Antonio Livi: fede e teologia. In ricordo di un maestro/2

Propongo ai lettori di Briciole filosofiche questo ricordo di mons. Antonio Livi. L’Autore – che ha conosciuto e lavorato con Livi – ci parla, in questa seconda parte (per la prima clicca qui) della razionalità della fede cristiana, uno dei temi più interessanti trattati da Livi nelle sue opere. Un altro articolo sul “gusto della sapienza” [Giovanni Covino].


Ai nostri tempi – tempi in cui ha scritto Antonio Livi – si sono ulteriormente diffusi alcuni atteggiamenti logicamente assurdi nei confronti della fede cattolica, in virtù soprattutto del modernismo (somma di tutte le eresie) dilagante. Il modernismo è un virus dall’alto indice di mutabilità e favorisce peraltro infezioni spirituali opportunistiche di vario genere (SHIV – spiritual human immunodeficiency virus). Nella Pascendi, San Pio X scrive:

i fautori dell’errore già non sono ormai da ricercarsi fra i nemici dichiarati; ma, ciò che dà somma pena e timore, si celano nel seno stesso della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista. Alludiamo, o Venerabili Fratelli, a molti del laicato cattolico e, ciò ch’è più deplorevole, a non pochi dello stesso ceto sacerdotale, i quali, sotto finta di amore per la Chiesa, scevri d’ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere, tutti anzi penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si dànno, senza ritegno di sorta, per riformatori della Chiesa medesima; e, fatta audacemente schiera, si gittano su quanto vi ha di più santo nell’opera di Cristo.

Talora, poi, costatiamo l’insorgere della patologia del fidelis faber suae fidei, del pontefice di se stesso, la quale interessa anche chi al modernismo pur vuole opporsi. In questo caso, la persona affetta non s’avvede delle complicanze di cui soffre a causa di una spropositata reazione auto-immune, mentre cade sotto i colpi di un “fuoco amico” diciamo così.

Prevalgono, in molti casi, atteggiamenti fideistici che, nonostante i numerosi interventi del Magistero in senso contrario, fanno abdicare totalmente all’uso della ragione (ante fidem, ad fidem, post fidem).

A tal proposito, nella sua forma più lieve, ma non per questo non dannosa, anzi più subdola a tal punto che può più facilmente cronicizzarsi, possiamo parlare anche di “semi-fideismo”, allo stesso modo in cui si parlò un tempo di “semi-arianesimo”, “semi-pelagianesimo” ecc., qualora l’interessato presentasse sintomi quali: affermazioni concernenti non la razionalità, ma solo un’instabile e precaria, non convincente né convergente (cfr. CCC, n.31), “ragionevolezza” di una fede la quale, al contrario, ha tra i suoi contenuti la stessa condanna eterna per chi ostinatamente non volesse accettarla.

Dall’altro lato, alcuni “teologi”, sussumendo forme di pensiero idealistico all’interno della propria opera di  intellectus fidei, illudendosi di poter dar vita ad una nuova teologia speculativa in contrasto con quella di San Tommaso d’Aquino e la tradizione, assorbono totalmente i contenuti della rivelazione all’interno di un discorso esclusivamente immanente al raziocinio umano, venendo per ciò stesso a negare la trascendenza medesima di quelli che possiamo chiamare “oggetti di stretta rivelazione”. In altri termini si arriva, seppur implicitamente, a negare qualunque senso alla divina rivelazione in quanto tale.  È il caso, ad esempio, di chi sussume la filosofia religiosa di stampo hegeliano.

I due atteggiamenti condividono però lo stesso presupposto di fondo: quello di ridurre gli stessi oggetti di fede a produzione dell’uomo, ora di un suo sentire irrazionale, ora di una sua presunta ragione auto-fondantesi. È, per farla breve, la sussunzione di quel «principio di immanenza e appartenenza», per dirla con Cornelio Fabro, intrinsecamente e virtualmente ateo.

Antonio Livi ha combattuto dottrinalmente su entrambi i fronti: ha decisamente affermato che l’atto di fede è un atto della ragione, anche se non è senza la grazia divina, in linea col Magistero e grandi dottori come i domenicani Sant’Alberto Magno e San Tommaso d’Aquino; ha precisato che le verità di fede, però, trascendono l’umana capacità di comprensione. Livi, in una parola, è fedele allo “scio cui credidi” paolino, tenendo sempre presente che la verità della nostra fede non è coglibile in se stessa, mentre lo è la sua veridicità. La Dei Verbum (Concilio Vaticano II), al n.6, fondandosi sul Vaticano I, è a sua volta chiara:

Con la divina Rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini, “per renderli cioè partecipi di quei beni divini, che trascendono la comprensione della mente umana” [CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 2]. Il santo Concilio professa che “Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale dell’umana ragione a partire dalle cose create” (cfr. Rm 1,20); ma insegna anche che è merito della Rivelazione divina se “tutto ciò che nelle cose divine non è di per sé inaccessibile alla umana ragione, può, anche nel presente stato del genere umano, essere conosciuto da tutti facilmente, con ferma certezza e senza mescolanza d’errore” [CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 2].

