La filosofia: “cosa seria e utile per vita e pensiero umani”. Ricordando Sofia Vanni Rovighi, tra metafisica e fede. A colloquio con Massimo Roncoroni

Massimo Roncoroni, già cofondatore e capo redattore della rivista Per la filosofia – Filosofia e Insegnamento, ha insegnato filosofia e storia della filosofia. Autore di numerosi articoli e saggi come Percorsi di filosofia nella storia e, con Francesco Dal Pozzo, Filosofia, giustizia, diritto. Lineamenti di filosofia del diritto. In questa lunga intervista ci parla di due grandi figure del panorama filosofico italiano del ‘900: Gustavo Bontadini e Sofia Vanni Rovighi. Di seguito la seconda parte.


Caro prof. Roncoroni, riprendiamo la nostra chiacchierata. Ci parli ancora della Sua esperienza universitaria e dei “maestri” incontrati.

Come ho già detto nell’intervista precedente su Bontadini, l’avventura universitaria del medesimo, a cavallo tra fine anni ‘60 e inizio anni ‘70 del secolo scorso, fu particolarmente fortunata, poiché in Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in facoltà di lettere e filosofia, potei incontrare non tanto bravi professori quanto piuttosto alcuni veri maestri con i quali fare l’esperienza di essere “un nano sulle spalle di giganti”, sicché la mia statura psicologica, intellettuale e morale fu elevata in una prospettiva di grande valore non tanto grazie alla mia altezza, quanto piuttosto per quella sulle cui spalle dei quali potei sedermi.

Tra questi, oltre a Gustavo Bontadini vi fu quella del chiarissimo di diritto e di fatto prof. Giovanni Reale, figura per me decisiva per l’accesso alle strutture profonde e universali del pensiero classico greco e romano latino e soprattutto in germe neoplatonico e già allora di sorgente agostiniana.

Ma, a parte codesta incidenza decisiva per il mio spirito, ebbe la forma storica e teoretica del pensiero di Sofia Vanni Rovighi. Sebbene all’inizio non fossi entusiasta dello studio che mi faceva fare e delle lezioni della signorina Vanni, non potevo già allora fare a meno di notare che esse si imponessero per chiarezza intellettuale e onestà morale. Certo, erano lezioni molto impegnative e tutte in forma storica e analitica, con nessuna evasione retorica, tutte volte a un lavoro anzitutto di attenta filologia del classici filosofici medioevali (Agostino e Tommaso), moderni (Cartesio, Pascal e Kant) e contemporanei (E.Husserl, Martin Heidegger); tutti esposti ed escussi con puntuale acribia e penetrante esegesi critica filosofica e storica, i spirate a onestà intellettuale e intelligenza morale. Poteva ben dirsi che chiarezza e semplicità, sia pur ardua, fosse segno dell’onestà del filosofo, per capire e far capire quanto ogni pensatore dicesse e intendesse propriamente dire nel suo preciso contesto storico e storiografico e nella sua portata filosofica e veritativa.


Sofia Vanni Rovighi (San Lazzaro di Savena, 28 settembre 1908 – Bologna, 10 giugno 1990) è stata una storica della filosofia e accademica italiana.

Fu docente di Storia della filosofia e Filosofia teoretica presso la stessa Università Cattolica di Milano dal 1951 al 1978.

Si interessò di storia del pensiero medievale, in particolare di San Tommaso d’Aquino, e di filosofia moderna e contemporanea.


Quale fu la sua prima impressione di fronte a Sofia Vanni Rovighi e al suo modo di fare filosofia mediante l’analisi della storia del pensiero di cui sopra?

Al riguardo devo confessare che tale insegnamento non godette a quei tempi della mia comunione simpatetica. Scambiavo il rigore per una certa rigidità e qualche tono brusco per mancanza di quella cordialità che trovavo così bella e comunicativa in Gustavo Bontadini.

Certo, Bontadini era un pensatore diversissimo dalla Vanni, ma il tempo si è dimostrato anche nel mio caso galantuomo generoso, poiché in più di 40 anni di insegnamento, liceale e non, ho via via potuto ritrovare la mia signorina Sofia quale cespite fondamentale del mio far storia della filosofia, come già mi ero reso conto nella scrittura della tesi di laurea sul pensiero metafisico di Piero Martinetti.

