All’ombra del Covid-19: il diritto e la tragedia della pandemia. A colloquio con Aldo Vitale

Aldo Rocco Vitale, docente a contratto di Biogiuridica, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia e Teoria generale del diritto europeo presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “Tor Vergata” e è cultore della materia sia in Biogiuridica che in Filosofia del diritto. Collabora con diverse testate online; ha numerose pubblicazioni scientifiche; si interessa anche di poesia e astronomia. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordo Cristianesimo e diritto. Sull’anima della civiltà giuridica occidentale (2017), Introduzione alla bioetica (2019) e All’ombra del Covid-19. Guida critica e biogiuridica alla tragedia della pandemia (2022).


Gli ultimi anni sono stati sconvolti dal virus Covid-19: la pandemia ha cambiato la nostra vita sotto molti aspetti, come Lei stesso dice nel suo ultimo lavoro All’ombra del Covid-19, «un’entrata a gamba tesa nella vita di tutti». Lei però ha analizzato questo cambiamento con l’occhio dell’attento e fine giurista: può dirci cosa vuol dire indagare gli aspetti filosofico-giuridici del periodo pandemico? Qual è l’obiettivo di questa Sua ultima ricerca?

In primo luogo grazie per questa occasione e grazie per chi avrà la pazienza di leggere sia questa intervista che il volume nella sua interezza che peraltro è munito di una sagace prefazione di Vittorio Sgarbi che ancora una volta ringrazio per questo suo prezioso contributo.

In secondo luogo: indagare gli aspetti filosofico-giuridici dell’era pandemica significa tornare a riflettere su quelle singolarità e storture giuridiche che sono state tacitamente avallate dalla gran parte del ceto dei giuristi che purtroppo è abituato a guardare il dito della norma senza mai mirare alla costellazione dei reali valori giuridici sovrastanti e che costituiscono il fondamento dello Stato di diritto e della democrazia.

Questo non vuol dire, chiaramente, che il volume è consigliato soltanto ai giuristi, anzi, tutt’altro, poiché la riflessione sui diritti fondamentali è, proprio come tali diritti, universale e a tutti accessibile sol che si sia disposti a dismettere le lenti dell’ideologia per adottare la corretta visione giuridica.

In terzo luogo: la pandemia ha rappresentato un eccellente banco di prova per testimoniare la fragilità delle istituzioni democratiche e della civiltà del diritto che è costitutivamente opposta alla civiltà della forza.

La mia ricerca, lunga più di due anni, condensata in queste 330 pagine corredate da più di 70 studi scientifici (per lo più tratti dai “quattro vangeli sinottici” della comunità medico-scientifica internazionale, cioè The New England Journal of Medicine, Nature, The British Medical Journal e The Lancet), e da più di 60 pronunce interlocutorie o definitive, di merito e di legittimità, nazionali e internazionali sul tema della pandemia e su tutti i problemi ad esso inerenti, tenta di mettere in luce le difficoltà etiche, giuridiche e antropologiche che nella gestione della crisi sanitaria si sono appalesate nonostante la costante riluttanza da parte della stampa e dell’opinione pubblica da essa eterodiretta a giudicare criticamente la legittimità (troppo spesso assente o equivocata) e l’umanità (per lo più inesistente) di molti provvedimenti adottati dalle autorità politiche, dalle istituzioni e dai governi.

Il mio testo ovviamente non è esaustivo né ha la pretesa di essere completo, sia perché non mi appartiene per formazione la presunzione enciclopedistica, sia perché essendo il fenomeno pandemico tutt’altro che concluso non si può sperare – almeno per il momento – di pronunciare parole definitive sul medesimo.

Questo ovviamente non vuol dire che non si possa e non si debba cominciare a pensare criticamente, alla luce del diritto della ragione e della ragione del diritto, l’ultimo triennio che può essere definito, come spesso accenno e scrivo nel libro, come “era pandemico-emergenzialista”, specialmente per i problemi di carattere biogiuridico che essa conduce con sé.

Rinunciare alla problematizzazione della realtà, come purtroppo molti autorevoli giuristi e noti bioeticisti (anche amici) hanno fatto in epoca pandemica, limitandosi ad accettare la realtà della crisi sanitaria in modo del tutto passivo e acritico, significa rinunciare sostanzialmente al pensiero e, in definitiva, alla propria stessa umanità, cosa che, in quanto giurista e filosofo del diritto, mi viene personalmente difficile se non impossibile.

Molto interessante. Approfondiamo l’aspetto biogiuridico: quali sono i principali problemi biogiuridici emersi durante la gestione della pandemia? Qual è – secondo Lei – l’errore più grave?

Disseminati lungo il corso del volume ci sono almeno 21 problemi biogiuridici fondamentali che sono emersi dalla gestione pandemica, come, per esempio, l’allocazione efficiente delle scarse risorse sanitarie, il consenso informato, l’obbligo vaccinale, la vaccinazione dei minori, la legittimità della sperimentazione farmacologica, la tutela giuridica delle reazioni avverse ecc. ecc.

