Per una ricerca sulla coscienza umana. Oltre il materialismo

Propongo ai lettori di Briciole filosofiche questo interessante articolo del prof. Massimo Roncoroni sul tema della coscienza. L’Autore svolge la sua analisi partendo dai fattori costitutivi della coscienza umana, per poi soffermarsi su alcune correnti di pensiero che tendono alla riduzione materialistica della stessa con gravi ripercussioni in ambito morale. L’articolo si conclude con l’auspicio che la ricerca riesca a «superare, se non tutte, almeno le più gravi difficoltà delineate per recuperare l’esperienza della coscienza propria della struttura originaria dell’uomo come e in quanto persona umana nella sua singolare universalità» [Giovanni Covino]


Più che in ogni altra forma di sapere è essenziale in filosofia individuare un rapporto, se appena possibile, chiaro e distinto, tra parole, concetti e cose di cui ci si occupa. Mentre infatti nelle scienze formali e in quelle sperimentali, termini, concetti, giudizi e ragionamenti possono e devono ricevere il conforto di calcolo ed esperimento, la filosofia non dispone se non di osservazione, pensiero e parola, cioè fenomenologia, logica e semantica per andare a vedere come stanno le cose con gli occhi dei sensi e con quelli dell’intelligenza. Per il filosofo, ma anche per lo storico, come per Sherlock Holmes il metodo di lavoro è il seguente: “osservare, concatenare e dedurre”, con la sapiente e saggia avvertenza di Ippocrate (460-370 a.C.) medico e filosofo che : “la vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione è fugace, l’esperienza è fallace, il giudizio è difficile”.

Anche per questo, più che in altre forme conoscitive, in filosofia è meno facile sapere quel che si dice quando si parla e saper ciò che si sa quando si pensa, onde l’individuazione e la determinazione di senso e significato dei termini assumono  un ruolo decisivo con le seguenti domande chiave: che cosa propriamente intendi dire, che cosa effettivamente dici, a che cosa realmente ti riferisci, perché lo affermi, in che modo lo affermi, in forza di che cosa lo affermi. Ne viene che anche in filosofia fattore decisivo è l’onere della prova. Onus probandi incumbit ei qui dicit, l’onere della prova spetta a chi afferma, sempre disposti nel corso della prova a farsi smentire dalla forza della verità sia fattuale che logica “provando e riprovando”. Se non si può pensare qualcosa che non sia e tutto ciò che è si manifesta nel pensiero, il pensiero a sua volta si esprime nel linguaggio o meglio nella lingua in cui il discorso umano si articola. La parola è dunque il modo specifico in cui il pensiero coglie l’ente e il soggetto umano in quanto animale che ha la ragione-parola di quell’essere o ente è il punto di riferimento essenziale.

I fattori costitutivi della coscienza umana

Ora è proprio il farsi parola della realtà a costituire la struttura originaria e il significato più semplice ed essenziale di ciò che intendiamo per coscienza simpliciter, coscienza dunque come presenza alla luce dell’essere di un ente alla mente, e poi di una mente a sé medesima, giacché nell’attuarsi in conoscenza della coscienza, se intentio prima est ens, intentio secunda est mens, se la prima intenzione della mente è l’ente, la seconda è la mente stessa.

Quanto sin qui detto costituisce un primo avvio di fenomenologia della coscienza, sia in senso husserliano di descrizione, spiegazione, comprensione del manifestarsi di essa come originaria apertura del soggetto all’oggetto, sia in quello hegeliano di “scienza dell’esperienza della coscienza” nel suo progressivo, drammatico e dialettico trapassare dal coglimento parziale della parte alla comprensione interale e processuale del tutto. Due prospettive di fenomenologia diverse, ma come nota V. Matthieu, tra loro complementari e per ciò stesso capaci di integrarsi fecondamente, costituendo un metodo rigoroso ed efficace per l’analisi dell’unità dell’esperienza, quale totalità dell’immediato che ci viene incontro progressivamente nel pensiero cioè nella coscienza. La fenomenologia della coscienza in senso filosofico si attua quindi come ricognizione intellettuale relativa al darsi, strutturarsi e svolgersi, sempre finalizzato, della coscienza sia trascendentale (considerata in sé e per sé in universale), sia empirica, considerata in quanto mia, tua, sua, nostra, vostra, loro, cioè in particolare e/o singolare. E questo in vista della considerazione teoretica della sua consistenza, non tanto biologica, fisiologica, psicologica e storica (livelli necessari, ma non sufficienti a dar ragione del fenomeno coscienziale nella sua concreta sostanza), quanto piuttosto ontologica nella sua sostanza reale. Il che significa non fermarsi alla struttura materiale, funzionale comportamentale della coscienza, bensì cercare, per quanto possibile, di pervenire, con tutte le cautele critiche e autocritiche del caso, a quel livello d’essere per il quale la coscienza è coscienza e non altro. Dunque la fenomenologia della coscienza si fa ontologia e questa a sua volta antropologia, poiché dell’esserci della coscienza abbiamo coscienza solo in quanto soggetti umani che viviamo e pensiamo nel mondo nella nostra concreta singolarità universale.