Qual è l’insegnamento che le ha lasciato Sofia Vanni Rovighi? E cosa consiglierebbe di leggere per avvicinare questa importante figura del Novecento filosofico?

La riscoperta della Vanni come anima del mio vivere e pensare la filosofia, mediante il suo svolgimento storico, mi ricordano due mesi esatti del 1990: aprile e giugno. In quel torno di tempo, a due mesi esatti di distanza dalla scomparsa di Gustavo Bontadini, all’alba dell’undici giugno 1990, in una clinica bolognese veniva meno offuscandosi ai nostri occhi da pipistrelli Sofia Vanni Rovighi, dopo lunghe e dure sofferenze.

Come spesso capita con le persone amate il “sero te amavi” agostiniano sorge spontaneo nel cuore, e riconoscenza e gratitudine ci riportano alla mente quantità e qualità del Suo lavoro per il quale il suo nome gode di singolare prestigio. Basti ricordare la stima da ella goduta presso studiosi quali Eugenio Garin e Tullio Gregory, senza dimenticare Mario Dal Prà, oltre ai numerosi rappresentanti della filosofia accademica europea. Stima e ammirazione guadagnate nel campo della storia del pensiero soprattutto medievale. Non a caso nel 1994 – e vengo così alla Sua seconda domanda – in un magnifico testo curato da Mario Sina per i tipi di Vita e Pensiero e con contributi di autori vari usciva Sapientiae studium – La giornata operosa di Sofia Vanni Rovighi (1908 – 1990): volume che offre grazie al contributo dei professori Bausola, Gregory, Lenoci, Sina, Vasoli, un attento bilancio critico dell’opera filosofica di Sofia Vanni Rovighi.  Esso, inoltre, con la pubblicazione di documenti inediti e la redazione dell’inventario del suo archivio e della bibliografia completa dei suoi scritti, mette a disposizione strumenti utili sia a chi voglia approfondire la conoscenza dell’opera e del pensiero di questa grande studiosa, sia a chi intenda rivolgere la propria attenzione su una pagina della riflessione filosofica italiana ed europea del Novecento, tra gli anni 1930 e 1990.

Sarà così agevole notare come, laureatasi in Cattolica nel 1930 con Amato Masnovo, suo vero “maestro”, il cursus honorum di Sofia Vanni Rovighi sia stato tutto interno alla sua università: assistente, lettrice di filosofia, e poi, in successione e in contemporanea, docente di filosofia medioevale, titolare della materia in facoltà di lettere e filosofia nel 1951. Né vanno dimenticate le preziose lezioni di filosofia morale, vero gioiello etico, teoretico e storico, oggi perlopiù sconosciuto, introvabile e meritevole di ristampa, per la sua fresca attualità anche in campo di filosofia analitica; e poi ancora di storia della filosofia generale e negli ultimi anni di Filosofia teoretica. E come dimenticare la docenza di istituzioni di filosofia alle suore di Castelnuovo Fogliani nei primi anni ‘50 che hanno avuto per frutto i tre volumi di Elementi di filosofia, rispettivamente dedicati il primo a Introduzione, logica, teoria della conoscenza, il secondo alla Metafisica, il terzo a La natura e l’uomo, tuttora editi dalla Scuola di Brescia anche in versione sintetica nell’aureo Istituzioni di filosofia, sempre per la Scuola di Brescia 1982. Tutti testi capaci di suscitare grata meraviglia in chi li legga e studi per la prima volta lieto finalmente di avere tra le mani una sintesi di ciò che magari nella scuole superiori ha percepito nel vario e spesso avariato succedersi delle diverse dottrine l’idea della filosofia e della sua storia come quella di una “gabbia di matti” per usare una locuzione di Virgilio Melchiorre, ma anche di Gustavo Bontadini, il quale prescriveva lo studio degli elementi della Vanni quale necessaria introduzione all’esame di filosofia teoretica.

Sofia Vanni Rovighi è stata non solo una donna di ragione, ma anche di fede e di una fede tanto profonda quanto semplice. Può parlarci del rapporto fede-ragione nella vita di questa filosofa?

