Il Napoli (tra Ancelotti e Gattuso), la questione Var, il campionato italiano, calciosofia. A colloquio con Peppe Iannicelli

Peppe Iannicelli è un giornalista professionista con la passione per la comunicazione. È presente in tv (in trasmissioni come Campania Sport o Supersport 21 sull’emittente televisiva Canale 21), nella carta stampata, sul web, in radio (come Radio Marte), nell’editoria, nella presentazione di eventi e manifestazioni, nelle aule.


Dott. Iannicelli, vorrei cominciare il nostro incontro dal campionato italiano. Lei cosa pensa della nostra serie A? Quali sono – secondo Lei – i punti deboli del nostro sistema calcistico?

Ritengo che il calcio sia una delle industrie più importanti del nostro paese. Il nostro calcio appartiene a quelle “F” che ci rendono famosi del mondo: Football, Fashion, Food and Ferrari, cioè la grande eccellenza della nostra industria. Temo che non molti si rendano conto di questa dimensione che va al di là del gioco e che è diventato un’azienda che dà lavoro e crea economia ed occupazione, sia direttamente che indirettamente. Credo, quindi, che il principale problema del calcio italiano sia nella sua governance, decisamente inadeguata. Ci sono, poi, la problematica degli impianti, legata anche ad un discorso normativo e regolamentare che rende estremamente complicato intervenire sulla trasformazione urbana delle città e di  riqualificare intere zone proprio attraverso la costruzione di impianti sportivi. Inoltre, si crede poco nei settori giovanili e dunque non s’investe sugli istruttori e sulle strutture. A questo aggiungiamo una litigiosità che è davvero stucchevole e che va al di là di ogni accettabile dialettica che pure connota naturalmente la discussione e la riflessione sportiva.

Va considerato, infine, che per anni gli stadi sono stati un luogo di totale impunità per scorrerie e atti vandalici, di violenza e di prevaricazione; e questo ha comportato la desertificazione degli impianti, complice lo spezzatino televisivo – che davvero è un pugno nell’occhio –  a differenza di quanto avviene in Inghilterra o in Germania, dove gli stadi sono sempre pieni.

In base a quanto detto, come valuta l’utilizzo del VAR nel nostro campionato?

Io credo che la tecnologia possa aiutare l’arbitro nelle sue decisioni, ma bisogna partire da un punto fermo: è l’arbitro sul campo che decide la gara ed è lui che deve compiere la valutazione. In altri termini, l’arbitro deve essere aiutato, supportato dalla tecnologia, non messo in difficoltà.

Detto ciò, credo che il regolamento di applicazione del VAR – nel nostro campionato –  sia caotico, complicato. Rispetto all’interpretazione di alcuni episodi – penso al fallo di mani – ormai c’è una tale confusione che difficilmente si riesce a stabilire un punto univoco di valutazione. Basta verificare alcuni esperimenti per cui rispetto ad una stessa situazione esistono una molteplicità di interpretazioni; e questo è un problema perché una regola funziona quando è semplice ed univoca: se è rosso non si passa, se è verde si passa. Punto. Allora, suggerisco di semplificare l’interpretazione delle norme: per il fallo di mano – per tornare al nostro esempio – sarei addirittura draconiano: se la palla viene toccata di mano in area di rigore è sempre calcio di rigore. Anche se mi rendo conto che questo aprirebbe poi le porte ad un tiro al bersaglio degli attaccanti più bravi nei riguardi del difensore, ma almeno avremmo semplificato la norma eliminando tante polemiche.

Passiamo ora al Napoli. Quest’anno la squadra ha mostrato una fragilità che ha prodotto risultati altalenanti, come si spiega questa situazione? E che ruolo – secondo Lei – ha avuto Carlo Ancelotti? Quali sono le responsabilità di un allenatore in situazioni del genere?

L’annata del Napoli è un’annata decisamente deludente rispetto alle potenzialità e alle aspettative iniziali. Io credo sinceramente che sarebbe un errore concentrarsi nella ricerca di un unico colpevole: parlerei di un concorso di colpe: la società che probabilmente non è riuscita a completare in estate il mercato andando incontro alle esigenze del tecnico; l’allenatore stesso che ha mostrato poi nella gestione del gruppo dei tentennamenti che non ci si attende da uno della sua esperienza; i calciatori che forse sono stati poco duttili e disponibili a cambiare; infine, direi alcune decisioni avverse e controverse, oltre che una certa “ostilità” di una frangia della tifoseria che ha pregiudizi nei riguardi del presidente De Laurentiis, per cui tutto quello che fa è sbagliato.

Quindi: no alla ricerca di un solo colpevole, sì alla ammissione, da parte dei responsabili, delle proprie colpe. Sulle quote di responsabilità, poi, si può discutere. Io, personalmente, ritengo che la squadra abbia il coefficiente maggiore di colpa, dopo verrebbe Ancelotti, l’ambiente ostile ed infine poi anche la presidenza, la proprietà che, in fondo, nel mercato di gennaio, ha dimostrato che l’organico allestito, con qualche ritocco, era assolutamente congruo a competere per lo scudetto.

Qual è la Sua opinione sull’esonero del tecnico di Reggiolo?

Per quanto riguarda l’esonero di Ancelotti, direi questo: nella fase iniziale della crisi avrei messo fuori rosa alcuni giocatori rivoltosi, privilegiando il ruolo dell’allenatore; poi, con il trascorrere delle settimane, ci siamo tutti resi conto che la situazione era diventata insostenibile e che tutto sommato separarsi è stata la scelta migliore. Alla fine De Laurentiis e Ancelotti hanno trovato un punto di reciproca convenienza e mi sembra che, da questo punto di vista, anche il cambio in corsa, dopo le incertezze iniziali, stia cominciando a dare i suoi frutti.