Una volta ancora desidero seguire la lezione di Gustavo Bontadini, quando insegna che il pensiero in quanto tale è l’ambito nel quale si manifesta la realtà, condizione trascendentale per pensare ogni verità. Intimità dell’essere al pensiero intuita anche da Giovanni Gentile, che si differenzia però in sede ontologica dalla prospettiva neoclassica e bontadiniana, in quanto per quest’ultima non v’è ne può esserci coincidenza ontologica, ma solo intenzionale, all’interno del pensiero, tra mobile unità dell’esperienza e permanente totalità del reale. Identità impossibile e differenza ontologica necessaria, è il caso di dirlo, “per la contraddizion che nol consente”: quella del divenire e dell’accadere non integrato, razionalizzato e infine acquietato nella luce atemporale dell’atto creatore di Dio. 

Pluralità di etiche e unità della coscienza umana e riduttivismi ontologici di essa

Ma stare al mondo come concrete singolarità universali, cioè come persone umane, significa anche esser presi in una interpretazione del mondo storicamente e culturalmente condizionata, per la quale ci facciamo un’idea delle cose che ci circondano, di noi stessi e della radice ultima di tutto ciò che esiste. Siamo, per dir così, almeno in parte il fiore e il frutto di una concezione del mondo e della vita che ci prospetta le cose da un certo punto di vista, facendoci per lo più figli del nostro tempo; punto di vista che chi ha deciso di esser filosofo sottopone al necessario vaglio critico e veritativo del pensiero. In proposito, se è vero che la filosofia per un verso è “il proprio tempo appreso con il pensiero”, per un altro essa è “la considerazione pensante degli oggetti”, e tra gli oggetti dai quali non può non partire tale considerazione vi è proprio il tempo nel quale siamo chiamati a vivere, che attende d’esser criticamente vagliato e consapevolmente assunto.

Ora la prospettiva prevalente dell’odierna temperie culturale, relativamente alla coscienza umana e alle sue forme specifiche, è ben rappresentata dalle figure tra loro intrecciate della morte del soggetto e della demoralizzazione, le quali comportano l’eclissi, se non la sparizione della coscienza in genere e di quella morale in specie. Può sembrare questo un rilievo paradossale in un’epoca come la nostra che è stata autorevolmente definita “l’età dei diritti” (senza più doveri?), se si pensa che diritto e diritti implichino riferimento essenziale alle nozioni di “soggetto”, “obbligazione”, “libertà da” e “libertà di” e quindi in ultima istanza di “coscienza”. Il paradosso appena rilevato non diminuisce se si consideri che nel nostro tempo assistiamo al proliferare di molte etiche particolari quali la “bioetica”, “l’ecologia etica”, “l’etica sessuale”, “l’etica degli affari” e via discorrendo. Verrebbe quasi da invocare al riguardo il rasoio di Ockham, che avverte che entia non sunt multiplicanda sine necessitate.

Tutte etiche, le citate, che in quanto tali parrebbero indicare come necessario il riferimento rispettivamente alla “coscienza della vita”, “coscienza dell’ambiente”, “coscienza del sesso”, “coscienza relativa ai problemi connessi alla gestione di economia, commercio e finanza”. Coscienze particolari che ci par difficile pensare assolutamente indipendenti  rispetto alla coscienza generale dei soggetti che desiderano affrontare e risolvere in modo razionale e ragionevole, umanamente significativo, utile e produttivo, le questioni drammatiche, quando non tragiche, per la vita umana, poste dalle etiche al plurale di cui sopra. A verifica e conferma di quanto appena osservato non è un caso che nella maggior parte dei sistemi politici caratterizzati nell’epoca “post-ideologica” che si dice stiamo vivendo dalla definitiva affermazione della liberal-democrazia sintesi di economia di mercato e di stato di diritto, la questione morale si ponga quale fattore fondamentale e forse inglobante l’intera vita storica dell’uomo e del cittadino.

