I classici del pensiero…“in briciole”. Il Simposio di Platone: la ricerca della vera sapienza

Il Simposio è uno dei dialoghi più belli di Platone. Si tratta, secondo gli storici della filosofia Reale e Antiseri, del «capolavoro letterario della maturità». Il titolo fa riferimento ad una pratica diffusa in antica Grecia. Etimologicamente la parola significa “bere insieme”. Dopo una cena, ci si intratteneva bevendo e, in buona compagnia, si discuteva di molteplici temi, spesse volte anche di temi importanti. In tal senso, questo “bere insieme” rappresentava, e rappresenta anche per noi che leggiamo, una pratica dal forte valore educativo: «E non avevamo anche detto che in tali circostanze [il “simposio”] le anime dei bevitori fondono come il ferro e perciò si fanno più malleabili e ritornano allo stato infantile sì da risultare facile oggetto di educazione nelle mani di chi può e sa formarle e plasmarle appunto come fossero in giovane età?» (Platone, Leggi, 671 B-C).

Il simposio a cui Socrate partecipa è narrato da un suo discepolo, Apollodoro che, a sua volta, riporta quanto gli è stato detto da un altro discepolo di Socrate presente al banchetto, Aristodemo:

«Ebbene, quei discorsi furono all’incirca questi […] O meglio, cercherò anch’io di raccontarli a voi da principio, come lui me li ha raccontati» (174 A).

Protagonisti del dialogo, oltre a Socrate, sono: il medico Erissimaco, il commediografo Aristofane, Pausania, Fedro, Agatone e Alcibiade (che farà la sua comparsa quasi al termine). Ognuno di loro, su invito di Erissimaco, dovrà tenere un discorso su Eros o meglio dovrà elogiare Amore. Interessante quanto dice Aristofane: il suo è un discorso con taglio antropologico. Gli uomini – secondo il commediografo – si trovano separati e, in questa vita, sono costretti ricercare la loro metà perduta. Amore non è altro che questa aspirazione alla pienezza perduta:

«E la ragione di ciò sta nel fatto che questa era la nostra antica natura, e che noi eravamo tutti interi. Perciò al desiderio e all’aspirazione dell’intero si riferisce il nome di Eros. Prima come dicevo eravamo uno; ora invece, per colpa nostra, siamo stati separati di dimora dal dio» (193 A).

Tuttavia, il punto più alto è raggiunto, ça va sans dire, da Socrate che sposta il discorso dal piano retorico a quello della verità e cerca – riportando le parole della sacerdotessa Diotima (dando quindi anche una connotazione sacrale al suo intervento) – di raggiungere l’essenza di Amore, la sua natura. Eros è un demone e, in quanto tale, è intermedio tra gli dei e gli uomini: è figlio di Poros (abbondanza) e Penia (povertà). In questo senso, Eros è come il filosofo che non possiede ancora il sapere, ma lo desidera:

«Perciò è necessario che Eros sia filosofo e, in quanto filosofo, che sia intermedio fra il sapiente e l’ignorante. E causa di questo è la sua nascita: infatti, ha il padre sapiente pieno di risorse, e la madre non sapiente priva di risorse» (204 A).

Eros è ciò che spinge l’uomo verso il possesso del suo vero Bene (205 E), è ciò che spinge al possesso di quello che resta per sempre: il finito cerca l’infinito, il mortale l’immortale. Si tratta – nella parte centrale del discorso – di una vera e propria ascesa metafisica («la scala di Eros») che raggiunge il punto più alto con il Bello in sé:

«Chi sia stato educato fino a questo punto rispetto alle cose d’amore, contemplando una dopo l’altra e nel modo giusto le cose belle, costui, pervenendo ormai al termine delle cose d’amore, scorgerà immediatamente qualcosa di bello, per sua natura meraviglioso. […] In primo luogo, qualcosa che sempre è, e che non nasce né perisce, non cresce né diminuisce, e inoltre non è da un lato bello e dall’altro brutto in relazione ad un’altra, né bello in una parte e brutto in altra parte, né in quanto bello per alcuni e brutto per altri. […] Ma si manifesterà in se stesso, per se stesso, con se stesso, come forma unica che è sempre» (211 A).

Dopo il discorso di Socrate, entra in scena Alcibiade che, ubriaco, inizia il suo discorso non su Eros, ma su Socrate. Alcibiade propone una visione di Eros lontanissima da quella appena descritta, una visione duramente criticata da Socrate: l’uomo, infatti, non può pensare all’amore e, quindi, alla sapienza in termini utilitaristici e di scambio così come pensa Alcibiade. In conclusione, ciò che occorre evitare è «scambiare armi d’oro con armi di bronzo» (219 A) e iniziare a con-filosofare per unico scopo: raggiungere la verità, il bene e il bello, cogliendo la così la vera natura di Eros.

Giovanni Covino


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