Filosofia e incarnazione in sant’Agostino. La concordanza dei nomi divini

Étienne Gilson (1884-1978) è conosciuto per i suoi brillanti studi di storia della filosofia: ha scritto su Agostino, Pietro Abelardo, Bonaventura, Giovanni Duns Scoto, Tommaso d’Aquino. Il suo nome è legato, tuttavia, non solo agli studi storici, ma anche a testi di grande profondità teoretica: è autore, infatti, di volumi come Il realismo, metodo della filosofia (1935) o L’essere e l’essenza (1948) che possono essere senza dubbio considerati “classici del pensiero”.

Il Nostro è stato anche un importante conferenziere e, tra le innumerevoli tenute, notevole – per conoscenza storica e acume teoretico – è una conferenza del 1946, pubblicata l’anno seguente, sul tema Philosophie et incarnation selon saint Augustin (tr. it.: Filosofia e incarnazione in sant’Agostino, Roma 1999; nuova edizione Roma 2020 – anche in Formato Kindle). Si tratta di un testo in cui la riflessione filosofica s’intreccia con i dati della fede: «realismo metafisico aperto agli influssi dottrinali della rivelazione cristiana» – dice Antonio Livi.

Gilson presenta Agostino, toccando i punti più importanti della riflessione dell’Ipponate: dal commento ad Esodo 3, 13-15 (dove troviamo il nome di Dio: «Ego sum qui sum») al rapporto “essere-divenire”, passando per il “problema del tempo”, della creazione e della redenzione. Tutti temi interessantissimi e connessi l’uno all’altro, nell’armonica ricerca del vero, del bene e del bello, ricerca apprezzabile in tutte le pagine che formano questo prezioso opuscolo.

Nelle pagine centrali, il filosofo francese affronta quello che, per lui, è il «cuore del problema agostiniano»: il tempo. Secondo Gilson «il multiplo e l’uno, l’altro e il medesimo, il tempo e l’eternità, il divenire e l’essere, tante formule – e potrebbero citarsene ancora – che designano quest’unico e medesimo paradosso fondamentale: com’è possibile che ci sia qualcosa di cui non possa dirsi, né che sia completamente un essere né che non sia affatto? […] Ciò che sorprende è questo “quasi-essere” che conosciamo e che siamo» (p. 39). La temporalità delle cose, in altre parole, è questo “quasi”; dire temporalità è dire finitezza delle cose del mondo e di noi stessi. Questa finitezza trova la sua spiegazione in quel nome che Dio rivela a Mosé nel roveto: «Ego sum qui sum». Io sono Colui che sono, pienezza dell’essere. Ed è questo Essere che trae dal nulla la sua creatura (nozione di creazione) e non solo: Gilson mostra che la riflessione di Agostino procede sicura, alla luce della fede, mostrando che il primo nome di Dio è sempre accompagnato dall’altro nome «Io sono il Dio di Abramo»: coincidenza che permette non solo di risolvere il problema del tempo, ma di superare il tempo stesso nell’economia della salvezza che trova in Gesù, il Dio con noi, la sua pienezza. E qui Gilson cita direttamente Agostino che dice:

«O Verbo più antico dei tempi, attraverso il quale sono stati fatti i tempi, ma nato tuttavia nel tempo […] è per noi, mortali, che l’Immortale ha voluto morire; per noi infine che Egli ha dato l’esempio della Resurrezione. Speriamo dunque che arriveremo a questi anni immobili, di cui il corso del sole non misura il giorno, ma dove ciò che è rimane così com’è, perché solo, veramente, è» (Enarrationes in Psalmos, CI, nel testo pp. 45-47). Si giunge così alla soluzione del problema attraverso questa concordanza dei nomi divini: Dio è Colui che è, Colui che crea e Colui che salva.

Concludendo: la filosofia giunge al Fondamento e dal Fondamento passa al mistero, il mistero di quello stesso Dio eterno che s’incarna per mostrare alla creatura il suo vero fine.

Giovanni Covino


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