“Ipsum desiderium tuum, oratio tua est”. La preghiera è un atto superstizioso?

In uno degli ultimi articoli, ho parlato del tema della preghiera. Un breve viaggio nella storia del pensiero, toccando alcune pagine di questo grande libro: Plotino, Agostino, Anselmo d’Aosta, Tommaso d’Aquino, Wittgenstein…

Naturalmente, nella tradizione filosofica cristiana è un tema di estrema importanza. Il filosofo cristiano ne parla cercando di non mettere in discussione la libertà dell’uomo che sceglie di rivolgersi a Dio, evitando, allo stesso tempo, gli estremi della superstizione e dell’indifferenza divina. In questo articolo vorrei soffermarmi proprio sul tema della superstizione, per far emergere ancor di più la natura della preghiera.

Che cos’è la superstizione?

Si tratta di un sostantivo femminile che deriva dal latino superstitio -onis e che indica “qualcosa che si aggiunge alla religione” (in tedesco esiste la parola Aberglaube, una “contro-credenza”). La superstizione è, dunque, una deviazione del sentimento religioso e delle pratiche della stessa.

In questo senso, anche la preghiera può diventare superstizione: nella tradizione a cui ho fatto riferimento e, nello specifico, nella summa del pensiero cattolico, il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2111), si legge: «Attribuire alla sola materialità della preghiera o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione (cfr. Mt 23, 16-22)». L’essenza della preghiera – come si evince dalle parole riportate – sta, dunque, nella disposizione dell’animo, nella capacità, da parte dell’uomo che compie questo atto, di mettersi in una relazione autentica con Dio. Lo spiega molto bene Tommaso d’Aquino (1225-1274):

Se interviene qualche cosa che per se stessa esuli dalla gloria di Dio o non serva a condurre l’anima a Dio o a frenare moderatamente le concupiscenze della carne, oppure sia estranea alle leggi di Dio e della Chiesa, o contraria alla consuetudine comune, tutto questo è da ritenersi superfluo e superstizioso; poiché fermandosi a cose esterne, non raggiunge il culto interiori di Dio.

Tommaso d’Aquino, S. Th. II-II, q. 93, a. 2.

Nell’articolo seguente, poi, Tommaso prende in esame le distinte forme di superstizione, ma quello che interessa maggiormente è la parte finale del passo appena citato: la superstizione conduce a fermarsi a “cose esterne” escludendo la giusta disposizione, non andando al cuore dell’atto che si sta compiendo. Il metafisico Cornelio Fabro (1911-1995) dice, usando una bella immagine, che la «proprietà essenziale di ogni preghiera è l’aspirazione a una “compagnia vivente” (lebendiges Verkehr) con una sostanza superiore» (Senso e struttura esistenziale della preghiera, in E. Morandi – R. Panattoni (edd.), L’esperienza di Dio. Filosofi e teologi a confronto, Il Poligrafo, Padova 1996, 9). Con precisione e maestria, Agostino esprime perfettamente quest’aspirazione dicendo che pregare è desiderare. In questo modo, il Nostro riesce a mostrare la natura della disposizione di cui sopra e restare lontani dalla superstizione:

I benefici dunque sono di due specie: temporali ed eterni. Quelli temporali sono la salute, i mezzi di sussistenza, le cariche onorifiche, gli amici, la casa, i figli, la moglie e tutti gli altri beni di questa vita in cui siamo pellegrini. Nell’albergo di questa vita consideriamoci quindi come dei pellegrini che devono starci solo di passaggio e non come possidenti destinati a rimanervi. l benefici eterni al contrario sono anzitutto la stessa vita eterna, l’incorruttibilità e l’immortalità del corpo e dell’anima, la compagnia con gli angeli, la città celeste, una corona incorruttibile, un Padre e una patria, un Padre che non conosce la morte, una patria che non conosce nemici. Questi benefici cerchiamo di desiderarli con tutto l’ardore dell’anima, di chiederli con perseveranza completa nella preghiera ma senza molte parole, manifestandoli con gemiti sinceri. Il desiderio prega sempre anche se tace la lingua. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre.

Agostino, Discorso 80, 7

Giovanni Covino


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