Sì, e ne parlo partendo dall’immagine più felice di Lei, racchiusa nell’omelia della messa esequiale celebrata dal cardinal Giacomo Biffi di Bologna, cui faccio largo ricorso in maniera diretta e indiretta, perché davvero riesce a raffigurare vita, formazione e opere della signorina Sofia, cogliendo la forma interiore del suo spirito. Ed eccola:

“Sofia vanni Rovighi prima di ogni cosa è stata una donna di fede: una fede serena e fresca come quella di un bambino, tanto che ci viene spontaneo annoverarla – nonostante l’altezza della sua speculazione, la vastità della sua cultura e la molteplicità di riconoscimenti accademici, tra quei piccoli ai quali il Signore rivela di preferenza i misteri del Regno” (cfr. A.A.V.V., Sapientiae studium. La giornata operosa di Sofia Vanni Rovighi, 1908-1990. A cura di Mario Sina. Vita e Pensiero, Milano 1994 p. 3)

Non a caso quella della Vanni anche a lezione fu sempre una fede professata con serena fermezza senza ostentazione e cedimenti entro l’ambiente difficile, complicato e “sempre tentato di scetticismo dei ‘sapienti’ e degli ‘intelligenti’ di questo mondo (Op. cit. ibidem, p.4). E questa la sua prima eredità che mi ha – fra tanti miei errori pratici e teoretici – fatto da guida nel lungo e non facile, sia pur fruttuoso – cammino, per presentare ai miei scolari la filosofia come una cosa seria e utile per vita e pensiero umani, per fruire di parole di Franz Brentano, care alla Signorina Sofia, che le citava spesso a proposito dell’amato E. Husserl, del quale fu tra i primi e più competenti esperti a livello europeo e mondiale a partire dagli anni trenta.

Sofia è stata quindi “una donna che ha creduto sul serio nella ragione”, consapevole che l’omaggio più vero da rendere a Dio creatore che ce  l’ha data per usarla, è di usarla “con onestà, libertà di spirito, assoluto rigore” (cfr. ibidem, p. 4) nel rispetto della struttura intenzionale e connaturale mente-ente.

“Il secondo invito – prosegue Giacomo Biffi – offertoci in quest’ora penosa e consolata è il seguente: proprio perché siamo credenti siamo seriamente impegnati alla razionalità, una razionalità che pur se sorretta e illuminata da una luce dall’alto, mai deve cessare di essere se stessa e di attenersi alla sue leggi intrinseche”(Cfr. ibidem, p.4).

E questo cosa ha significato per Lei?

Questo ha significato per me – nonostante personalissime defaillances – cercare sempre il rispetto e della verità e dell’interlocutore, quale forma minima del precetto evangelico dell’amore di Dio e del prossimo, compimento di Legge e profeti. Ciò che la professoressa Vanni, ben più di me, fece sempre nel parlare e  scrivere in modo da farsi capire, “cosa non frequentissima – anzi più unica che rara – fra i cultori della sua disciplina”. Se aveva qualcosa da dire e non tentata da civetteria narcisistica da ermetismo, “mai ha avvolto il suo lavoro né con orpelli leziosi né con fumose divagazioni” (cfr. ibidem, p. 4), ma è stata sempre aderente a tema e problema in oggetto.

Possiamo dire che Sofia Vanni Rovighi è stata, per Lei, una maestra di autenticità di vita e di pensiero umano e cristiano?

Non so se il termine ‘autenticità’  piacerebbe alla signorina Sofia, aliena da formule che sapessero di esistenzialismo come di idealismo (filosofie e filosofemi che guardava sempre a distanza critica). Forse preferirebbe la semplice endiadi di vita e pensiero umani e cristiani sul modello della rivista della Sua Cattolica.

In ogni caso la lunga citazione-parafrasi di Giacomo Biffi ha già tracciato la via per affermare proprio ciò.