Questa questione è dibattuta da Livi in alcune sue opere. Opere in cui spiega i concetti-chiave di credibilitas e credentitas, preambula fidei e motiva credibilitatis, philosophia ancilla theologiae, fides et ratio, e così via. Ne vorrei ricordare tre su tutte: Filosofia e Teologia, edita dalla ESD, Razionalità della fede nella Rivelazione, edita da Leonardo da Vinci, e Vera e falsa teologia, anche questa edita dalla Leonardo da Vinci (e arrivata alla quarta edizione). È il suo lavoro di “logica della rivelazione”, discorso epistemologico, ma dal grande interesse teologico soprattutto per quel che concerne la teologia fondamentale nella sua valenza di apologetica e di iniziazione sicura agli stessi sviluppi dogmatici della Sacra Doctrina quale Scientia Dei revelantis.

In accordo con il Magistero sempiterno della Chiesa, Livi ha da parte sua ha espresso questa verità circa l’indimostrabilità dei dogmi della fede in se stessi e la dimostrabilità (in senso forte) della veridicità della fede e in Razionalità della fede nella Rivelazione e in Vera e falsa teologia, opera particolarmente dedicata alla questione dello statuto epistemologico della Sacra Doctrina. Nella prima, dedicata in particolar modo alla “struttura logica dell’atto di fede”, ad esempio leggiamo:

«L’atto di fede è una conoscenza indiretta: a differenza dell’esperienza (la cui verità è fondata sulla conoscenza diretta e immediata) e a differenza del ragionamento (la cui verità è parimenti fondata sulla conoscenza diretta, anche se mediata dall’inferenza), la fede è una conoscenza che il soggetto non acquisisce direttamente…Nella conoscenza di fede il soggetto, consapevole dei suoi limiti, li trascende affidandosi alla conoscenza altri» (p. 47).

Ma come può il soggetto esser certo della veridicità della testimonianza altrui? Ecco se fosse un semplice uomo a dar testimonianza, questa sarebbe sempre fallibile («locus ab auctoritate, quae fundatur super ratione humana, infirmissimus est», S. Theol. I, q. 1, art. 8). Ma qui ci interroghiamo su una rivelazione sedicente divina. Il rivelatore è Dio. San Tommaso d’Aquino ha scritto:

Quando la volontà è ben disposta in rapporto alla fede, l’uomo vi ritorna senza posa nel suo pensiero e riconsidera tutte le ragioni che si possono trovare a suo favore.

S. Theol. II-II, q. 2, art 10

Ma come l’uomo può rivenire ragioni a favore della fede se gli oggetti di fede trascendono la sua intelligenza naturale? Lo stesso San Tommaso parla di “ragioni estrinseche” che portano la volontà e l’intelletto sull’autorità e veridicità di chi testimonia e questa alla veridicità di cosa si testimonia (ad esempio III, q. 43, a. 1, c.: «ut, dum aliquis facit opera quae solus Deus facere potest, credantur ea quae dicuntur esse a Deo; sicut, cum aliquis defert litteras anulo regis signatas, creditur ex voluntate regis processisse quod in illis continetur»). Per citare un altro Dottore della Chiesa, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori:

Bisogna dunque distinguere, per non errare, la verità della fede dalle cose della fede. La verità della fede è manifesta alla nostra ragion naturale, ma non già le cose della fede. Perciò ella si chiama luce tra le tenebre; mentr’ella è insieme oscura e chiara. È oscura, perché c’insegna cose che noi non vediamo e non comprendiamo; onde l’apostolo chiama la fede Argumentum non apparentium […] le verità della fede vengono a noi manifestate da Dio, che non può ingannarsi, né può ingannare […] È chiara all’incontro la nostra fede, perché sono così evidenti i contrassegni della sua credibilità, che, come diceva il gran Pico della Mirandola, non solo è imprudenza, ma è pazzia il non volerla abbracciare: pazzia ed empietà, poiché per non credere si ha da resistere agli stessi lumi della natura. Testimonia tua, Davide cantò, credibilia facta sunt nimis. E qui si ammira la divina provvidenza in aver disposto che da una parte le verità della fede sieno a noi nascoste, affinché meritiamo nel crederle; e dall’altra parte i motivi di credere ch’ella sia l’unica vera fede, sieno evidenti, affinché gl’increduli non abbiano scusa, se non vogliono seguirla. Qui vero non crediderit, condemnabitur  […]. La ragione umana dunque è quella che prende l’uomo quasi per mano, e l’introduce nel santuario della fede […]. Sicché la ragione esamina, prima di credere, a chi debba credere; ma quando poi si è accertata del maestro a cui dee credere, crede. La ragione altro non discute, se non le prove della veracità del rivelante e della verità della rivelazione; ma, appurate le prove, più non discute le cose rivelate, ma ella stessa esorta di credere a colui che le ha rivelate.

