Un “tuffo” nella storia del Napoli: ricordi, passione…e un po’ di filosofia A colloquio con Umberto Chiariello

La rubrica A colloquio con…, spazio calcio, si arricchisce di un altro contributo: dopo aver intervistato Peppe Iannicelli, propongo ai lettori del mio blog questa interessante intervista al dott. Umberto Chiariello, giornalista professionista, conduttore radiofonico, nonché conduttore ed ideatore della trasmissione Campania Sport (Canale 21).


Dott. Chiariello, vorrei iniziare questo nostro incontro, chiedendo di delinearci brevemente la storia del Napoli, toccando quelli che sono per Lei i momenti più importanti di questo club.

La storia del Napoli non ha tantissimi momenti da ricordare. Io posso parlare, per esperienza diretta, a partire dagli anni 60 in poi che sono anche quelli più importanti e significativi. Negli anni pregressi, prima della seconda guerra mondiale, dalla fondazione del 1926, si raccontano gli anni di Attila Sallustro, Antonio Vojak, Giuseppe Cavanna, così come gli anni di Hasse Jeppson, Luís Vinicio, Bruno Pesaola: anni da ricordare, certo, ma durante i quali il Napoli però non ha mai – dicasi mai – lottato per lo scudetto.

I momenti più belli, precedenti a Diego Armando Maradona, sono fondamentalmente due: il triennio di Vinicio, dove fu veramente sfiorato uno scudetto, e il periodo di Rino Marchesi, Ruud Krol e Luciano  Castellini, quando finimmo terzi. Precedentemente, nel ’71, ci trovammo a lottare per lo scudetto con la squadra di José Altafini, Antonio Juliano e Dino Zoff, ma a San Siro subimmo un “furto” che ci costò caro e finimmo terzi anche allora.

Tolti questi tre momenti, il Napoli ha dovuto aspettare De Lauretiis per ritornare a lottare per lo scudetto.

C’è stato il quinquennio d’oro, il lustro d’oro di Maradona, dove ne abbiamo vinti due, perso uno già praticamente vinto (quello del 1988), un altro secondo posto nell’anno della Coppa Uefa e un terzo posto prima dello scudetto; in più abbiamo vinto la Coppa Uefa, Coppa Italia e Supercoppa italiana. Quello è il lustro d’oro…per il resto storia povera. In epoca De Laurentiis ci siamo andati vicini con Mazzarri – che si fece, poi, staccare dal Milan e finì anche dietro l’Inter – ci siamo andati proprio vicinissima con Sarri, ma la prestazione di Orsato a Milano, così come quella di Spalletti  e di Handanovič, furono indecenti, e ci fecero perdere lo scudetto che sembrava vinto. E poi basta…questa è la storia del Napoli, una storia di cui siamo fieri e orgogliosi, ma povera.

In questa lunga storia, quale Napoli preferisce e perché?

È evidente che i cinque anni di Maradona sono un indelebile ricordo, ma sicuramente Maurizio Sarri e Luís Vinicio  mi sono nel cuore: mi hanno fatto vedere un gran bel calcio, anche innovativo, specialmente Vinicio fu quasi un antesignano del calcio di oggi. Con Sarri, forse, ho visto il più bel Napoli di sempre e abbiamo anche lottato concretamente per qualcosa di importante.

Nella storia del Napoli, c’è un giocatore – oltre Diego Armando Maradona –  che porta nel cuore?

Sicuramente, anche perché è il mio ruolo preferito, due portieri su tutti: Dino Zoff innanzitutto, e Luciano Castellini. Tra i calciatori rimasti nel cuore, dopo Maradona, c’è sicuramente Krol e ho amato moltissimo, più che Sívori, Altafini. Tuttavia, i due giocatori che stimo, e per i quali provo profondo affetto e rispetto, sono Juliano e Bruscolotti: sono state due vere bandiere di questa squadra, due giocatori di rendimento assoluto.

