Ritratti di filosofi. Giovanni Pico della Mirandola: Homo faber suae fortunae. Una lettura delle prime pagine del “De hominis dignitate”

Un nuovo “ritratto”, a cura di Gabriele Dallolio, del filosofo Giovanni Pico della Mirandola. Dallolio, dopo una breve nota biografia, presenta alcune pagine del De hominis dignitate in cui – spiega l’autore – troviamo uno spostamento progressivo da un’idea di contemplazione del creato a un’idea di contemplazione mistica delle più alte sfere della divinità stessa, in un’ipotesi di graduale e totale avvicinamento a Dio. L’uomo di Pico, di conseguenza, dovrà allontanarsi sempre di più dalle sue radici terrene, fisiche, carnali. Buona lettura! [Giovanni Covino]


Vita

Giovanni Pico nacque a Mirandola, presso Modena, nel 1463. Proveniente da una nobile famiglia, la sua formazione avvenne inizialmente sotto il segno della filosofia aristotelica presso le università di Bologna, Ferrara e Padova, centro dell’aristotelismo. Si dedicò anche allo studio degli interpreti arabi ed ebrei di Aristotele e degli autori scolastici. Infine, giunto a Firenze nel 1484, decise di avvicinarsi alla tradizione platonica – rivista attraverso Plotino e i testi ermetici – entrando a far parte della nuova Accademia Platonica e diventando il più giovane seguace di Marsilio Ficino. Morì a Firenze nel 1494, appena trentunenne. Negli ultimi anni di vita si avvicinò al pensiero di Savonarola e, probabilmente influenzato da lui, decise di occuparsi dei problemi relativi all’astrologia.

L’origine del “De hominis dignitate”

Verso la seconda metà del 1486 Pico coltivò il progetto di un grande convegno che avrebbe dovuto svolgersi a Roma nel 1487. Un convegno in cui Pico, alla presenza di numerosi dotti di diversa provenienza e tradizione culturale, avrebbe proclamato solennemente la concordia dottrinale, cioè la convergenza di fondo sia delle diverse correnti filosofiche o teologiche, sia delle diverse fedi o religioni. A tal fine, l’anno precedente aveva pubblicato le celebri Tesi, una raccolta di 900 proposizioni ricavate da fonti arabe, platoniche, aristoteliche, ermetiche e cabbalistiche. Ma l’intervento di papa Innocenzo VIII fece fallire il progetto. La commissione voluta dal papa, infatti, analizzò le Tesi, giudicandone alcune eretiche o sospette di eresia. La difesa di Pico (l’Apologia), pubblicata nel 1487, riuscì soltanto ad irrigidire il papa, che istituì un tribunale di inquisizione per eresia. Pico si rifugiò così in Francia e, grazie all’intervento di Lorenzo il Magnifico, riuscì a ottenere il permesso di risiedere a Firenze (Cfr. Roberto Bondi, Umanesimo e Rinascimento, in Filosofia cultura cittadinanza, vol. II, La Nuova Italia, Milano, 2011, p. 24).

Come discorso inaugurale a questo ipotetico e grande convegno, Pico aveva preparato un’orazione in cui veniva trattato, nella parte iniziale, l’argomento sulla dignità dell’uomo. Il resto dell’orazione, infatti, era semplicemente una celebrazione della filosofia e un’anticipazione dei temi che si sarebbero discussi durante il convegno. Tuttavia, fallendo il progetto del convegno, questo testo non venne mai pubblicato, rimanendo manoscritto e senza titolo. Il titolo De hominis dignitate, infatti, gli verrà dato solo nei primi anni del XVI secolo.

Ciò che mi appresto ad analizzare, dunque, sono le prime pagine del De hominis dignitate di Pico della Mirandola, dedicate al tema sulla dignità dell’uomo.

IL “De hominis dignitate”

Pico decide di iniziare questo suo discorso in maniera accattivante e sorprendente, facendo subito un chiaro riferimento non alla tradizione cristiana ma a quella islamica. Viene citato, infatti, un autore arabo, il Saraceno Abdalla, di cui non sappiamo nulla. L’obiettivo di questa citazione, chiaramente, si inseriva nello spirito che animava tutto il progetto di Pico: mettere in luce come all’interno di tutte le tradizioni ci fosse qualcosa che poteva accordarsi con la religione cristiana. Dice infatti:

«Negli scritti degli Arabi ho letto, Padri venerandi, che Abdalla Saraceno, richiesto di che gli apparisse sommamente mirabile in questa scena del mondo, rispondesse che nulla scorgeva di più splendido dell’uomo».

traduzione di E. Garin, in Giovanni Pico della Mirandola, De hominis dignitate, a cura di E. Garin, Edizioni della Normale, Pisa, 2012, pp. 2-3.

