Ritratti di filosofi: Agostino d'Ippona. Ordo amoris e ginnastica del desiderio

Agostino nacque a Tagaste (oggi Suq-Ahras in Algeria) il 13 novembre del 354, quando all’interno dell’Impero romano infuriavano cruente lotte. Morì ad Ippona (oggi Annaba in Algeria) il 28 agosto del 430.

Per presentare questa figura così importante per la storia del pensiero e della cristianità, non possiamo non far riferimento alle Confessioni, opera in cui Agostino ripercorre la sua storia, dall’infanzia sino alla conversione; poi comincia la trattazione di temi interessantissimi quali il tempo, la memoria, la libertà, la grazia ecc. Il movimento descritto nelle Confessioni è un movimento che parte dalla visione del ricordo della vita passata, periodo di profondo disordine (sappiamo, infatti, proprio dalle Confessioni, che Agostino dovette per lungo tempo il fascino della mondanità, cadendo in quello che egli stesso chiamava «pozzo di vergogna»), per giungere, dopo patemi d’animo, pianti e lotte interiori, all’ordine del sommo amore, in cui tutto prende il suo giusto posto.

Il movimento della conversione è tratteggiato da un fitto dialogo che Agostino svolge con se stesso, ma leggiamo ciò che egli stesso ci dice:

«Allora nel mezzo di quella rissa violenta che nella mia casa interiore avevo ingaggiato con l’anima qui nella stanza più segreta, il cuore, con la faccia e la mente sconvolte, irrompo da Alipio[un suo amico]: “Non se ne può più!”grido.[…]con tutta questa nostra erudizione senz’anima, guardaci qui, a rivoltarci nella carne e nel sangue!”» (VIII, 8, 19)

Come si può notare, Agostino descrive con tutta la sua drammaticità l’esperienza della crisi interiore che precede la grande decisione, pagine che, nonostante il carattere autobiografico, tracciano le linee di un cammino in cui altri si possono ritrovare. Ma leggiamo ancora:

«Quando da un fondo arcano la profonda meditazione ebbe scavata tutta la mia tristezza e l’ebbe accumulata sotto gli occhi del cuore, una tempesta si scatenò violenta, e greve d’un diluvio di lacrime. E mi levai, perché fluisse libero e alto il suono di quel grande pianto. […]

Così parlavo e piangevo, il cuore a piombo nella tristezza più amara. Ed ecco all’improvviso dalla casa, e questo l’ultimo passo, il suono di una voce provvidenziale, «il canto di una voce come di bambino. O di bambina forse, lenta cantilena: “Prendi e leggi, prendi e leggi…”Mutai subito in volto e mi raccolsi in uno sforzo estremo […] soffocai il pianto e mi levai in piedi. […] presi il libro dell’Apostolo e in silenzio lessi il primo passo sul quale mi caddero gli occhi: “Non più bagordi e gozzoviglie, letti e lascivie, contese e invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non fate caso alla carne e ai suoi desideri”. Non volli leggere oltre e neppure occorreva» (VIII, 12, 28-29).

Il testo delle Confessioni – come già detto – dipinge con tragicità il movimento della conversione, mette in scena le difficoltà del cambiamento radicale che esige il Vangelo, ma anche la gioia della vita trasmutata: un cuore, dunque, ripulito di tutto il «suo aceto» (lascivie, corruzioni dell’anima e del corpo, menzogne ecc.), per traboccare di un amore che tende «al settimo giorno, [il giorno che] non ha né sera né tramonto» (XIII, 36, 51).

Il movimento tracciato è, in definitiva, il movimento di un atleta dell’anima: una «ginnastica del desiderio» nel campo dell’«ordo amoris», come dice lo stesso Agostino:

«La nostra vita è una ginnastica del desiderio. Il santo desiderio sarà tanto più efficace quanto più strapperemo le radici della vanità ai nostri desideri. Già abbiamo detto altre volte che per essere riempiti bisogna prima svuotarsi. Tu devi essere riempito dal bene, e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa. Quando diciamo miele, oro, vino, ecc., non facciamo che riferirci a quell’unica realtà che vogliamo enunziare, ma che è indefinibile. Questa realtà si chiama Dio» (Trattati sulla prima lettera di Giovanni, 4, 6).

Giovanni Covino


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