“S’aperse in novi amor l’Eterno Amore”. L’amore nei “Pensieri a Giulia” di Giuseppe Capograssi

Nella vita di Giuseppe Capograssi (1889-1956), importante filosofo del diritto del secolo scorso, di grande importanza – come ho già detto in un altro articolo – fu l’incontro e il matrimonio, nel 1924, con Giulia Ravaglia. Durante il fidanzamento, Capograssi scrisse ogni giorno a Giulia, annotando su dei fogli il suo sentimento verso di lei, che andava ogni giorno crescendo, oltre che riflessioni sui più svariati argomenti (dalla filosofia alla politica, dalla teologia al diritto). Quei foglietti, poi, sono stati raccolti e pubblicati nel volume Pensieri a Giulia, in cui traspare con forza una comunanza di vita e pensiero e in cui si realizza quel vivo desiderio di comunicare le proprie esperienze, le proprie meditazioni all’amata. Lo si può facilmente evincere dal seguente “foglietto”:

«Ogni mattina, quando mi appresto a scriverti queste parole dell’alba, questi foglietti che sono divenuti una cara consuetudine, una cara effusione, io sento che con queste parole, a volte di fede, a volte di pensiero, a volte di amore io ti dico, ti do una parte di me stesso, la parte migliore di me, quella che sta alla cima» (Pensieri a Giulia, n. 119).

Il volume, edito prima da Giuffrè (1978-81), poi da Bompiani (2007), raccoglie – come dicevo – circa 2000 foglietti che vanno a comporre oggi un “grande diario” rivolto alla fidanzata. Molti hanno detto – e giustamente – che questi pensieri rappresentano il meglio del filosofo abruzzese, la parte più autentica del suo cuore come non manca di dire lo stesso Capograssi: «questo piccolo foglietto di carta dove io pongo ogni mattina il fiore dei miei pensieri più belli» (n. 304, corsivo mio).

Nella sua introduzione all’opera edita postuma, Gabrio Lombardi sottolinea che la «nota specifica, caratterizzante, di tutti i “pensieri”» è l’amore e il ruolo di Giulia nella riscoperta dell’amore per la vita, ma soprattutto per la Vita che è dietro ogni vita: «può amare – scrive Lombardi – così pienamente solo perché Giulia lo ha aiutato a ritrovare nella sua autentica limpidezza l’amore per il Signore. Di qui l’esplicito richiamo a ciò che Beatrice è stata per Dante». L’amore si presenta, quindi, come il motore che muove ogni “pensiero”: anche quelli più “intellettuali” e “impersonali” trovano qui la loro ragion d’essere: «ti scrivo – annota Capograssi – ogni giorno, ti scrivo ogni ora, e ogni mio scritto è diretto a te, ogni mio scritto è scritto per te, e il tacito indirizzo che il mio pensiero porta, anche quando divaga traverso le idee e le forme, traverso i sentimenti, le verità, è tuo» (n. 515).

Il respiro dei pensieri è un respiro metafisico, non un mero e trito sentimentalismo: Capograssi mostra, anche quando parla del suo amore e dei suoi sentimenti, la radice di questo moto. Escluso ogni tecnicismo, il filosofo va al cuore della vita che è la Vita, al cuore dell’amore che è l’Amore:

«Divino dono del Signore […] è l’amore che nasce dal Signore: ed esiste solo perché il Signore è amore, se no, non esisterebbe di certo […] Fu una divina – come dire? – inutilità: volle dare la felicità ad altri, se la parola “altri” si può adoperare parlandosi di Dio, volle dare la sua felicità, la sua beatitudine, il suo ordine, la sua armonia, la sua bellezza, in parte, per quanto era possibile […] Volle dare l’essere, volle comunicare l’essere, volle amare (n 148).

Pagine come queste sono, a mio avviso, di grande profondità metafisica, una metafisica che, nel solco della tradizione cristiana, intreccia vita e pensiero, volontà e intelletto e che trova unico commento in grado di esprimerlo quasi pienamente nel riferimento che lo stesso Capograssi fa qualche rigo dopo. Citando le terzine del Sommo Poeta (Paradiso, XXIX, 16-18) dice: «ecco perché Dio ha creato la sua creazione: per amare: è un divino trasporto fuori di sé, l’aprirsi, secondo la frase mirabile di Dante, dell’Eterno amore in nuovi amori» (n. 148).

La verità della vita emerge in tutta la sua forza: anni e anni di speculazione filosofica racchiusa dal filosofo in una breve pagina in cui la certezza dell’amore s’intreccia con il suo mistero, così come la certezza dell’assoluto che, con altrettanto mistero (che non è irrazionalità), è dietro ogni realtà:

«E pure l’amore, Giulia, tu lo sai, tu che mi guardi con occhi così teneri e così profondi di dolcezza, eppure l’amore è il mistero dei misteri, il prodigio dei prodigi, l’arcano degli arcani, la vita di ogni vita, la parola di ogni silenzio, la nota di ogni musica, e la legge e l’anima di tutti i sentimenti. Giulia, dobbiamo ringraziare il Signore, che ci ha dati occhi tali da riconoscere il mistero della sua opera, e da adorarlo in silenzio. Egli tutto ha fatto, Giulia, e ogni cosa, ogni primavera, ogni amore nasconde Lui, Vita Realtà Amore infiniti. Ogni mistero si riassume nel suo mistero, che è palese. Del prodigio dell’amore ringraziamolo assai: e amiamolo infinitamente» (n. 40).

Giovanni Covino


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