Le leggi dell’agire umano libero e responsabile. Un breve scritto su “Il senso morale”

Propongo ai lettori di Briciole filosofiche questo breve scritto di Antonio Livi. Si tratta di un estratto dell’introduzione che il filosofo toscano ha fatto al mio studio su Il senso morale, saggio in cui illustro il rapporto tra l’intuizione originaria dell’ordine morale (ricondicibile alle cinque certezze incontrovertibili e sempre attuali del “senso comune”) e la riflessione critica e sistematica operata dalla filosofia, sulla scorta del metodo propriamente metafisico, capace di passare in ogni momento “dal fenomeno al fondamento” [Giovanni Covino]


Come per tutti i testi della collana “Propedeutica filosofica”, è importante chiarire fin dall’inizio a quale tipo di scienza si intende avviare i lettori. Il discorso iniziale è dunque, necessariamente, un discorso epistemologico. Che tipo di scienza può essere l’etica filosofica? Si tratta di una scienza descrittiva oppure di una scienza prescrittiva? Qual è il suo oggetto specifico, qual è il metodo che adotta per studiarlo, quale valore aletico hanno le conclusioni cui perviene? Per rispondere a queste domande, osservo innanzitutto che, da un punto di vista epistemologico, l’etica filosofica (studio delle norme che regolano il comportamento umano libero e responsabile) ha in comune con l’antropologia filosofica (studio dei fattori costitutivi della natura umana) e con la logica filosofica (studio delle leggi del pensiero umano) la circostanza per cui il rispettivo oggetto di studio non può essere considerato, né in teoria né nella pratica scientifica, indipendentemente dal soggetto che lo studia. Si tratta di una circostanza che non può essere ignorata, tant’è che lo rilevava, in sede di discussione epistemologica sulla psichiatria (una delle scienze umane che operano nell’ambito dell’antropologia filosofica), una studiosa dell’Università di Trento, facendo un discorso sensato, anche se privo di fondamento metafisico:

«Credo che l’epistemologia psichiatrica non si si possa in nessun modo dare una volta per tutte. Non ha teoremi o postulati. È un sapere mai saputo e assodato, ma sempre posto in discussione dagli oggetti stessi del suo scire. Quali sono questi oggetti? Guarda caso i soggetti! E quando parliamo di “soggetti”, non intendiamo certo riferirci alla loro valenza fisico-corporea, sulla quale riflettono già abbondantemente i rispettivi ambiti medico-sanitari; vogliamo piuttosto concentrarci sul significato umanistico-filosofico degli stessi. Vogliamo insomma appellarci a quel significato di soggetto afferente alla psiche quale animo, nell’accezione terminologica che dal mondo omerico ci ha condotto fino ai giorni nostri. In questa veste, allora, la psichiatria è davvero l’unica disciplina che ha per oggetto del suo sapere un soggetto: gli errori del suo agire sono tutti addensati nella nefandezza teoretica pronta a vedere la persona umana quale mero oggetto, quale semplice “res” da studiare e analizzare, alla stregua del modus agendi di tutte le altre branche della conoscenza. Un sapere contro natura: un sapere che scappa da qualsiasi legge è la psiche umana, come milioni di granelli di sabbia scivolerebbero lesti dalla mano stretta che vorrebbe trattenerli. Scrive Dostoevskij: “vasto è l’uomo, troppo vasto, io lo farei più ristretto”.È un vuoto a perdere. Un vaso forato. La psichiatria non ha speranza di raccolta completa e di definizione totale. Per questo intento, forse occorrerebbe un’essenza sovra-mondana e sovra-soggettiva: ma, per quel che ne so io, gli psichiatri sono essi stessi soggetti mondani! E con questa espressione mi riferisco al fatto che, essendo essi stessi influenzati dalle vicende personali, contingenti, storiche e culturali che determinano la loro esistenza nel mondo, non potranno mai dirsi distaccati, oggettivi e scientifici rispetto a quei viventi della loro medesima specie che pretendono di analizzare» (Silvia D’Autilia, in news-forumsalutementale.it/il-mio-intervento-al-forum-silvia-dautilia).

La studiosa che ho citato, essendo evidentemente priva di una formazione logico-metafisica adeguata, conclude il suo discorso sulle discipline nelle quali è impossibile scindere l’oggetto dal soggetto dicendo che tale circostanza rende impossibile a queste discipline il rigore propriamente scientifico, che a suo avviso consisterebbe principalmente nella «oggettività», intesa come atteggiamento di «distacco» da parte dello scienziato nei confronti del proprio oggetto di studio. In realtà, l’identità tra oggetto e soggetto della ricerca non implica affatto, nelle discipline delle quali sto parlando,  l’impossibilità di giungere a conclusioni scientifiche: implica invece che ci si debba rendere conto, metodologicamente, del fatto che in questi casi l’unico strumento scientifico adeguato è il ricorso alla riflessione, nel senso che il soggetto pensante deve prendere atto dei propri atti coscienti, attivando la propria capacità di autocoscienza e giungendo così a stabilire dei “protocolli” iniziali di fenomenologia “interna” (corrispondente a quella che Hegel denominava «Phänomenologie des Geistes»), protocolli che possono poi essere integrati dalla fenomenologia  “esterna”, costituita dai dati derivanti dallo studio degli atti coscienti altrui, rilevabili attraverso il linguaggio e il comportamento visibile degli altri soggetti.