Gennaro Gattuso sembra cominci a raccogliere qualche risultato e lo ha fatto spostando più in basso il baricentro della squadra che ora si presenta corta e compatta, e subito pronta a colpire. Alcune partite (come quella con il Barça) mostrano, a mio giudizio, grande intelligenza tattica: mister Gattuso ha messo da parte il “sogno della grande bellezza” per la concretezza del risultato. Una squadra per crescere deve liberarsi dei fantasmi del passato. Lei cosa pensa? Qual è la sua opinione sulla persistente – spesso ingombrante – presenza del c.d. sarrismo?

Credo che il sarrismo resterà nel Dna dei tifosi del Napoli per tutti i secoli a venire. D’altra parte, soprattutto nell’ultimo anno, nell’ultimo mese dell’ultimo anno abbiamo vissuto delle emozioni la cui intensità sembrava essere impossibile raggiungere. È stato un frullatore di aspetti tecnici, agonistici da romanzo ed è difficile sottrarci a quella suggestione. Di certo, però, ritengo che dopo la vittoria di Torino contro la Juventus, il Napoli avrebbe dovuto conquistare quello scudetto e se avesse vinto tutte le partite che restavano da giocare, sono ancora convinto che quello scudetto sarebbe oggi nella bacheca azzurra. Mi è dispiaciuto l’epilogo e dire che lo scudetto è stato perso in albergo. Non apprezzo la cultura dell’alibi e del giustificare le proprie sconfitte con fattori esterni. Ed è stato proprio questo uno dei punti di maggiore polemica con Sarri, al quale riconosco comunque di aver donato delle emozioni straordinarie al popolo partenopeo, per le quali merita eterna gratitudine. Voglio, però, anche sottolineare come, in tre anni, nonostante un enorme potenziale, il tecnico toscano – il comandante Sarri – non sia riuscito a vincere nulla: il primo anno – lo ricorderete – la Juve aveva fallito completamente il girone di andata e nonostante ciò il Napoli ha permesso la rimonta alla formazione bianco-nera; il secondo anno, il Napoli si è giovato dei 36 gol di Higuain – che significa partire tutte le gare con uno a zero in tuo favore – e comunque si è perso il tricolore; infine, il terzo anno, addirittura, si vince lo scontro diretto sul rush finale e non si porta a casa il trofeo. Quindi, sì, la grande bellezza sicuramente, ma certamente c’è da riflettere sulle occasioni mancate.

Io, poi, ritengo che la bellezza nel calcio abbia parametri molto diversi e non riconducibili ad unum: per esempio, considero bellissimo anche un contropiede che, in 2 secondi, rovescia l’azione e porta l’attaccante al tiro e al gol, cosi come un’azione manovrata di 2 minuti in cui tutti toccano il pallone. Mi considero, da questo punto di vista, un ancelottiano: il tecnico di Reggiolo, ripeteva sempre che nel calcio tutto è buono: il calcio totale, il catenaccio, la ripartenza in contropiede, la manovra insistita e prolungata…

Dott. Iannicelli, il mio blog tratta principalmente argomenti di filosofia. Conosco la Sua cultura e la Sua curiosità intellettuale, e vorrei porLe una domanda proprio sul rapporto filosofia-calcio. È possibile – secondo Lei – stabilire una relazione? Potrebbe essere utile la formazione filosofica nel mondo del calcio?

Possiamo dire che il calcio sia un compendio della vita e delle relazioni umane. Tutto può entrare nel calcio: entra sicuramente l’economia, per i fattori che abbiamo già analizzato prima; entrano le vicende storico-politiche perché, spesso, attraverso il calcio si sono affermati movimenti ideologici e culturali – basti pensare, per esempio, alla rivoluzione industriale in Inghilterra: con il calcio la working class – la classe dei lavoratori –  afferma il suo diritto al divertimento e al tempo libero; uno dei primi club inglesi non a caso si chiama Wednesday Football Club, cioè il club di calcio del mercoledì, perché i lavoratori dopo lotte durissime ottengono 2 ore di permesso per giocare a calcio il mercoledì ed aggregassi in questo modo, fare squadra con le conseguenze che poi ci sarebbero state in seguito; e credo che anche la psicologia e la stessa filosofia – e arrivo così alla Sua domanda – siano fondamentali in questo esercizio agonistico che tutt’altro che un gioco.

Il calcio è carico di significati simbolici, basta pensare che nell’Iliade – il primo grande romanzo popolare della cultura occidentale – nei momenti più drammatici, come il funerale di Patroclo, si celebrano dei giochi in onore dello scomparso e l’autore, Omero, si diffonde molto sulla corsa dei cavalli.

Quindi, da questo punto di vista, credo che la filosofia possa aiutare molto l’esito favorevole di una stagione, il buon andamento di una squadra, ma più in generale la crescita della cultura dei calciatori avrebbe positivo giovamento anche sulla loro carriera, perché un calciatore più allenato al pensiero, alla riflessione, alla valutazione logica potrebbe anche meglio recepire schemi e situazioni di gioco.

Dott. Iannicelli, La ringrazio molto per il tempo dedicato alla rubrica “A colloquio con…” di Briciole filosofiche.

Intervista a cura di Giovanni Covino


Un pensiero su “Il Napoli (tra Ancelotti e Gattuso), la questione Var, il campionato italiano, calciosofia. A colloquio con Peppe Iannicelli

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