A questa prima immagine ne segue una più forte, tratta dall’Asclepius: «E con questo detto si accorda quello famoso di Ermete: “Grande miracolo, o Asclepio, è l’uomo”» (ibidem). Ancora una volta Pico fa riferimento ad una tradizione che non è quella cristiana, ma quella dei testi ermetici. Ed è proprio dall’Asclepius, l’unico dei testi ermetici di cui non abbiamo l’originale greco, che Pico decide di riprendere l’immagine dell’uomo come “grande miracolo”; un’immagine che, naturalmente, era già stata ripresa nell’ambito della tradizione cristiana.

Ancora una volta, dunque, Pico voleva dimostrare ai suoi interlocutori che tutte le tradizioni, dalle più antiche alle più recenti, potevano essere ricondotte nell’alveo della religione cristiana.

La vera sfida, a questo punto, consisteva nel trovare le ragioni per affermare la grandezza ed eccellenza dell’uomo. Pico, infatti, sostiene che le risposte che, fino a quel momento, erano state addotte per giustificare la superiorità dell’uomo non l’avevano soddisfatto:

«Ora, mentre cercavo il senso di queste sentenze, non mi soddisfacevano gli argomenti che in gran numero vengon recati da molti sulla grandezza della natura umana: essere l’uomo vincolo delle creature, familiare alle superiori, sovrano delle inferiori; interprete della natura per l’acume dei sensi, per l’indagine della ragione, per la luce dell’intelletto, intermedio fra il tempo e l’eternità e, come dicono i Persiani, copula, anzi Imeneo del mondo, di poco inferiore agli angeli, secondo la testimonianza di David».

Ibidem

Vengono ricordate, quindi, alcune immagini che Pico riprende da tradizioni diverse, accomunate da un unico aspetto: quello della natura mediana dell’uomo. Quest’ultimo, infatti, svolge una precisa funzione mediatrice tra le diverse entità presenti nell’universo. Eppure questo aspetto, assolutamente centrale per l’uomo, non è, secondo Pico, il più importante: «Grandi cose queste, certo, ma non le più importanti, non tali cioè per cui possa arrogarsi il privilegio di una ammirazione senza limiti» (ibidem). Per celebrare l’uomo come “grande miracolo” le affermazioni precedentemente riportate non sono sufficienti. Bisogna cercare di capire quale sia veramente quella condizione che l’uomo ha avuto in sorte nell’ordine dell’universo:

«Ma finalmente mi parve di avere compreso perché l’uomo sia il più felice degli esseri animati e degno perciò di ogni ammirazione, e quale sia la sorte che toccatagli nell’ordine universale è invidiabile non solo per i bruti, ma per gli astri, per gli spiriti oltremondani. […] Ma quale essa sia ascoltate, o Padri, e porgete benigno orecchio, nella vostra cortesia, a questo mio discorso».

Ivi, pp. 2-5

Ora inizia il vero ragionamento di Pico, che prende le mosse da una rivisitazione del mito biblico della creazione. Per giustificare la grandezza dell’uomo, infatti, occorre tornare alle origini. Dio Padre, afferma Pico, dopo aver creato le anime eterne dei cieli e gli animali terrestri, desiderò portare a compimento la sua opera attraverso la creazione dell’uomo:

«Senonchè, recato il lavoro a compimento, l’artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un’opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò, compiuto ormai il tutto, come attestano Mosè e Timeo, pensò da ultimo a produrre l’uomo». 

Ivi, pp. 4-5

L’uomo, nel disegno divino, doveva essere anzitutto un contemplatore dell’universo. La sua intima vocazione, quindi, non era quella di volgere lo sguardo al mondo terreno, ma quella di astrarsi per ammirare le meraviglie create da Dio.

