Jacques Maritain nella tradizione del senso comune. Recensione di Matteo Andolfo

Propongo ai lettori del blog, questa recensione di Matteo Andolfo al mio ultimo lavoro su Jacques Maritain nella tradizione del senso comune, Roma 2019.


Il saggio del 2019 del filosofo e docente Giovanni Covino «non è tanto uno studio sul pensiero di Jacques Maritain, per altro esposto con ampiezza d’equilibrio teoretico e storiografico», come afferma il prefatore Massimo Roncoroni – un giudizio che condivido –, «quanto piuttosto la verifica dell’incidenza […] in esso giocata dalla nozione di senso comune […]. D’altra parte la chiarificazione e la rigorizzazione intellettuale della nozione di senso comune, presupposto di ogni vera metafisica dell’esperienza umana, costituisce l’anima della ricerca di tale giovane pensatore» (pp. 7-8), a parere del quale proprio tale nozione è il punto di riferimento di una serie di filosofi moderni e contemporanei che si contrappongono all’impostazione filosofica loro coeva che dal soggettivismo cartesiano perviene all’idealismo.

Il primo obiettivo del libro è di eliminare gli equivoci che spesso accompagnano la nozione di senso comune, distinguendone tre accezioni: di genere psicologico, sociologico ed epistemico (pp. 31-37). Segue una rigorosa ricognizione del senso comune nella storia della filosofia (pp. 37-74), che già evidenzia «l’importanza decisiva di Maritain nel panorama filosofico contemporaneo, […] nonostante l’assenza, nella sua opera, di una trattazione sistematica della nozione epistemica di sens commun alla quale però fa ricorso» (p. 24). La trattazione prosegue indagando il contenuto del concetto maritainiano di senso comune (pp. 75-129) e la sua funzione gnoseologica e metafisica. Questo è l’aspetto teoretico della ricerca in quanto tocca il tema dei fondamenti della conoscenza che non si riducono né per Maritain né per Covino solo all’esistenza dei primi princìpi formali, come quello di non contraddizione, ma includono anche l’esistenza di prime verità materiali quali giudizi esistenziali sulle cose del mondo (e i princìpi che discendono per induzione da questa prima evidenza), sull’uomo e le conclusioni prossime derivanti da questi due àmbiti: la conoscenza dell’immortalità dell’anima e dell’esistenza di Dio. Ciò permette di comprendere che in Maritain il senso comune è assunto nella sua accezione epistemica, è conforme alle inclinazioni essenziali della nostra intelligenza, funge per la metafisica da «solida base» (p. 186) in quanto esprime quel nucleo di verità evidenti che ancorano all’esperienza la riflessione della filosofia come delle scienze positive, della quale sono il presupposto necessario. Infatti, Covino si sofferma sul carattere proprio della conoscenza metafisica in Maritain, sulle prove metafisiche dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima, nonché sul rapporto tra il senso  comune e la filosofia morale (pp. 130-186).

A quest’ultima Covino ha dedicato nel 2017 un altro saggio, in cui esamina la persona quale soggetto morale, con le annesse nozioni di libertà, responsabilità, alterità e obbligazione morale, e le leggi e i valori che il senso morale percepisce e a cui si riferisce per agire. Con «senso morale» l’autore indica quelle certezze/verità del senso comune (perciò percepite da ogni uomo, nonostante la diversità delle culture) relative alla presenza nella realtà di un ordine più che fisico comprendente i valori e le leggi che regolano il comportamento libero e responsabile personale e interpersonale in vista di un fine; e come non si può pensare la realtà finita del mondo senza il riferimento alla Causa prima, così, se ogni azione è in vista di un fine, è metafisicamente necessaria la presenza del Fine ultimo. Il soggetto, non appena si accorge della presenza di altri soggetti, diviene consapevole che i suoi rapporti con essi sono di altra natura (regolati da leggi non fisiche) rispetto a quelli che ha con gli enti impersonali. Corrispondendo liberamente a ciò che percepisce naturalmente come suo vero bene (degno di essere scelto in quanto conforme alla natura umana), il soggetto si orienta verso la propria perfezione e felicità. La metafisica cristiana fa comprendere che l’ordine morale oggettivo è un ordo amoris voluto da Dio, espressione della relazione trascendentale di ogni ente con il Creatore, che impone di rispettare e di amare tutte le altre persone e di non trattarle come beni strumentali. I giudizi del senso morale partono dalla prima intuizione dell’intelletto pratico di fare il bene e di evitare il male e riguardano i valori assoluti fondamentali che fondano i rapporti dell’io con sé stesso, con gli altri, con la società e con Dio, nonché quelli della società con Dio, e che sono: il valore-vita, il valore-amicizia, il valore-giustizia, il valore-famiglia e il valore-solidarietà o bene comune.