Ora, oltre ad avere in comune la metodologia della riflessione, le discipline delle quali sto parlando hanno in comune la necessità di presupporre l’una le categorie concettuali («conceptual schemes») risultanti dalle indagini dell’altra (la logica filosofica presuppone i dati dell’antropologia filosofica, e l’etica filosofica presuppone i dati sia dell’antropologia filosofica che della logica filosofica), e di essere tutte insieme «subalternate» alla metafisica, evitando così di cadere nella mera descrizione fenomenologica (che è propria delle “scienze umane”) e quindi di rinunciare all’esigenza specifica della filosofia come scienza, che è tale solo se si propone di «passare dal fenomeno al fondamento», come giustamente ricordò Giovanni Paolo II nella sua enciclica sul ruolo della filosofia nella teologia (cfr Fides et ratio, 14 settembre 1998; vediDal fenomeno al fondamento: necessità, metodo e limiti della filosofia secondo l’enciclica “Fides et ratio”, a cura di Antonio Livi, Edizioni Romane di Cultura, Roma 1999). L’ancoramento alla metafisica garantisce alle scienze filosofiche quell’equilibrio epistemico per il quale esse possono evitare tanto l’oggettivismo delle scienze naturali quanto il soggettivismo delle scienze “umane” (vedi Campodonico 1996).

Tutto ciò è messo adeguatamente in evidenza in questo trattato di Giovanni Covino sulla filosofia dell’etica, sempre attento ad evitare sia l’oggettivismo che il soggettivismo. L’oggettivismo ha dato luogo, nella storia della filosofia morale, a posizioni di astratto rigorismo che poi si traducono, nel moralismo ipocrita di chi giudica la condotta degli altri, di fatto sempre inadeguata alle esigenze oggettive della legge morale, pensando di poter escludere se stessi dal novero di coloro che operano il male pur conoscendo il bene. Il modo con cui Covino espone gli argomenti relativi alla coscienza nella sua accezione morale (che è la consapevolezza di dover operare il bene con le proprie libere azioni) presenta due notevoli analogie con il modo con cui io, nel trattato sulla filosofia della logica, Le leggi del pensiero, ho esposto gli argomenti relativi alla coscienza nella sua accezione noetica (ossia, la consapevolezza di poter affermare la verità con i propri giudizi). Le due analogie sono queste:

  • Come la filosofia della logica non pretende di creare e nemmeno di inventare le leggi del pensiero ma le rileva fenomenologicamente nella dinamica della coscienza di ogni soggetto pensante, così la filosofia dell’etica non pretende di creare e nemmeno di inventare le leggi dell’agire umano libero e responsabile ma le rileva fenomenologicamente nella dinamica della coscienza di ogni soggetto responsabile delle proprie azioni.
  • Come la verità espressa dal pensiero del soggetto è causata dall’essere delle cose («est esse rerum quod causat veritatem intellectus», insegna Tommaso d’Aquino), così anche il convincimento che il soggetto ha del proprio dovere («bonum faciendum, malum vitandum») è causato dall’ordine delle cose stabilito da Dio creatore e provvidente («ordo amoris»).

Queste due analogie non potrebbero esserci se la filosofia dell’etica e la filosofia della logica non dipendessero metodologicamente l’una dall’altra e soprattutto non dipendessero entrambe dalla metafisica, come richiede il rigore epistemologico proprio della filosofia come scienza dell’intero dell’esperienza.

Antonio Livi


Questo manuale illustra in modo chiaro e semplice il rapporto tra l’intuizione originaria dell’ordine morale (ricondicibile alle cinque certezze incontrovertibili e sempre attuali del “senso comune”) e la riflessione critica e sistematica operata dalla filosofia, sulla scorta del metodo propriamente metafisico, capace di passare in ogni momento “dal fenomeno al fondamento”. L’etica filosofica riconosce così il dinamismo teleologico dei fenomeni fisici e degli atti liberi delle singole persone, ed è in grado di giustificare scientificamente il carattere originariamente teonomico dell’ordine morale. Dopo aver precisato su queste basi lo statuto epistemologico dell’etica filosofica, il manuale espone sinteticamente le nozioni e le leggi dell’ordine morale come è percepito dalla coscienza di ogni persona (legge morale naturale) e come si riflette (o dovrebbe riflettersi) negli ordinamenti giuridici della società civile (diritto positivo). Al termine dell’esposizione viene anche precisato il rapporto intrinseco che lega la legge morale naturale alla legge soprannaturale introdotta da Cristo con la Redenzione. Il manuale è corredatto di Appendici su temi di attualità e di un’ampia Bibliografia.

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