Al termine della creazione, però, Dio si rese conto che non era rimasta alcuna natura predeterminata da attribuire all’essere umano: «Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova creatura, né dei tesori uno ve n’era da largire in retaggio al nuovo figlio, né dei posti di tutto il mondo uno rimaneva in cui sedesse codesto contemplatore dell’universo. Tutti erano ormai pieni, tutti erano stati distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi» (ibidem). Di fronte alla mancanza di una natura predeterminata che lo costringesse ad essere qualcosa in forma immutabile, Dio decise che l’uomo avrebbe avuto la possibilità di scegliere la propria natura; di essere ciò che vuole. Non gli è stato assegnato un posto determinato, né un aspetto suo proprio, né una prerogativa sua propria, affinché li ottenesse per libera scelta. La grandezza, il miracolo e la dignità dell’uomo consistono quindi nel fatto che, unico tra gli esseri di tutto il creato, egli è artefice di se stesso (Cfr. Roberto Bondi, Umanesimo e Rinascimento, ivi, p. 25). Tali idee prendono forma all’interno del celebre discorso di Dio ad Adamo prima della caduta; un discorso breve e densissimo in cui vengono esposte molto bene le intenzioni di Pico in merito alla dignità dell’uomo:

«Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio, ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. […] Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e onorario artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, essere rigenerato nelle cose superiori che sono divine».

Ivi, pp. 4-7 [traduzione mia seconda parte].

L’uomo, quindi, è pura libertà: può degenerare nelle cose inferiori o ascendere ad un’esistenza puramente intellettuale e contemplativa. È l’unico essere del creato, in altre parole, ad avere una natura indeterminata.

C’è un’ulteriore specificazione da fare all’interno di questo discorso: Pico sostiene che se l’uomo decide di abbassarsi al livello degli animali è semplicemente perché ha utilizzato in maniera errata la libertà ricevuta in dono. La colpa, di conseguenza, è solo sua. Se invece l’uomo decide di innalzarsi, seguendo la sua intima vocazione contemplativa, ad essere decisivo non sarà soltanto un corretto utilizzo della propria libertà ma sarà imprescindibile l’intervento della grazia divina. Questo aspetto è cruciale e lo possiamo notare dall’utilizzo della forma attiva nel caso del verbo “degenerare”, e della forma passiva per quanto riguarda il verbo “regenerari” (“essere rigenerato”). Questo vuol dire che per cadere in basso è sufficiente la volontà dell’uomo, mentre per innalzarsi è necessario anche l’intervento di Dio. È evidente, di conseguenza, che la libertà dell’uomo non è totalmente incondizionata, almeno per quanto riguarda l’elevazione dell’essere umano. Per Pico, quindi, questa specificazione era fondamentale affinché il suo discorso potesse rimanere all’interno della cornice cristiana, senza discostarsene troppo.

Da quanto affermato, è chiaro che il discorso di Pico ruota intorno a un’immagine ideale dell’uomo; un’immagine che, nel suo stesso contenuto, rinvia a uno scenario che non è quello della concretezza ma della contemplazione del creato e, meglio ancora, della contemplazione divina. Se l’uomo, quindi, con l’intervento della grazia, deciderà di indirizzare la sua libertà verso la contemplazione non solo del creato ma anche delle realtà celesti, allora realizzerà la propria vocazione. Pico, infatti, conclude il suo discorso sulla dignità dell’uomo dicendo:

«E se vedrai alcuno dedito al ventre strisciare a terra, non è uomo quello che vedi ma pianta; se alcuno, acciecato, come da Calipso, dai vani miraggi della fantasia, afferrato da torbidi allettamenti, servo dei sensi, è un bruto quello che vedi, non un uomo. Se un filosofo che tutto discerne con la retta ragione, e tu veneralo; è animale celeste, non terreno. Se un puro contemplante, ignaro del corpo, tutto chiuso nei penetrali della mente; questi non è animale terreno, non celeste: questi è uno spirito più augusto, vestito di carne umana».

Ivi, pp.8-9

Nel testo di Pico, quindi, troviamo uno spostamento progressivo da un’idea di contemplazione del creato a un’idea di contemplazione mistica delle più alte sfere della divinità stessa, in un’ipotesi di graduale e totale avvicinamento a Dio. L’uomo di Pico, di conseguenza, dovrà allontanarsi sempre di più dalle sue radici terrene, fisiche, carnali. Non sarà solo proiettato verso l’alto ma, al tempo stesso, dovrà costantemente fuggire dalla sua componente corporea, che in Pico viene colpevolizzata, demonizzata, annichilita.

Se riuscirà a compiere questo processo, allora sarà degno di ammirazione. Pico, infatti, conclude dicendo: «Chi dunque non ammirerà l’uomo?»

Gabriele Dallolio


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