Il Suo insegnamento, se qualche riflesso ha avuto sul mio modesto lavoro di studio e insegnamento di filosofia mediante la sua storia  sta proprio nella “Sapientiae studium”, concretatasi, per dirla con A. Bausola ,“nel suo modo in apparenza severo e talvolta brusco”, ma in fondo carico di intensità affettiva e di rispetto intellettuale, etico e spirituale, attuati in modo unico da tutti gli altri miei maestri diretti e indiretti di filosofia in Università Cattolica. Sofia Vanni Rovighi credeva nella dignità morale della persona umana, ogni persona umana, e per questo apprezzava non poco il Kant della Critica della ragion pratica, il quale, a partire dall’intuizione a-priori della Legge Morale, afferma nelle formule dell’imperativo categorico (universalità, destinazione personale, esemplarità universale) e soprattutto nei suoi postulati pratici di ‘libertà di’ e di ‘libertà da’, immortalità dell’anima individuale, esistenza di Dio, giudice giusto e buono circa ogni vicenda umana, l’assolutezza praticamente incontrovertibile del dovere morale, sia come obbligazione sia come etica convenienza. E tutto questo a prescindere da ogni fondazione metafisica. Fondazione pratica, o meglio pratica giustificazione, che pure restava, ad avviso della signorina Sofia, basata sulla necessità di fondare la legge morale sulla metafisica, mediante il ricorso a Dio creatore e ordinatore finale di cosmo e storia.

Per quanto riguarda il sottoscritto, proprio questo è il punto che mi fece porre Kant tra i filosofi prediletti insieme con Pascal e Tommaso d’Aquino, e mi portò a studiarlo a fondo curando alcune delle sue opere.

Più il tempo passa più m’accorgo che ho imparato ad amare e stimare Kant mediante la Vanni, insieme con tutti quei filosofi che affermino i valori morali come specifici e propri dell’individuo umano, eo maius anche al di fuori di una rigorosa giustificazione razionale dei medesimi (è il caso di Erminio Juvalta, maestro di Carlo Mazzantini, filosofo neoclassico e cristiano dell’università di Torino, come di Norberto Bobbio, altro filosofo torinese stimato e ammirato dalla Vanni).

Certo, non era tale mancanza a far gioire la Signorina Sofia, bensì la felice incoerenza veritativa per la quale, pur sbagliando in ragion pura, essi onoravano in ragion pratica ciò che sul piano umano più conta: “onestà e rigore morale”. Non a caso Sofia Vanni Rovighi ricordava con Antonio Rosmini che la verità riesce sempre, pur mediante felici incoerenze, a fare breccia nel muro dell’errore e che, se così non fosse, lo stesso uso dell’intelligenza sarebbe vano e vanificato.

Amore per la verità e l’onestà spiegano quasi tutto della mia maestra di filosofia nella storia. Ella fu sempre “persona libera e indipendente come pochi”; non accettava i compromessi imposti dal corso delle cose del mondo, anche e soprattutto nel mondo accademico, fosse pure per far trionfare la verità. Sofia non accettava infatti di vendere la verità al bisogno di essere riconosciuta dal mondo sempre mutevole, perché attento a non restare fuori dall’aria che di volta in volta spira nelle più diverse e variegate direzioni.

Come afferma A. Bausola, “Donna di cultura immensa, immense letture non solo filosofiche, immenso lavoro”, ella era animata da una studiosità intellettuale e da una forza di volontà che le permetteva di andare al fondo delle questioni “per vedere come stessero le cose”. E qui viveva ed esortava tutti, specialmente i suoi colleghi studiosi, alla pazienza come ascetica del lavoro; pazienza del cercare per trovare, sul modello del suo amato Johan Sebastian Bach.

Anche per questo Vanni Rovighi mai fu intellettuale à la page e nel senso filisteo del termine. Pensava infatti che criterio della verità non potesse essere il successo storico, l’effimero imporsi all’attualità, poiché rifiutava, come detto prima, ogni astuzia accattivante pur di imporsi ad ogni costo a scapito della chiarezza e del dovere di andare “alle cose stesse” (ripeteva sempre con  E.Husserl), senza alcuna dispersione o divagazione retorica e brillante. Alla retorica avvincente preferiva di gran lunga la logica delle cose stesse, la concretezza dell’ente come ciò che ha l’atto d’essere, quando addirittura non sia l’atto d’essere stesso. “Confesso…che per me che una filosofia si imponga o non si imponga nella storia non ha nessuna importanza. Una filosofia deve essere vera e basta. La verità, e basta”.

