Senso morale e sacralità della vita. Alcune annotazioni partendo da Norberto Bobbio

Il “senso morale” – come ho detto in altri articoli (vedi sezione Filosofia, rubrica Ordo amoris) – parla della “vita” in termini di inviolabilità e sacralità. L’esistenza di un essere umano è da salvaguardare da quando «essa viene concepita fino alla sua morte naturale». L’espressione virgolettata è utilizzata, com’è noto, dalla Chiesa cattolica sin dai primi secoli della sua storia (cfr. la difesa del concepito, per fare un esempio, nella Didachè Apostolorum, V, 2), ma si tratta di una verità che l’uomo riconosce “naturalmente” e che, per tale ragione, fa parte del nostro patrimonio comune (senso morale) perché – come annotava I. Kant ne La metafisica dei costumi parlando della coscienza – non si tratta di «qualche cosa arbitrariamente costruita[dall’uomo], ma è inerente al suo stesso essere» (Laterza, Roma 2004, p. 298).

In questo articolo, vorrei soffermarmi su questo argomento e proporre ai lettori la posizione, circa il tema dell’aborto, del filosofo Norberto Bobbio (1909-2004). In un’intervista dell’8 maggio 1981 (siamo quindi alla vigilia del referendum sull’aborto) leggiamo: quello dell’aborto «è un problema molto difficile» poiché si tratta del «classico problema nel quale ci si trova di fronte a un conflitto di diritti e di doveri». Per Bobbio sono in questione:

1. il diritto fondamentale del concepito, «quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. È lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto»;

2. il diritto della donna, vale a dire il diritto «a non essere sacrificata nella cura dei figli che non vuole»;

3. infine, il diritto della società, sia in generale che in particolare, «a non essere superpopolate, e quindi a esercitare il controllo delle nascite».

Bobbio dice che, dei tre, il primo è fondamentale, mentre gli altri due sono «derivati»: «una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto soltanto lasciandolo nascere». A questo punto, dopo aver risposto ad alcune domande sulla legge 194, Bobbio ricorda il Saggio sulla libertà di Stuart Mill nel quale si legge che «su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano». Ora – continua il filosofo – le femministe dicono: “Il corpo è mio e lo gestisco io”, e questo «sembrerebbe una perfetta applicazione di questo principio. Io, invece, dico che è aberrante farvi rientrare l’aborto. L’individuo è uno, singolo. Nel caso dell’aborto c’è un “altro” nel corpo della donna. Il suicida dispone della sua singola vita. Con l’aborto si dispone di una vita altrui». In questo modo, Bobbio ribadisce quanto detto inizialmente e risponde al conflitto di cui sopra: il diritto alla vita del concepito viene prima di altri diritti. Questa posizione non deve destare scalpore: «quale sorpresa – conclude, infatti, il filosofo – ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».

Naturalmente, le risposte di Bobbio sollevano molte questioni importanti, ma vorrei solo sottolineare un punto: in alcuni casi, non si tratta difendere una posizione o l’altra, in una sterile dialettica tra le parti, ma quello che conta è difendere la ricchezza della realtà dalla povertà della distorsione ideologica.

Giovanni Covino


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