
Se non hai letto il primo capitolo:
II.
Socrate, con passo lento, ma deciso, si avvicinò. Prese una delle torce poste sul muro accanto alla porta d’ingresso di un’abitazione e ruppe il buio fitto che avvolgeva il corpo come un lenzuolo. Il volto, nonostante fosse stato orrendamente sfigurato da una raffica di colpi, era, per Socrate, ancora riconoscibile.
Non ci furono dubbi. Un dolore così intenso da arrestare quasi il battito del cuore. Una sensazione tremenda dallo stomaco iniziò a salire fino ad arrivare alla gola, stringendo tanto da fermare il respiro. Gli occhi sbarrati. La gola secca. Il corpo paralizzato.
La luce della torcia aveva rimosso il velo scuro della notte e mostrato il corpo di uno dei suoi discepoli: Platone. La larga fronte aveva una ferita da cui era sgorgato una notevole quantità di sangue che rendeva la scena ancor più cruenta e accresceva il dolore di coloro che guardavano. Dopo qualche minuto, ridestatosi dallo shock, Socrate capì che le lacrime non avrebbero di certo riportato in vita Platone, e che la giustizia lo stava chiamando ad una missione. Perciò, scrollò la testa a desta e a sinistra come per svegliarsi da un brutto sogno, e iniziò a muoversi cautamente intorno al corpo senza vita del discepolo. Cominciò a scrutarlo attentamente e notò immediatamente due cose: il colore viola scuro dei coaguli e alcuni segni presenti sui polsi. Il primo suggeriva un certo lasso di tempo dall’omicidio, il secondo indicava certamente una costrizione. Il chitone che indossava era sporco. Socrate girò leggermente il corpo e la parte posteriore della tunica aveva macchie di terriccio. Platone – dedusse Socrate – era stato prima legato con le mani dietro la schiena e costretto a terra, poi colpito ripetutamente, come dimostrava il volto tumefatto.
«Maestro – disse Cherefonte – chi mai ha potuto concepire e poi fare un simile gesto?».
«Un uomo certo che ha perduto il suo daimonión. Che non ha ascoltato la sua voce» – rispose Socrate.
«Cosa facciamo ora?» – chiese uno dei presenti con voce tremula.
«Cerchiamo la giustizia, caro Cebete. Vedi, il sangue presente a terra nell’abitazione ci fa pensare che il colpo di grazia sia stato dato proprio qui. Quindi l’assassino ha trasportato il corpo del nostro amico qui. Dobbiamo muoverci quanto prima e scoprire il colpevole. Poi consegnarlo ai nostri saggi giudici».
Tutti i presenti annuirono.
«Ora spostiamo il nostro Platone da qui e portiamolo dove è più degno far riposare il suo corpo. La sua nobile anima, invece, non si perderà, ma starà di certo camminando verso le isole beate».
Il silenzio seguito a quelle parole diede una carica di solennità al momento, un silenzio che si mescolava alla fresca aria della notte e alla calda luce delle torce. Tutti compresero la sacralità del gesto richiesto da Socrate, perciò si avvicinarono e aiutarono il maestro a sollevare il corpo senza vita dell’amico e come ultimo atto di humana pietas lo portarono via, mentre si faceva spazio, imponente, tra i pensieri, la domanda:
«Chi ha assassinato Platone?».
III.
Il giorno seguente, Socrate, dopo aver passato la notte insonne e aver ascoltato, come al solito, i continui richiami mattutini di Santippe, iniziò la sua indagine… [continua].
Giovanni Covino



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