Tornando a Maritain, Covino individua un’aporia nella sua concezione del senso comune, quando entra in gioco la conoscenza per connaturalità o inclinazione affettiva dei valori morali, poiché Maritain la qualifica come concettuale in quanto relativa a cose che la nostra intelligenza conoscerebbe prima di pensarle. Tuttavia, come può essere conoscenza ciò che sia per sua natura aconcettuale? Il discernimento tra il bene e il male, rileva Covino, è opera dell’intelligenza e non dell’inclinazione affettiva. Pertanto, l’inclinazione affettiva è un aiuto nel giudicare razionalmente, l’aiuto in virtù del quale diviene connaturale all’uomo giudicare rettamente del fine.

Il saggio termina con due appendici.

La prima esamina il rapporto tra senso comune e fede cristiana, sottolineando che «il “sens commun” è il complesso di verità naturali che sono necessario presupposto delle verità rivelate, cioè, per utilizzare una terminologia classica, i praeambula fidei: tali verità non possono essere, infatti, esclusiva di pochi eletti (i “sapienti”), ma patrimonio di tutti in vista dell’universalità del messaggio di salvezza di Cristo» (p. 195). Nell’altro libro citato, Covino rileva la corrispondenza del Decalogo veterotestamentario ai cinque valori fondamentali sopra menzionati, dato che esso costa di comandamenti relativi ai doveri verso Dio e verso il prossimo. Gesù non abolisce la legge morale naturale, ma le dà compimento (la grazia perfeziona la natura senza annullarla) mediante la legge evangelica: se l’accogliamo, corrispondiamo più pienamente alla verità riguardo al fine della nostra vita e comprendiamo più profondamente il significato della morale quale via al fine. La seconda appendice del saggio su Maritain tratta il controverso tema della conoscenza dell’essere in questo filosofo. Concordo con Covino che tale tema «è uno degli argomenti più interessanti, ma allo stesso tempo tra i più complessi che la ricerca filosofica possa mai trovarsi ad affrontare», nonché una tematica inevitabile, dato che la filosofia «è il desiderio di gettare un po’ di luce sul mistero della realtà tutta che continuamente desta meraviglia, è il mistero dell’essere» (p. 201). Per Maritain si accede all’essere mediante un’intuizione semplicissima che eccede ogni discorso e ogni dimostrazione, ma costituisce la base della conoscenza metafisica e, per usare le parole di Roncoroni, il culmine del senso comune.

Questa intuizione intellettiva coglie l’atto d’essere che permette all’ente di affermarsi come esistente e come «ciò che ha l’essere»; è l’intuizione di ciò che fa della realtà una realtà che esiste fuori dalla mente o conoscenza del soggetto pensante (contrariamente al soggettivismo moderno che riduce la realtà a quella che «esiste solo alla coscienza del pensiero che di volta in volta la pensa» [p. 17]).

Nell’istante in cui i sensi percepiscono un ente sensibile l’intelligenza prende coscienza dell’atto percettivo, si accorge della presenza («siamo, dice Maritain, ancora sul piano dell’essermi-dato-come-presente e non sul piano dell’esse, siamo sul piano del Dasein» [p. 209]) e intuisce l’esistere della cosa con tutta la pienezza di senso metafisico della parola «essere/esistere», ossia penetra nel cuore della realtà per cogliere l’atto di ogni atto. Siccome Maritain qualifica tale intuizione come un atto giudicativo, essa non precede il giudizio di esistenza e pertanto, secondo Covino, non è in contrasto con la dottrina del senso comune, che attribuisce la priorità proprio ai giudizi esistenziali. Invece, il concetto di esistenza è successivo all’intuizione/giudizio esistenziale in quanto nasce dal ritorno dell’intelligenza come formatrice di idee su tale intuizione.

Trovo estremamente interessante la concezione maritainiana dell’intuizione intellettiva dell’esse in quanto rivela una certa affinità (pur senza coincidere) con l’intuizione intellettiva meta concettuale dell’essere affermata dai neoplatonici cristiani (penso in particolare a Cusano), il pensare/intendere come distinto dal conoscere/comprendere concettualizzando, che a mio parere è conforme al realismo metafisico e alla dottrina del senso comune.

Recensione di Matteo Andolfo

Fonte: «Studi cattolici», 709/marzo 2020, pp. 230-231


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