Verità della fede, Parte I, cap. 1, nn.6-7

La Dei Filius, Magistero intramontabile della Chiesa docente, insegna parimenti:

Essendo l’uomo, in tutto il suo essere, dipendente da Dio, suo Creatore e Signore, ed essendo la ragione creata completamente soggetta alla Verità increata, noi siamo tenuti a prestare con la fede il nostro pieno ossequio di mente e di volontà a Dio rivelante. La Chiesa cattolica professa che questa fede, che è l’inizio della salvezza dell’uomo, è una virtù soprannaturale, con la quale, sotto l’ispirazione e la grazia di Dio, crediamo che le cose da Lui rivelate sono vere, non per la loro intrinseca verità individuata col lume naturale della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio rivelante, il quale né può ingannarsi, né può ingannare. La fede è, per testimonianza dell’Apostolo, sostanza delle cose sperate, argomento delle non apparenti (Eb 11,1). Ma affinché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli aiuti interiori dello Spirito Santo, si unissero gli argomenti esterni della sua Rivelazione, cioè gli interventi divini, come sono principalmente i miracoli e le profezie che dimostrano luminosamente l’onnipotenza e la scienza infinita di Dio e sono segni certissimi della divina Rivelazione e adatti all’intelligenza di tutti. Per questo Mosè e i profeti, ma specialmente Cristo Signore fecero molti e chiari miracoli e profezie; e degli Apostoli leggiamo: “Essi poi partirono e predicarono dappertutto, cooperando il Signore e confermando la loro predicazione con prodigi che li accompagnavano” (Mc 16,20). […] Se qualcuno dirà che la Rivelazione divina non può rendersi credibile per segni esterni, e che perciò gli uomini devono procedere verso la fede solo attraverso l’interiore esperienza o l’ispirazione privata di ciascuno: sia anatema.

E la stessa Dei Verbum:

Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini”, “parla le parole di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna.

Per non dilungarci troppo, Antonio Livi è su questa scia, quando, in Razionalità della fede, descrive la logica della testimonianza divina basata sui concetti cardini di credibilitas, preambula fidei e motiva credibilitatis. Allo stesso modo, è sulla scia dei Dottori della Chiesa e del Magistero infallibile, quando, accertata l’actoritas della Chiesa docente, in Vera e falsa teologia, confuta quei pensatori religiosi che paradossalmente si definiscono teologi pur negando o riducendo ad epoché i dogmi (i dati rivelati dal Christus totus = Cristo capo e Corpo Mistico di Cristo), insegnati dalle tre fonti della rivelazione: Sacra Scrittura, Tradizione e Magistero. Inoltre Livi è attento a notare che  i “falsi teologi” in qualche modo negano – o non se ne servono – la validità e la necessità epistemica, per fare teologia scientifica, di almeno uno dei loci theologici  che sono:

Il primo luogo è l’autorità della Sacra Scrittura che contiene i libri canonici. Il secondo è l’autorità della tradizione di Cristo e degli Apostoli le quali anche se non furono scritte sono arrivate fino a noi come da udito a udito, in modo che con tutta verità si possono chiamare come oracoli di viva voce. Il terzo è l’autorità della Chiesa cattolica [intendendo con essa la “Grande Chiesa” fino allo scisma d’oriente]. Il quarto è l’autorità dei Concili, in modo speciale i Concili Generali, nei quali risiede l’autorità della Chiesa cattolica. Il quinto è l’autorità della Chiesa romana, che per privilegio divino è e si chiama apostolica. Il sesto è l’autorità dei santi padri. Il settimo è l’autorità dei teologi scolastici, ai quali possiamo aggiungere i canonisti (periti in diritto pontificio), tanto che la dottrina di questo diritto la si considera quasi come altra parte della teologia scolastica. L’ottavo è la ragione naturale, molto conosciuta in tutte le scienze che si studiano attraverso la luce naturale. Il nono è l’autorità dei filosofi che seguono come guida la natura. Tra questi senza dubbio si trovano i Giuristi (giureconsulti dell’autorità civile), i quali professano anche la vera filosofia (come dice il Giureconsulto). Il decimo e ultimo è l’autorità della storia umana, tanto quella scritta dagli autori degni di credito, come quella trasmessa di generazione in generazione, non superstiziosamente o come racconti da vecchiette, ma in modo serio e coerente.

M. Cano OP, De Locis theologicis 1, 3

In Vera e falsa teologia la tesi centrale è, a proposito del rapporto dogma/teologia, proprio questa:

l’unica opzione legittima per il teologo è quella di assumere il dogma come dato di partenza, come verità iniziale dal carattere apodittico…; da questa verità iniziale il teologo si adopererà per ricavare altre verità di carattere ipotetico (p.62).

In sostanza, il presunto teologo che negasse il dato rivelato, come insegnato dalla relativa autorità depositaria della Divina Rivelazione, sarebbe in incoerenza materiale con sé stesso, in quanto negherebbe il suo stesso oggetto di studio.

Fr. Mario Paolo Maria Padovano op



Antonio Livi

25 agosto 1938 – 2 aprile 2020

Un pensiero su “Antonio Livi: fede e teologia. In ricordo di un maestro/2

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