E chi è che vien trotterellando sul mio ponte? IT: non solo un horror/parte 2



Nel precedente articolo, ho definito riduttivo porre IT nella categoria del romanzo horror. Il testo, difatti, affronta numerosi temi che, non potendo essere ricondotti alla sola immagine – per intenderci – del “clown” che spaventa e uccide, inducono il lettore ad un esame attento delle pagine che, con innumerevoli suggestioni, tessono una trama di grande interesse ed estremamente affascinante.

Se, con pazienza – e bisogna averne tanta visto che il testo nella versione italiana (edizione Pickwick Big) è di 1200 pagine -, si procede nella lettura, ci si accorge che Stephen King ha voluto descrivere un mondo nei minimi particolari, un micro-universo fatto di relazioni e di esperienze che riguardano per lo più aspetti traumatici dell’esistenza umana.

Il confronto con It è, in questo senso, un mettersi seduti faccia a faccia con le proprie paure, con il desiderio di superarle, come quando il gruppo di amici (i perdenti) si riunisce dopo 27 anni, tenendo fede così al patto stipulato nel ’57, il periodo della morte del piccolo George.

È questo confronto il tema principale della terza parte del volume, intitolata non a caso Adulti e che segue le pagine dedicate per lo più agli anni ’57-’58.

«La domanda è più o meno: restiamo a combattere o lasciamo perdere? Chi vuole restare?». Nessuno intorno al tavolo si mosse forse per cinque secondi e a Bill tornarono in mente quelle vendite all’asta dove il prezzo di un oggetto va improvvisamente alle stelle e coloro che non vogliono più rilanciare si trasformano letteralmente in statue, per la paura che il banditore scambi per un segnale di cinquemila o diecimila dollari una grattatina all’orecchio o il gesto istintivo che si fa con la mano per scacciare una mosca. Poi pensò a Georgie che non voleva far del male a nessuno, che desiderava solo uscire di casa dopo essere rimasto rintanato per un’intera settimana; Georgie, con i pomelli rossi sulle guance, la barchetta di carta di giornale nella mano, mentre con l’altra si allacciava la cintura dell’impermeabile giallo, George che lo ringraziava… e poi si chinava per baciargli la faccia calda di febbre: Grazie, Bill. È una bella nave.

It, p. 551

Certo, nel gruppo non tutti affrontano allo stesso modo le paure della propria vita, anzi alcuni non riescono a farlo o hanno bisogno di più tempo. Ed è proprio questo che rende il lavoro di Stephen King non un semplice horror: l’incapacità di mettersi in ascolto di sé e la paura di affrontare la stessa paura conduce alcune persone alla paralisi, alla fuga o – come accade a Stan (uno del gruppo) – al suicidio.

Questa diversità di prospettive è, a mio giudizio, un aspetto di grande importanza perché permette al lettore di confrontarsi con quello che rappresenta il cuore del romanzo: confrontarsi con il proprio limite, con le proprie fragilità o con le modalità che ognuno ha di avvicinare e affrontare la “cosa” [continua].

Giovanni Covino

Risposte

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