La pandemia ha mostrato una generale mancanza di sensibilità, anche da parte di diversi noti e consumati esponenti della cosiddetta “comunità dei bioeticisti”, perfino cattolici, nei confronti di molti profili problematici di ordine biogiuridico, come se, misteriosamente e improvvisamente, l’avvento della crisi sanitaria avesse cancellato decenni di insegnamenti e riflessioni intorno alla persona umana, al suo valore, ai suoi diritti fondamentali.

La sordità e la cecità di molti bioeticisti nei confronti dei problemi biogiuridici che hanno caratterizzato la pandemia fin dalla sua comparsa, ha dimostrato tutta l’insufficienza noetica e la superficialità teoretica di una bioetica che ignori il dato prettamente giuridico sempre più determinante, che cioè, appunto, ignori, il dato più eminentemente biogiuridico.

Il bioeticista è oggi del tutto inadatto ad affrontare problemi bioetici che bioetici non sono più in quanto sempre più biogiuridici; il bioeticista di oggi che non abbia una solida preparazione e profonda sensibilità giuridica, dunque, rischia di essere condannato all’insignificanza e all’autoreferenzialità senza poter fornire alcun concreto apporto alla riflessione e allo studio dei temi oggetto della sua attenzione, come è accaduto, infatti, per tutti quei bioeticisti che si sono limitati a prendere atto o ad avallare acriticamente le misure e le decisioni adottate per fronteggiare la pandemia.

Ecco l’errore, duplice, più grave: da un lato pensare di poter fare a meno del diritto – specialmente nella problematizzazione bioetica della pandemia – e dall’altro lato ignorare l’ingenuità e la gravità di tale impostazione de-giuridificata.

Ciò che più sorprende, del resto, è che un significativo numero di bioeticisti cattolici sia caduto in un tale tranello della storia durante la pandemia, quasi del tutto  abdicando proprio alla piattaforma assiologica cattolica che ha sempre insegnato il primato del diritto naturale – violentemente mortificato dalle misure sanitarie adottate per fronteggiare la crisi pandemica – rispetto alle istanze di qualunque altro tipo come quelle economiche, politiche, ideologiche, scientifiche ecc…

La pandemia, allora, è stata una preziosa occasione per far chiarezza – almeno all’interno della comunità cattolica – e per distinguere chi ha compreso ciò che per anni ha predicato e chi ha predicato per anni ciò che non ha compreso, evidenziando che molti di quei bioeticisti cattolici che tanto di moda sono tra le comunità cattoliche non sono in effetti bioeticisti in quanto hanno trascurato e ignorato il dato giuridico e non sono neanche cattolici poiché hanno tradito e rinnegato il primato del diritto naturale in nome dell’emergenzialismo sanitario pandemista.

Alcuni hanno sostenuto che il virus sia stato prodotto in laboratorio (tra tutti ricordo l’intervento del presidente dell’AIFA di qualche giorno fa, clicca qui). Per molto tempo, questa tesi è stata ritenuta una “tesi complottista”. Secondo Lei, perché è così complicato discutere pubblicamente dell’origine di questo coronavirus?

Questo è francamente uno degli aspetti più singolari e forse misteriosi dell’intera pandemia, cioè l’impossibilità di discutere laicamente di ogni suo aspetto, cominciando proprio dall’origine del virus, senza che si contrappongano fazioni e senza che si venga legittimati alla parola o silenziati in base a delle etichette ideologiche lesive del diritto della libertà di pensiero e di parola.

Per rispondere alla domanda credo si debbano distinguere i due piani diversi del metodo e del merito.

Nel metodo: in un autentico Stato di diritto, in una democrazia compiuta, in un sistema culturale in cui realmente vige il principio della libertà di parola, nessuno dovrebbe essere censurato per il contenuto del suo pensiero, specialmente se le modalità di espressione del medesimo sono rispettose dei limiti e delle norme poste dall’ordinamento (come per esempio la continenza verbale).

Chi reputa il contrario – a prescindere dall’argomento su cui ci si intende impegnare – non ha evidentemente coltivato la sensibilità giuridica minima e adeguata per scandagliare in profondità il senso etico e sociale della libertà di parola secondo le dinamiche proprie dello Stato di diritto.

Chi pensa il contrario è un seguace inconsapevole – se in buona fede – dei sistemi totalitari in cui la parola è concessa soltanto a coloro che favoriscono o lusingano il potere.

Chi ritiene il contrario cade nel paradosso di avvalersi di una libertà giuridica che intende negare ad altri rinnegando alla radice la sostanza fondante di quella libertà di cui si serve.

Nel merito: che non sia stato ancora possibile accertare con la dovuta sicurezza l’origine del virus, se cioè esso sia realmente naturale o di derivazione artificiale, dimostra almeno tre distinti problemi.