Poi è chiaro che ci sono anche il “Matador” Cavani, il “Traditore” Higuain, Hamšík, che ci ha dato tantissimo, il “Pocho” Lavezzi, che abbiamo tanto amato: sono stati eroi contemporanei, ma direi che Zoff e Krol, dopo Maradona, sono i miei idoli assoluti.

Ho conosciuto il Napoli di Maradona solo indirettamente (video e racconti). Potrebbe parlarci di quel periodo del Napoli e, in particolare, del Pibe de oro?

Parlare del periodo di Maradona in poche battute è compito difficilissimo. Ci vorrebbero fiumi di parole per quante emozioni e per quante cose abbiamo vissuto noi della nostra generazione. Già il solo acquisto fu una tribolazione pazzesca e riuscire a portarlo a Napoli fu più di una vittoria di un mondiale.

Maradona ha rappresentato il calcio, perché era il calcio: per me non c’è paragone con nessuno al mondo, un altro pianeta. Mi fanno ridere quelli che parlano di Cristiano Ronaldo, pur grandissimo, o dello stesso Messi, che gli si avvicina molto…

L’unico, secondo me, di quelli visti, che poteva competere veramente con Maradona è stato Pelé, grande quanto lui, dello stesso livello. Poi ho visto Cruyff, il miglio giocatore d’Europa in assoluto, ma non ho visto Di Stefano che mi dicono fosse dello stesso livello.

Maradona, a Napoli, è stato tutto: il riscatto sociale, la vittoria che finalmente arrivava, la magia, l’arte. Maradona è stato il vero simbolo di questa città e rimarrà per sempre nel ricordo di tutti come la magia che scende al sud. Non ci sono altri termini per descrivere quello che non è uno dei più grandi calciatori tempo, ma è il calcio, in tutta la sua essenza.

Il mio blog tratta principalmente argomenti di filosofia. Vorrei porLe una domanda proprio sul rapporto filosofia-calcio. È possibile – secondo Lei – stabilire una relazione? Potrebbe essere utile la formazione filosofica nel mondo del calcio?

Premetto che sono stato un grande appassionato di filosofia, anzi ho anche pensato, a suo tempo, di iscrivermi a filosofia, anziché giurisprudenza (come poi ho fatto). Quindi, per me, è terreno fertile parlare di queste cose. La risposta è molto affermativa, è un sì grandissimo: c’è una grande correlazione tra calcio e filosofia. Anzi, spesso, si usa il calcio come metafora di vita: il calcio è metafora della vita, è il “trasfert” degli spettatori nei loro idoli come dèi assurti nell’olimpo.

In realtà, il calcio non è una filosofia, ma una serie di filosofie: in base allo stile di gioco possiamo richiamare vari tipi di pensiero filosofico. Per esempio, Mourinho mi ricorda il pensiero positivista: il metodo empirico del tentativo e dell’errore; oppure l’utilitarismo di Bentham – il massimo risultato col minimo sforzo – se penso all’Inter di Herrera, ma se penso a Sacchi o a Sarri, mi viene in mente, invece, un pensiero filosofico diverso, un pensiero filosofico più nietzscheano: l’uomo di potenza, quando si vuole prendere l’avversario per la gola, attaccandolo fin dalle fondamenta della sua difesa. In questo contesto, sacchiano o sarriano, il superuomo di Nietzsche viene a galla…

Ma penso anche a Kant, non la Critica della ragion pura né con la Critica della ragion pratica, ma il Kant della Critica del giudizio. Quando penso a Sarri mi viene in mente l’estetica kantiana: il bello. Ecco Sarri sublima il bello kantiano. Questo mi sento di poterlo dire.

Dott. Chiariello, La ringrazio molto per il tempo dedicato alla rubrica “A colloquio con…” di Briciole filosofiche.

Intervista cura di Giovanni Covino


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