Stare sul pezzo è quello che ho cercato di imparare dalla Vanni, a partire dall’esame sulla rivoluzione scientifica e lo sviluppo della filosofia moderna, tutto esposto e discusso sui testi classici della medesima, e poi dalla tesi di Laurea e dal duro esercizio del lavoro di studio e insegnamento condotto per fruttuosi 40 anni tra liceo e università.

Sofia Vanni Rovighi, oltre alla filosofia e alla musica, amava la contemplazione spirituale cristiana cara ai suoi cari Vittorini  di Chartres e al suo San Tommaso d’Aquino, non evitando di accennarvi con avviso sommesso e discreto in ogni suo corso. Ma era anche convinta, senza stolide presunzioni di superiorità intellettuale, della necessità da parte di ogni uomo di esercitare un lavoro (in Lei risuonava spesso il paolino “Chi non lavora non mangi”) concreto e utile agli altri e che uno studioso non lavori veramente, se non faccia partecipi gli altri dei risultati del proprio lavoro di studio. Il lavoro ha infatti da servire qualcuno ed essere un “bonum diffusivum sui”, non espressione di egocentrico diletto. Per questo si sforzò sempre di essere chiara perché tutti e ognuno potessero capire anche le tesi più difficili che aveva cura di tradurre in esposizioni più leggibili e ricorrendo a non poche esemplificazioni tratte dal mondo della vita quotidiana. E tali erano le sue lezioni piene più di cose che non di parole. Colpiva in questo l’intelligente diligenza con la quale ogni anno preparava per iscritto i suoi corsi, disposta a correggerne le redazioni degli studenti che le chiedessero una revisione, alle quali gratuitamente dedicava non poche ore di lavoro. Di fronte all’obiezione che sintesi armonica tra sincerità e armonia non fossero possibili, per la strutturale ambiguità dell’autenticità, Vanni Rovighi ha testimoniato l’esatto contrario: si può anche essere sinceri a patto di onorare onestà e verità. Facilitando così i rapporti di fiducia tra gli uomini, senza la quale nessuna umana e civile convivenza risulterebbe possibile.

Come ricorda ancora Giacomo Biffi, fu sempre “vera, schietta e semplice anche nella sua fede di semplice cristiana, nella sua quotidiana pratica religiosa”, sempre soffermandosi dal Sacro Cuore in cappella della Cattolica e sempre iniziando le sue lezioni con la recita del salmo biblico scritto sulla cattedra. Una fede la Sua mai ostentata, ma sempre esercitata nel rispetto delle coscienze altrui e della loro libertà. Non fu la Sua contemplazione da intellettuale anche nella preghiera che amava semplice e aliena da sperimentalismi e iper-sottigliezze teologiche. Basti al riguardo andarsi a rileggere le pagine davvero belle di Contemplata aliis tradere e di Prego con san Tommaso, ora raccolte negli splendidi 2 volumi di Studi di filosofia medioevale Vita e Pensiero Milano 1978, volume II pp. 203-207 e 299-302. Studi che fanno della Vanni la punta di diamante della filosofia non solo medioevale dell’intera Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che nulla ha da invidiare a M.D. Chenu o ad É. Gilson. E questo detto da un critico arguto e severo in argomento quale Inos Biffi (cfr. Inos Biffi, Alla scuola di Tommaso, Jaca Book, Milano, marzo 2007, pp. 291-299).

Per finire ci piace immaginare che tale esperienza contemplativa viva ora in pienezza nello spirito santo proprio del Logos incarnato, in cielo insieme con tanti altri amici: da padre Gemelli, al Suo venerato maestro Amato Masnovo, con Ezio Franceschini e anche con Gustavo Bontadini, da lei filosoficamente così diverso, sia pure in una stima e amicizia grandi, ma ora unita per sempre secondo lo Spirito Santo di Gesù Cristo creatore e signore del cielo e della terra, grazie all’opera corredentiva della mater Domini, “vergine madre figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fissa d’eterno consiglio”.

Intervista a cura di Giovanni Covino


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