In primo luogo, emerge la inqualificabile sciatteria della comunità scientifica che a distanza di quasi tre anni dall’inizio della pandemia non ha ancora saputo dare una risposta definitiva sul punto.

In secondo luogo, viene in rilievo il profilo etico, quello cioè per cui i parenti delle centinaia di migliaia di vittime del Covid-19 hanno diritto di sapere se i loro cari sono deceduti per le incoercibili energie della natura o per via di esperimenti fuoriusciti dall’umano controllo. La differenza non è irrilevante: nel primo caso si tratta della lotteria naturale che colpisce tutti indistintamente; nel secondo caso, invece, dovrebbero essere meticolosamente accertate le responsabilità giuridiche con tutte le conseguenze inevitabili (processi, condanne penali, risarcimenti ecc.).

In terzo luogo, l’impossibilità di discutere sull’origine del virus ha messo in luce quanto profondamente intrinseco al fattore sanitario possa divenire il controllo sociale, a tal punto da negare la libertà di parola a tutti coloro che, per un motivo legittimo o per uno bislacco, non sono allineati al mainstreaming dominante.

Eppure conoscere la causa di un fenomeno è fondamentale per comprendere e risolvere problemi…

Senza dubbio è fondamentale, poiché, da un punto di vista strettamente scientifico, e non occorre certo essere un virologo o un immunologo per comprenderlo, la risposta, almeno quella che si spera efficace, ad un virus naturale dovrà essere di un tipo, mentre la risposta ad un virus artificiale dovrà essere necessariamente di altro tipo.

Che la comunità scientifica non abbia ancora sciolto il dilemma, si pensi in proposito alla circostanza per cui Fauci (il consulente della Casa Bianca) abbia mutato parere sul punto in meno di un anno, potrebbe spiegare l’incapacità di arginare il contagio perfino oggi dopo quasi due anni di somministrazioni vaccinali.

L’incapacità della scienza di trovare risposte adeguate, ancora una volta, rivela come tale inettitudine dipenda strettamente dalla incapacità della comunità scientifica di porsi la domanda fondamentale, cioè quella sull’origine del virus.

Per concludere. Dopo questi anni di pandemia, cosa resta del diritto, della giustizia? Che peso avrà per il futuro la gestione di questi anni?

Se la comunità scientifica internazionale non è riuscita a far bella figura, sicuramente pessima è stata la figuraccia fatta dalla gran parte dei giuristi, specialmente dei costituzionalisti, auto-ridottisi a meri giullari del potere pandemico, e dei lavoristi il cui silenzio ha sepolto decenni di lotte e rivendicazioni sindacali.

Il diritto pandemico ha letteralmente stravolto tutti i paradigmi giuridici fino ad ora affermatisi in secoli di riflessioni giuridica.

Si pensi proprio al diritto al lavoro: l’introduzione del green pass, infatti, ha riproposto una antica contrapposizione, salute vs. lavoro, che è alla base della nascita del diritto del lavoro e delle tutele sindacali che dal XIX secolo in poi hanno animato la vita del vecchio continente in genere e dell’Italia in particolare attraverso la riaffermazione della conciliazione di questi fondamentali diritti.

Sia il diritto alla salute che il diritto al lavoro, infatti, sono diritti fondamentali che attengono strettamente alla persona umana e non soltanto non possono essere in contrasto tra loro proprio perché entrambi fondamentali e di pari valore, ma anche e soprattutto perché un loro eventuale contrasto finirebbe per violare lo statuto etico-giuridico della persona in quanto tale.

La persona, infatti, per essere autenticamente rispettata nella sua dignità richiede che sia garantita tanto nelle forze di sostentamento provenienti dal suo lavoro, quanto che la sua salute non sia sacrificata per il raggiungimento del predetto obiettivo.

Ecco perché lavoro e salute non possono essere né tra loro in contrasto né tra loro in alternativa, e perché, sostanzialmente, possiedono il medesimo grado gerarchico e valore onto-assiologico e giuridico; del resto, sarebbe bel paradossale, nonché strutturalmente antigiuridico, affamare qualcuno privandolo del suo sostentamento, come purtroppo accaduto durante la pandemia, al fine di tutelarne il diritto alla salute, così come sarebbe in contrato con il diritto e con la persona che si possa o si debba lavorare in condizioni tali da rischiare la vita o l’integrità psico-fisica.

La pandemia ha purtroppo dimostrato la fragilità di certe posizioni giuridiche che fino a poco prima della stessa si potevano considerare solide e intangibili, e questo, al di là del mero dato sanitario, dovrebbe indurre a far riflettere anche i più convinti emergenzialisti destando la preoccupazione di tutti, perché nessuna motivazione al mondo può essere sufficientemente adeguata per far venir meno i fondamenti dello Stato di diritto, per mettere in discussione la natura del diritto, per sostituire alla ragion giuridica altri tipi di giustificazioni come la ragion sanitaria.

Intervista a cura di Giovanni Covino

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...