Ma di nuovo è possibile e come porre in verità la questione morale a prescindere dalla coscienza e da un ordine di valori che la coscienza medesima riconoscerebbe e/o porrebbe come morali e giocoforza inviolabili e indisponibili, vincolanti le volontà singole e generali dei vari soggetti umani in modo universale e necessario?

Ora la crisi e la lisi della coscienza, soprattutto morale, sta nella riduzione della medesima a coscienza psicologica prima, e poi sociologica, storica, culturale e ambientale. Riduzione propria di un’etica della situazione per dirla con un’antica e felice, efficace locuzione di Pietro Piovani, effetto di un’epoca storica filosofica e culturale dominata in successione cronologica, teoreticamente coerentissima, da storicismo, esistenzialismo, strutturalismo, ermeneutismo, relativismo e nichilismo. Filosofie, le menzionate, le quali, al di là di differenze di stile, modi, accenti, tutte hanno in comune la riduzione della verità al tempo, dell’infinito al finito, della totalità del reale all’unità dell’esperienza, del tutto al mondo. Tutte perciò pongono il divenire come assoluto, vanificando così qualsiasi permanente consistenza, compresa quella della coscienza e del soggetto umani. La coscienza in genere e la morale in particolare sono, nell’incessante fluenza del divenire, insieme poste e tolte e il loro valore risulta uguale a zero.

In tale orizzonte, dal p.d.v. teoretico considerabile come pensiero unico assolutamente omogeneo e omologante, l’imperativo etico fondamentale bonum facendum, malum vitandum (ove bonum et justum, malum et injustum sono reciprocamente convertibili) è compromesso dal fatto che non si possa più pensare in modo universale e necessario, né quindi sapere, che cosa sia vero e falso, bene e male, giusto e ingiusto. Per questa ragione tali giudizi di valore “discriminanti” sono lasciati o fatti fluire in ambito meramente soggettivo, per il quale si decide che vero e falso, buono e cattivo, giusto e ingiusto siano ciò che pare e piace al soggetto; soggetto individuale o collettivo al quale viene conferito valore del tutto convenzionale e il parere e piacere del quale risultano legittimati e legittimabili per via unicamente contrattualistica: “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”.

Ogni soggetto si auto-assume quale titolare di una sovranità e di un bene-placito di diritto e di fatto assoluti rispetto al volere e dovere morali; entrambi giocoforza comportamentali e fattuali, con buona pace del violato principio di Hume, onde può dirsi che “ciò che pare e piace al soggetto ha valore di legge e di dovere morale e di forza contrattuale politica e di obbligazione giuridica. Ne viene allora che jus non est quia justum sed quia jussum dalle diverse per lo più tra loro confliggenti “volontà di potenza” dei vari soggetti, ad un tempo artefici e vittime delle loro diverse volontà e rappresentazioni, delle loro visioni del mondo e della vita, in una dei loro progetti. Soggetti quindi e relative coscienze quali luoghi di rivendicazione di ogni possibile diritto, in realtà ridotto a qualsivoglia bisogno e desiderio, più capricciosamente voluto che criticamente vagliato; non vincolati, ma sciolti da qualsiasi dovere che non  sia  relativo al sovrano e insindacabile arbitrio dei diversi impulsi, pareri e piaceri dei soggetti medesimi. Allora, “s’ei piace ei lice” e la coscienza morale, se ha ancora senso parlarne in modo specifico, si fa variabile dipendente dell’esperienza storica complessiva dei vari, mutevoli, transeunti, effimeri soggetti, rifluendo in una moralità propria dei mores relativi ai diversi tempora; usi e costumi di qualsivoglia fatta che attuano le varie Weltanschauungen e Lebensanschauungen con le loro metafisiche più o meno spontanee, consce o inconsce, esplicite o implicite, dette o taciute. Rispetto a queste, come la coscienza di cui sopra , pure etica, politica e diritto fungono da variabili per lo più dipendenti. Se le cose stanno così, perdono qualsiasi significato reale i concetti di libertà, responsabilità e quindi imputabilità, capacità e merito, premio e punizione, colpa e pena, delitto e castigo, condanna e perdono. La spiegazione dell’azione umana che riduce il valore della medesima alla sua genesi viene a surrogare la giustificazione di quella, pur se in maniera teoreticamente indebita, scorretta e surrettizia. Se quanto ho detto è vero risulta oggi obsoleta pure l’osservazione amaramente ironica di Robert Musil secondo il quale “oggi solo i criminali osano fare del male al prossimo senza una filosofia”. Auschwitz insegni.

