Locke, Hume, Reid. Il dibattito sul valore epistemico della testimonianza

Il dizionario di filosofia Garzanti, alla voce “fede”, così scrive: «termine che, nella sua accezione più generale, indica quelle forme di conoscenza che non possono essere garantite né da controlli empirici né da procedimenti razionali, e si riconducono perciò o a intuizioni soggettivamente convincenti o a postulazioni assunte come principi di dimostrazione o ancora a testimonianza degne di fiducia». Come ho già detto in un articolo precedente, e come in parte emerge dalla citazione appena fatta, è luogo comune pensare che l’atto di fede sia un atto irrazionale. Tuttavia, le questioni dell’“atto di fede” e della “testimonianza” entrano a pieno titolo nel discorso epistemologico. Il dibattito sul valore della testimonianza lo troviamo già nella filosofia antica (si pensi al Fedone 85 C-D di Platone), ma la maggior parte degli studi contemporanei fanno riferimento a tre autori moderni: John Locke (1632-1704), David Hume (1711-1776) e Thomas Reid (1710-1796) su cui ora ci soffermeremo brevemente.

Il primo dei filosofi citati, John Locke, dedica una sezione del quarto libro del Saggio sull’intelletto umano (1690) proprio ai criteri per la valutazione di una testimonianza: 1) il numero dei testimoni; b) l’integrità degli stessi; 3) la loro capacità; 4) l’intenzione dell’autore (per quanto riguarda un testo scritto); 5) la coerenza delle varie parti; 6) le testimonianze contrarie. Locke stila, dunque, una serie di regole per orientarsi e continua spiegando che occorre «diligenza, attenzione ed esattezza per formare un giudizio corretto e per proporzionare l’assenso alla differente evidenza e probabilità della cosa», la quale «si erge o cade a seconda che i due fondamenti di credibilità, ossia l’osservazione comune in casi simili e le testimonianze particolari in quel caso particolare, siano a favore o la contraddicono». Un lavoro, dunque, tutt’altro che semplice. Nei paragrafi successivi, Locke si sofferma sui gradi dell’assenso e conclude con delle «eccezioni»: nonostante sia difficile raggiungere la verità per mezzo di un testimone, vi sono alcune cose che meritano il «più alto grado di assenso»: i miracoli e la Rivelazione. Questo perché il testimone, nel caso specifico, è un essere (Dio stesso) che «non può né ingannare né essere ingannato».

Passiamo ora al secondo filosofo citato, Davi Hume. In Ricerche sull’intelletto umano (1748), il filosofo scozzese afferma che «non c’è una specie di ragionamento più comune, più utile e anche necessario alla vita umana, di quello che si ricava dalla testimonianza e dai resoconti di testimoni oculari e di spettatori». Passaggio importante, ma da leggere con quello successivo dove Hume precisa che il valore della testimonianza «non è derivata da altro principio che dalla nostra osservazione». Il nostro assenso deve fondarsi sull’osservazione e la credibilità del testimone è legata a questa.

Infine, Thomas Reid, partendo dalla natura sociale dell’uomo, elenca – nella sua Ricerca sulla mente umana (1746) – due principi: il principio di veracità (cioè «una propensione naturale a dire la verità») e il principio di credulità (cioè «una propensione a confidare nella veracità degli altri»). Il valore della testimonianza è in questo caso affermato con forza: «l’Autore della vita, saggio e generoso, che ci voleva creature sociali e che voleva ottenessimo la parte più grande e importante della nostra conoscenza dalle informazioni degli altri, ha per questo suo proposito inculcato nella nostra natura [questi] due principi che concordano l’un con l’altro».

Da questo breve excursus, si può facilmente notare che siamo di fronte ad uno dei temi più complessi che la filosofia si trova ad affrontare. E questo perché il discorso sulla testimonianza chiama  in causa:

  • il fatto
  • un soggetto X che conosce il fatto
  • un altro soggetto Y che conosce (a) tramite la testimonianza di (X).

Come dice J. Adler: «Testimony is the assertion of a declarative sentence by a speaker to a hearer or to an audience». Ora, si capisce perché tra le regole di cui parla Locke troviamo anche l’«integrità» del testimone/dei testimoni: nel processo conoscitivo entra in gioco anche un “fattore morale”, fattore che però non deve scoraggiare e rendere diffidenti verso questi tipo di conoscenza. È difficile, ma non impossile, raggiungere la verità tramite la testimonianza e questo anche evitando il modus operandi humeano che appare – almeno dal mio punto di vista – come un cane che si morde la coda: le nostre conoscenze, infatti, non possono essere tutte “di prima mano” e il ricorso all’esperienza diretta non sempre è possibile. Per fare un esempio, l’interiorità di una persona posso conoscerla solo se la persona in questione rivela il suo animo ed io debbo fidarmi di quanto dice perché nessuna esperienza potrà mai confermarmi la sua interiorità. Lo stesso dicasi per la scienza: il fatto che la distanza minima tra sole e terra sia pari a 147 098 074 km è una conoscenza che otteniamo da altri e difficilmente tutti noi riusciremo a misurarla empiricamente, così come il fatto che Carlo Magno «si compiaceva della lettura dei libri di sant’Agostino» lo sappiamo perché stato narrato da Eginardo nella Vita di Carlo Magno.

Naturalmente, il giudizio deve essere sempre accorto e prudente, ma nei nostri rapporti non può mancare questa forma di “conoscenza indiretta”: rinnegarla vorrebbe dire cadere in quello che è stato definito «individualismo epistemico» (N. Vassallo), cosa che porterebbe una grave perdita non solo al singolo individuo ma all’intera società.

«[U]na persona ignorante è tanto ostinata nella sua sprezzante incredulità quanto irragionevolmente credula. Non crede da alcuna cosa dissimile dalla sua ristretta esperienza, se non lusinga una sua propensione; qualsiasi favola da bambini è da lui mandata giù implicitamente se la lusinga».

J. Stuart Mill

Giovanni Covino


2 pensieri su “Locke, Hume, Reid. Il dibattito sul valore epistemico della testimonianza

  1. Bellissimo articolo.
    Ora non voglio essere blasfemo ma dalle mie riminiscenze, se ricordo bene, le posizioni di Hume e di Reid in questioni erano differenti: il primo laico aveva una visione scettica che tendeva a mettere tutto in discussione, il secondo più religioso che tentava di difendere il luogo comune. Fidarsi di qualcuno è (sarebbe) come fidarsi dei propri occhi,

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    • Sì, certamente le posizioni di Hume portano ad uno scetticismo, ma come ho cercato di mostrare il suo ricorso all’esperienza è come un cane che si morde la coda. La posizione di Reid mi sembra quella di un sano realista che difende il buon senso comune.

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