentimentalismo che molto spesso dimentica il vero bene con ricadute sugli stessi rapporti e di conseguenza sulla società, le istituzioni eccetera. Si pensi, per fare un esempio, all’educazione: se tutto viene interpretato alla luce della retorica del sentimento altruistico, l’educazione si trasforma in una specie di accompagnamento affettivo, ma non nella formazione integrale della persona. L’agire insieme deve essere sempre interpretato alla luce di una corretta visione metafisica capace di far emergere i dati originari della realtà:

«Infatti – spiega Wojtyła – nel punto di partenza dell’affermazione circa la natura sociale dell’uomo non poteva esserci null’altro se non appunto l’esperienza che l’uomo esiste e agisce “insieme con gli altri […]. L’espressione “natura sociale” sembra indicare anzitutto la realtà dell’esistere e dell’agire “insieme con gli altri”, attribuita in modo quasi consequenziale ad ogni uomo. È chiaro che l’attribuzione stessa risulta da tale realtà e non viceversa. [Occorre spiegare] il carattere sociale della natura umana […] al livello della persona, tenendo conto di tutta la sua immagine dinamica […]».

Come si può notare dalla citazione, la definizione dell’uomo come essere sociale affonda le sue radici nell’esperienza dell’altro come diverso, ma allo stesso tempo contraddistinto da alcune qualità che in un certo senso – come meglio dirò tra breve – m’impongono una determinata legge: la legge dell’altro alla luce del bene. L’importanza della dimensione intersoggettiva va còlta, infatti, all’interno di un quadro ben preciso, e se è vero che «la presenza e la conoscenza degli altri – come spiega Antonio Livi – è ciò che genera nella mia intelligenza l’intuizione della necessità di rispettare i diritti altrui, così come gli altri sono tenuti a rispettare i miei diritti in base alla consapevolezza di appartenere ad una dimensione diversa, che possiamo definire “valoriale”», è altrettanto vero che la dimensione valoriale è all’interno di un ordine morale oggettivo da cui emerge la stessa dimensione della soggettività e dell’intersoggettività. L’esperienza dell’altro è l’esperienza di un essere che non può essere trattato come una “oggetto”, ma considerato nella sua peculiarità, come hanno notato alcuni fenomenologi, tra cui Nicolai Hartmann (1882-1950):

«La persona – dichiara il filosofo – si trova nel duplice rapporto, da una parte, con il mondo delle cose (dei prodotti puramente ontologici), e, dall’altra, con il mondo delle persone (i portatori di valore di pari condizione). Nel primo rapporto sta come “Io” rispetto al “Non-Io”, nel secondo come “Io” rispetto al “Tu”».

Da questa importante intuizione, l’intuizione dell’alterità, ricaviamo l’altro fondamentale concetto dell’obbligazione morale: ci sentiamo obbligati nei confronti dell’altro nel senso che abbiamo il dovere di rispettarli e di non compiere mai azioni che potrebbero annullarne la dignità.

Anche il filosofo francese Paul Ricoeur (1913-2005) ha parlato di questa norma come la “regola d’oro” della moralità e che si può definire come la regola-base della dimensione intersoggettiva. Una categoria, questa, che può essere sviluppata in varie direzioni, come ha ben messo in evidenza Hans Jonas (1903-1993), il quale mostra che i rapporti con gli altri generano nella coscienza del soggetto categorie morali quali la responsabilità, e quindi il rispetto per un qualcuno che percepiamo come portatore di un valore assoluto:

«Soltanto il rispetto, rivelandoci qualcosa di sacro, cioè inviolabile in qualsiasi circostanza (il che risulta percepibile persino senza religione positiva), ci riserverà anche dal profanare il presente in vista del futuro, dal volere comprare quest’ultimo al prezzo del primo».

H. Jonas

Queste riflessioni si trovano anche nell’opera di altri autori: si pensi a Martin Buber (1978-1965) ed Emmanuel Lévinas (1906-1995), i quali hanno posto particolare attenzione al tema dell’alterità, mostrando un tratto comune ovvero la qualifica di “sacro” che essi attribuiscono al rapporto morale con gli altri. Una riflessione che sfocia in un’etica della responsabilità in cui l’altro non è una «cosa», ma un «volto».

Anche in questo caso occorre però prendere l’aggettivo sacro con la dovuta cautela, proprio per evitare fraintendimenti: la sacralità del rapporto è data dalla percezione del valore (della sua intrinseca bontà) di cui è portatore l’altro e di conseguenza la radice della dimensione intersoggettiva è l’esperienza morale, una metafisica implicita del bene e che permette di cogliere l’unità di fondo dell’esperienza originaria: il carattere sacro che la persona percepisce è un’altra via che ci permette di compiere – come spiegherò meglio nel prossimo paragrafo – un’inferenza spontanea e andare dall’altro (e dalla percezione del valore dell’altro) all’Altro, dal sacro alla fonte della sacralità. È, in altre parola, la via che unisce la moralità alla religione. La dimensione intersoggettiva, inoltre, connota anche la società civile ed è alla base di quel sistema di convenzioni e di leggi che costituiscono il diritto che, però, non esprime mai in modo adeguato l’ordine morale oggettivo percepito:

«Non si può semplicemente identificare quanto stabilito e autorizzato dalla legge in un sistema democratico di governo con i princìpi della morale, come se fossero praticamente equivalenti, perché è noto che la libertà di espressione e di voto non bastano per se stesse – per quanto siano nobili e conformi alla verità – per conseguire una libertà veramente umana».

Giovanni Paolo II

Quanto detto ci dà allora la possibilità di affrontare un altro importante tema dell’etica, cioè il fondamento dell’ordine morale.

Giovanni Covino

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