Se poi seguiamo le cronache giornalistiche e/o massmediatiche possiamo vedere quanto, anche di fronte ai delitti e ai comportamenti più assurdi ed efferati, al di là dell’apparente esecrazione impressionistica, venga sfumato pure lo stesso epiteto di criminale, giacché il crimine viene sovente considerato più come pena che affligge il carnefice che non una colpa della quale questi sia responsabile e per la quale debba pagare il giusto fio. Lo “sventurato carnefice” sarebbe infatti vittima innocente in quanto irresponsabile degli innumerevoli condizionamenti sfavorevoli che l’hanno determinato motivatamente a compiere l’atto, convenzionalmente considerato criminale, ossia statisticamente anomalo rispetto al comportamento medio socialmente compatibile e giuridicamente tollerabile attuato dal resto della popolazione. In questo “tout comprendre pour tout pardonner” a farne le spese è sempre e soltanto la vittima, che ha subito il male di un soggetto, incolpevole perché irresponsabile: privo di retta ragione propria della coscienza morale.

In ultima analisi si è ormai andati “al di là di libertà e dignità” per dirla con la brutale e salutare schiettezza di Skinner; al di là della coscienza simpliciter e della coscienza morale. Il nesso diritto-dovere, inscindibile per l’etica classica tradizionale, risulta riducibile al nesso stimolo-risposta visto in modo etologicamente comportamentistico. Non è un caso che a partire dai paesi anglosassoni e poi con rapida ed efficiente colonizzazione del mondo da parte di un pensiero unico specificamente anti-metafisico, grande è tuttora lo sviluppo di discipline quali la bio-sociologia, la bio-psicologia, il bio-diritto, la bioetica e la bio-politica. Per esse che praticano una radicale riduzione della persona umana in termini puramente materiali, tra uomo e altri animali v’è solo differenza quantitativa e non qualitativa (vedi la posizione del politologo Gianfranco Miglio), essendo l’uomo medesimo nient’altro che un animale evolutivamente perfezionato e specializzato a livello neuro-cerebrale. Se tale prospettiva fosse vera, dovremmo dar ragione alla battuta, al solito tragicamente provocatoria e geniale di Nietzsche, per la quale “l’umanità è un pregiudizio di cui gli altri animali sono felicemente privi”, e dovremmo liquidare la questione coscienza ancora con Skinner, quando afferma che “un io è un repertorio di comportamenti appropriati a un determinato insieme di contingenze per le quali all’uomo in quanto uomo diciamo volentieri buon viaggio”.

Alla ricerca di vie d’uscita

Ma molto, se non quasi tutto, ci dice che così non è né può essere e che la negazione della coscienza in generale intesa come consapevolezza e auto-consapevolezza delle cose tutte come della coscienza morale in particolare equivarrebbe all’abolizione dell’uomo nella sua propria umanità.  Prospettiva teoreticamente impensabile senza contraddizione e praticamente invivibile senza assurdità. Per questo questi brevi appunti introduttivi, queste briciole di riflessione filosofica aprono a una ricerca sulla coscienza umana e sulle sue forme specifiche.                                                                                                                                                        

Una ricerca che sondando l’esperienza coscienziale nei suoi aspetti biofisici del suo rapporto mente-cervello riesca positivamente a superare, se non tutte, almeno le più gravi difficoltà sopra delineate per recuperare l’esperienza della coscienza propria della struttura originaria dell’uomo come e in quanto persona umana nella sua singolare universalità.  Da ultimo è utile ricordare proprio su questo tema quanto osserva Vàclav Havel quando dice:

«non c’è niente da fare: la vera coscienza e la vera responsabilità sono sempre alla fine spiegabili solo come un’espressione di una sottile premessa: che, bene o male, siamo veramente osservati dall’ “alto”, che “lassù” si vede tutto e niente viene dimenticato e che, quindi, non è nel potere del tempo cancellare dall’anima il rimorso di essere falliti in questo mondo: infatti la nostra anima intuisce di non essere sola a sapere di questo fallimento».

La voce della coscienza morale ci chiama dunque a rispondere su vero e falso, bene e male, giusto e ingiusto, a giudicare e decidere secondo la libertà del vero bene che rende giusti e degni di felicità da un oltre rispetto a questo mondo che non può non essere che di salvezza e di giustizia, anzi di salvezza nella giustizia.

Massimo Roncoroni


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